
14 dicembre 2021. Una data come tante in un calendario di fine anno, un martedì qualunque in una città che si sveglia lenta. Ma a Trieste quel giorno segna l’inizio di un buio che ancora oggi non si è dissolto. Liliana Resinovic esce di casa, chiude la porta alle sue spalle, indossa abiti leggeri come se stesse per un’uscita breve. Nessun cellulare, nessun documento, niente che faccia pensare a un viaggio, a una fuga, a un addio volontario. E da quel momento sparisce come se l’aria l’avesse
inghiottita. Il mistero però non nasce dalla sua scomparsa. Il mistero nasce da un messaggio. Otto caratteri, tre lettere e una serie di puntini. Una parola strana che agli occhi di chi non conosce quel codice sembra nulla. Un saluto veloce, quasi scherzoso, invece nasconde l’ultimo battito vivo di un legame che molti non conoscevano. Quel messaggio, dicono gli esperti linguistici chiamati a decifrare quel loro lessico personale, significa ti penso, amore mio. È il buongiorno di chi aspetta una risposta affettuosa, è il
ponte tra due cuori, ma la risposta non arriverà mai. C’è chi sostiene che in quella breve sigla ci sia l’eco di una promessa. Ci vediamo domani. E invece quel domani per Liliana non arriverà. È l’ultima traccia verificata, l’ultimo momento in cui la sua voce digitale dice “Ancora ci sono”. Un attimo dopo il silenzio, un silenzio enorme, inspiegabile, che annulla chiamate, messaggi, tentativi disperati del suo amico speciale Claudio rimasti senza risposta. Lui prova a risentirla, la
cerca, non si dà pace, ma il telefono non squilla più, sparisce tutto, sparisce lei. La sequenza degli eventi è semplice se ci si limita ai fatti. Una donna di 63 anni esce per una passeggiata che nessuno ha previsto e non fa mai ritorno. Ma se ci si spinge un po’ più a fondo si capisce che la semplicità è solo un’illusione. Liliana non stava attraversando un momento fragile come tanti hanno voluto far credere. Aveva progetti, aveva desideri, aveva qualcuno che le stava ridando luce. Quel qualcuno è Claudio Sterpin,
non un amante ufficiale, non un conoscente qualunque, un legame vissuto nell’ombra, protetto da abbreviazioni, da simboli, da un linguaggio privato costruito con cura. E se una persona crea un linguaggio segreto con un’altra, quello non è mai un rapporto banale, è intimo, profondo, vissuto vicino al cuore e lontano dal mondo. Le settimane prima della scomparsa raccontano un crescendo, messaggi pieni di dolcezza, piccoli segreti condivisi, frasi che non hanno bisogno di spiegazioni per chi le
riceve. Liliana scrive foto, dediche, sorrisi digitali. Claudio risponde facendo capire che domani li aspetta. Domani è oltre. Una frase che oggi pesa come un macigno perché quel domani non è mai arrivato. Il 13 dicembre, la sera prima della sparizione, tutto sembra normale. Liliana è serena, immagina un incontro, lo desidera, forse lo aspetta. Le parole scambiate sono leggere ma chiare. È in relax. Pensa domani. Domani la data maledetta e poi la mattina. Esce presto. Indossa abiti troppo leggeri per
il clima di dicembre. Non porta con sé nulla che servirebbe a una persona che lascia la propria vita. Chi esce per sempre non lascia il telefono a casa, non lascia i documenti. Lei sì, quindi perché lo ha fatto o peggio, chi ha deciso per lei? Tre settimane passano nel tormento. Una città intera la cerca tra boschi, parchi, telecamere, volantini, appelli, ipotesi. Poi il 5 gennaio la verità si presenta in forma di incubo. Il corpo di Liliana viene trovato in un boschetto vicino all’ex ospedale psichiatrico, rannicchiata come
un feto, chiusa dentro sacchi neri, il volto rivolto verso l’interno. Una scena che non appartiene a un suicidio, una scena che parla di una mano esterna, di qualcuno che ha voluto cancellarla dal mondo. Eppure per mesi si è parlato di gesto estremo, di crisi emotive, di fuga dalla realtà. Una versione comoda, indolore, che evita di chiedersi chi ha avuto la forza e il tempo di infilare un corpo in due sacchi e occultarlo in un luogo appartato. Chi ha potuto farlo senza essere visto? Chi ha avuto accesso
alla sua casa? Chi l’ha fermata? Chi l’ha portata via? L’indagine non è stata diretta verso il buio subito. Si è persa tra ricostruzioni deboli, teorie smentite, dinamiche impossibili. Ma adesso finalmente qualcosa è cambiato perché c’è un indagato, il marito Sebastiano Visintin. Lui ha sempre detto di essere sereno, di voler chiarire, di non temere nulla, ma quando la giustizia ti guarda negli occhi, la serenità diventa una maschera difficile da tenere. E Claudio, l’altro uomo, ha
sempre urlato la sua verità. Liliana non si è tolta la vita. Liliana voleva cambiare vita. Liliana voleva lasciarsi alle spalle un matrimonio che era diventato una gabbia. E secondo lui il marito lo sapeva. Sapeva del loro affetto, sapeva che stava per perderla. E quando qualcuno teme di perdere ciò che considera suo, può fare cose terribili. I messaggi recuperati dagli esperti sono un coltello piantato nella narrativa del suicidio. Parlano di speranza, non di disperazione. Parlano di futuro, non di fuga. Parlano di
amore, non di morte. E soprattutto parlano di un domani che per Liliana doveva essere l’inizio di una nuova vita, non la fine. Ma c’è di più, una lettera. Una lettera che fa tremare le mani a chi la legge. La scritta Liliana. Un saluto che sembra un addio, una richiesta. Se non mi vedrai più, cercami nei tuoi ricordi. Una frase che taglia il fiato, come se lei sentisse qualcosa, come se avesse intuito che il suo passo verso la libertà avrebbe fatto paura a qualcuno, come se, mentre diceva “Ti
voglio bene” stesse preparando anche l’ultimo abbraccio. Se si scava tra gli ultimi giorni di Liliana, emerge un quadro che non combacia con l’immagine frettolosamente dipinta all’inizio. Non era una donna stanca della vita, come qualcuno ha provato a insinuare, non era sul punto di crollare, chi le stava vicino l’aveva vista rinascere. C’era un cambiamento in atto, quel tipo di cambiamento che spaventa chi non vuole perderti. Aveva confidato a più persone il desiderio di andarsene di casa. Aveva
detto che finalmente aveva trovato il coraggio di farlo. Voleva alleggerire la sua esistenza, tornare a respirare. Era convinta che fosse arrivata l’ora di smettere di fingere, di smettere di sopportare e che potesse avere accanto qualcuno che la capisse davvero. Claudio rappresentava quella possibilità. Le sue parole nei messaggi parlano chiaro. Si dà appuntamenti, si immagina giornate insieme, si augura notti serene. Niente di tutto questo ha il sapore del buio mentale. Al contrario, è la luce di chi
ha appena intravisto una via d’uscita. E se c’è una cosa che in questa storia far rabbrividire è il modo in cui quella luce si spegne, non gradualmente, non nel tormento, ma in un secondo di colpo, come se qualcuno l’avesse spenta con le proprie mani. Le analisi forensi sui dispositivi elettronici hanno ricostruito con precisione il ritmo delle comunicazioni tra lei e Claudio. Fino al 13 dicembre sono fitte, costanti, affettuose. Poi all’improvviso tutto si ferma. Nessun saluto, nessuna
spiegazione, come se una mano sconosciuta avesse abbassato la saracinesca su una vita intera. Chi ha letto quei messaggi ha capito che non era un’amicizia qualunque, era un legame profondo, qualcosa di nato con delicatezza, ma che negli ultimi tempi era diventato necessario, quel modo di chiamarsi, quel codice fatto di sigle, una lingua inventata solo per loro due. Chi non ha mai avuto un amore nascosto non può capire cosa significhi creare un linguaggio privato. È il segno più evidente che qualcuno ti vive dentro.
Quella dolce complicità però, per chi resta fuori diventa una minaccia, una verità scomoda, una promessa di cambiamento. Ci si chiede allora chi potesse conoscere quella relazione. Chi poteva sapere del giorno scelto da Liliana per incontrare Claudio, chi era a conoscenza di quel domani? Claudio dice una cosa che nessuno ha mai davvero preso sul serio fino a oggi. Il marito sapeva, non comprove scritte forse, ma lo sapeva, lo percepiva, lo intuiva. Quando in una casa l’aria si fa tesa, anche chi tace urla. E se davvero lo
sapeva, che cosa è scattato nella sua testa quella mattina? Perché il tempo scelto per uscire è l’unico dettaglio che stona. Le 8:30, l’ora in cui lui, Sebastiano, si sarebbe trovato altrove. O così ha sempre raccontato, ma quell’alibi scricchiola. ha sempre scricchiolato. Gli investigatori, analizzando i suoi movimenti, hanno riscontrato falle, vuoti temporali, incongruenze, contraddizioni che non sono mai state spiegate fino in fondo. E ora che il caso è stato riaperto con lui scritto
nel registro degli indagati, quelle contraddizioni stanno diventando macigni. La dinamica del ritrovamento poi parla da sola. Liliana era dentro due sacchi. Nessun elemento compatibile con un suicidio, nessun biglietto di addio, nessun segno di disperazione, un corpo in posizione fetale, una messa in scena, forse una teatralità macabra che vuole raccontare una storia sbagliata. Se qualcuno decide di togliersi la vita, non si mette dentro a due sacchi, non si piega in silenzio aspettando di soffocare. Quella è la firma di chi ha
voluto far sparire una persona senza lasciare spazio a interpretazioni, una cancellazione totale. Eppure, per settimane la tesi del suicidio è stata la coperta che ha nascosto sotto di sé tutto il resto. Troppo comoda, troppo utile, rendeva tutto più semplice. Niente responsabilità, nessun colpevole, nessuna verità scomoda da affrontare. Ma con il passare del tempo i pezzi hanno iniziato a ribellarsi perché la verità non si lascia seppellire facilmente, si agita, spinge, torna a galla. Ci sono poi quei dettagli che molti hanno
ignorato. Gli abiti leggeri di dicembre, le scarpe morbide, l’assenza totale di oggetti personali. Chiunque conoscesse Liliana sapeva che non usciva così, mai. Non senza il cellulare, non senza almeno un documento, nemmeno per buttare la spazzatura. A un certo punto bisogna smettere di parlare di caso e iniziare a parlare di intenzione. È qui che i messaggi diventano fondamentali perché non sono solo frasi doli, sono indizi emotivi, testimonianze digitali di una donna che non si sentiva persa, che non
stava sprofondando, anzi che stava risalendo. Una delle ultime frasi che scrive è pensando a domani, amore mio. Questa non è la frase di una persona che ha deciso di non esserci più, è il grido di chi sta per ricominciare e quel domani era il 14 dicembre, il giorno in cui è scomparsa. Chi l’ha fermata? Chi ha deciso che quel domani doveva diventare la fine? Chi aveva paura che lei cambiasse la sua vita? Claudio ancora oggi non smette di chiederlo, non smette di dire che non è giusto, che Liliana meritava il futuro che aveva
appena messo tra le mani, il futuro che qualcuno le ha strappato via e la lettera, quella lettera ritrovata solo dopo, una pagina soffice come un saluto, dura come un presagio, qualcosa che suona come se avesse previsto ogni cosa. Quando non mi vedrai, quando non ci sarò più, tu cercami nei ricordi, io ci sarò. Chi la legge capisce che non è un messaggio di chi vuole scappare, è la voce di chi teme per la propria esistenza. Per capire cosa è successo davvero a Liliana, bisogna mettere a fuoco ciò che si muoveva intorno a lei
negli ultimi mesi, perché nessuna storia come questa nasce dal nulla. C’è sempre un contesto. C’è sempre qualcuno che osserva, qualcuno che sa, qualcuno che controlla. La casa in cui viveva con il marito a guardarla da fuori sembrava normale, una vita coniugale qualunque, ma dentro quelle mura c’era tensione, c’erano parole mai dette, sguardi che evitano, porte chiuse troppo in fretta. Chi l’ha frequentata lo racconta senza esitazioni. Liliana non era felice. Si sentiva stretta, giudicata, limitata.
Non era più la donna luminosa che gli amici ricordavano. Poi è arrivato Claudio, una vecchia conoscenza diventata presenza costante, un legame che ha riacceso qualcosa che sembrava spento. Lui l’ascoltava, lui le dava attenzione, lui la faceva sentire viva. Non è stato un colpo di testa, è stato un ritorno alla vitalità. E Sebastiano lo percepiva, anche se faceva finta di niente. La gelosia è un animale silenzioso. Non sempre urla, a volte mastica in disparte e aspetta il momento di mordere. Ci sono stati litigi, ci sono
stati giorni in cui il clima era irrespirabile. Amiche di Liliana hanno confermato che lei voleva andarsene, che aveva espresso chiaramente questa intenzione, che stava valutando dove vivere, una scelta che non fai se hai perso la voglia di vivere, una scelta che fai quando finalmente la ritrovi. E quando una persona decide di cambiare tutto, chi resta dall’altra parte sente il terreno cedere sotto i piedi. Secondo Claudio, il marito non solo sapeva del loro rapporto, ma lo temeva. Lo considerava
una minaccia diretta alla sua stabilità, alla sua immagine, forse perfino alla sua sicurezza economica. In casa le tensioni erano arrivate a un punto di non ritorno. Tornano in mente i messaggi criptati, quelle sigle misteriose, quel gioco segreto che per loro era un modo di proteggersi, un dizionario dell’amore che oggi diventa prova. E se una cosa fa davvero paura è sentirsi esclusi da un mondo emotivo che non ti appartiene più. Il 14 dicembre è la data che divide prima e dopo. Quel giorno Liliana esce
senza dire niente a nessuno, ma con una grazia sospetta. Nessuna disattenzione, nessun segno di panico, come se avesse un appuntamento, come se qualcuno la stesse aspettando. Claudio era convinto di rivederla. Lei sembrava certa di incontrarlo, lo aveva scritto, lo aveva promesso e invece dopo le 8:30 si spegne tutto. Che cosa è accaduto tra casa sua e quel bosco doveè stata ritrovata tre settimane dopo? Chi l’ha intercettata? Chi l’ha fermata? E poi c’è quella scena del ritrovamento, il corpo rannicchiato,
infilato in due sacchi neri. Chi fa una cosa del genere non improvvisa, pianifica. A tempo, ha sangue freddo, chiude, sigilla, elimina. Qualcuno ha deciso di mettere Liliana in posizione fetale, un simbolo che parla di annullamento, di riduzione a oggetto. Non ha una donna che ha scelto di togliersi la vita, ma una donna a cui la vita è stata strappata. Gli inquirenti per anni hanno provato a far entrare a forza questa storia nella cornice di un suicidio perché era più semplice, perché era più veloce, una donna fragile, un gesto
impulsivo, un epilogo triste, fine del caso, ma non funzionava, non combaciava. Ogni dettaglio urlava il contrario. Il corpo era stato trasportato. Punto. Nessun segno che facesse pensare a un gesto volontario. Niente corde, niente strumenti, niente dinamiche compatibili con un suicidio, solo assenza, solo mistero. L’immagine che resta è quella di una persona sorpresa e poi cancellata, qualcuno che non ha avuto il tempo di urlare, di difendersi, di scappare. E in tutto questo rimane un interrogativo pesante. Come hanno fatto
a muovere il corpo senza farsi notare? Chi conosceva i suoi orari, i suoi percorsi, le sue abitudini? Chi poteva permettersi di avvicinarla senza destare sospetti? Un marito può farlo. Qualcuno che vive con te sa sempre quando sei vulnerabile. Gli investigatori incaricati delle analisi digitali hanno trovato una continuità di comunicazioni tra Liliana e Claudio fino alla sera prima. Poi un blackout totale, una pausa innaturale, impossibile da spiegare con un cambio di umore. È l’interruzione
brusca di una connessione, il segnale della fine. E mentre la stampa si occupava di ipotesi, mentre l’Italia si divideva tra chi la voleva suicida e chi la sapeva vittima, la cosa più preziosa è rimasta sepolta. il suo linguaggio, quelle sigle, quei codici teneri che oggi sembrano un diario emotivo, una testimonianza di un amore nascosto che dava forza. È anche attraverso quelle tre lettere famose che si ricostruisce la verità. Quel messaggio non dice addio, dice buongiorno, dice “Ci sentiamo dopo”. È un segno di vita.
L’ultimo. Resta un dubbio che nessuno ha osato pronunciare ad alta voce per troppo tempo. Se quel linguaggio era segreto, se quei messaggi erano solo tra loro due, chi altri poteva conoscerlo abbastanza da usarlo contro di lei? Chi ha letto per sbaglio? Chi ha scoperto? Chi ha spiato? Claudio pensa che il marito fosse al corrente di tutto e se è vero non è solo gelosia, è scoperta, è ferita, è un uomo che capisce di essere stato sostituito nella parte più intima, quella che non si recupera più. Tu puoi
perdonare un tradimento fisico, ma un cuore che non ti appartiene più non lo perdoni. Adesso l’inchiesta non guarda più alla psicologia di Liliana, ma quella di chi aveva paura di perderla. E quando la paura si trasforma in perdita, la rabbia diventa pericolo. Più si analizzano i pezzi di questa storia, più ci si accorge che nulla qui è frutto del caso. C’è un filo che attraversa tutto, dai messaggi fino al bosco dove Liliana è stata ritrovata, un filo che porta sempre verso chi aveva più da perdere.
Gli investigatori che oggi stanno rimettendo ordine nelle prove lo sanno bene. Stanno riesaminando ogni minimo dettaglio, ogni orario, ogni spostamento. La verità quando la cerchi con pazienza, torna a parlare. Il punto cruciale resta il tempo. Le 8:30 del mattino, l’ultima volta in cui Liliana viene vista uscire dalla sua abitazione. A quel minuto il niente a casa non rientra, non passa da luoghi abitualmente frequentati, nessuna telecamera la inquadra mentre cammina per Trieste. È come se la città, d’un
tratto non fosse più la sua. È in quelle ore che succede qualcosa di definitivo, qualcosa che spezza, qualcosa che porta una donna viva a diventare un corpo nascosto in un boschetto, non una fuga, non una sparizione volontaria. un rapimento, un’uccisione, una cancellazione. Il bosco dell’ex ospedale psichiatrico non è un posto scelto a caso, è isolato, difficile da vedere dall’esterno. Non è un luogo dove chi vuole togliersi la vita si reca da solo. È un luogo comodo per chi vuole lasciare un cadavere.
Sposta, deposita e sparisce. Chi conosce quella zona sa dove muoversi senza attirare sguardi. E poi ci sono i sacchi. Due, non uno. Questo dettaglio racconta una verità chiara. C’è stata preparazione. Chi ha ucciso Liliana si è mosso con lucidità, ha avuto bisogno di tempo, ha avuto la possibilità di operare senza essere disturbato. Una persona sola fa molta più fatica a gestire un corpo così. Significa che chi ha agito era sicuro di non essere interrotto. È un delitto calmo, non impulsivo, pianificato.
E allora la domanda si fa più tagliente. Chi poteva controllare il tempo di Liliana quel giorno? Chi poteva assicurarsi che lei non rispondesse più al telefono? Chi poteva spegnere ogni traccia nel giro di un’ora? Il marito, che racconta di essere uscito di casa a un certo orario e tornato ad un altro, non ha mai dato un percorso chiaro. La sua routine è stata raccontata in maniera confusa e improvvisamente, durante la nuova inchiesta, quelle zone d’ombra hanno iniziato a pesare. Chi conosce Liliana dice che non era una
donna che si fidava di tutti. Se ha lasciato che qualcuno si avvicinasse, era qualcuno che lei conosceva, qualcuno a cui apriva la porta, qualcuno che sapeva dove colpirla. Ma qui non si parla solo di gelosia, qui si parla di controllo, di possesso, di un potere che sta crollando. Quando Liliana ha iniziato a guardare avanti, qualcun altro ha visto il suo futuro svanire e quello che accade quando un equilibrio emotivo si rompe è spesso violento. Il linguaggio degli amanti, quello fatto di abitudini, messaggi teneri e progetti, è
diventato ora un archivio di prove. Ogni frase è un chiodo nel coperchio del suicidio. Ogni abbreviazione è un graffio sulla facciata dell’innocenza di chi vuole nascondersi dietro al dolore. Gli esperti incaricati di tradurre quel codice hanno rivelato una verità semplice. Liliana e Claudio non stavano chiudendo, stavano iniziando. Le loro comunicazioni non erano mai state così affettuose e decise come negli ultimi giorni. Se una persona è sul punto di togliersi la vita, non programma incontri, non manda messaggi d’amore,
non scrive biglietti con Ti voglio bene, Liliana, al contrario, aveva finalmente scelto, scelto di vivere per sé, scelto di non restare dove non c’era più affetto, scelto di lasciare una gabbia e quando una gabbia capisce che sta per essere abbandonata, può diventare letale. L’elemento che continua a tormentare chi investiga è la cura morbosa con cui il corpo è stato sistemato. Non c’è nulla di improvvisato. È stato tutto eseguito come se chi l’ha fatto si sentisse al sicuro, lontano da occhi esterni. Chiaro
segnale che quella persona aveva padronanza della situazione. Ci sono poi gli oggetti che non ci sono, il telefono, i documenti, persino il cappotto, tutto scomparso, tutto sottratto, tutto eliminato. Chi rimuove ciò che racconta chi sei lo fa per toglierti identità, per renderti un corpo anonimo, non una persona, una cosa. E questa è violenza pura. Non è un gesto disperato, è volontà, è dominio e poi c’è quel dettaglio che gela il sangue. La posizione fetale, chiude le braccia su se stessa. Una
scelta quasi simbolica, come se chi l’ha uccisa volesse raccontare di una donna che si è arresa, ma è lui che l’ha piegata così. Lei non ha scelto nulla. C’è un aspetto che in questa storia è rimasto sottovalutato, ma che oggi diventa la chiave di tutto. Non parlo delle prove tecniche, dei tabulati o delle analisi scientifiche, parlo dell’intenzione, perché ogni gesto, ogni omissione, ogni manipolazione racconta la mente di chi ha orchestrato la scomparsa di Liliana. Per tre settimane qualcuno ha creduto di
aver vinto, ha creduto che il silenzio fosse sufficiente, ha creduto che la versione del suicidio sarebbe diventata un’ancora di salvezza. ha creduto che il mondo non avrebbe mai scavato a fondo in quella storia scomoda. Chi ha nascosto il corpo lo ha fatto con la freddezza di chi vuole chiudere per sempre una porta, non con la disperazione di chi sta crollando. È un gesto lucido, ragionato, non c’è panico, c’è metodo. Il bosco scelto per l’occultamento non è stato improvvisato. È un luogo che chi vive a
Trieste conosce bene. è appartato, è protetto dalla vegetazione, non ci si passa per caso. Ci si va se lo si conosce, ci si va se si sa dove mettere i piedi senza essere visti. Chi ha portato Liliana fin lì sapeva esattamente dove stava andando. E poi i sacchi. Due sacchi neri, non uno. Questo particolare torna come un martello. Ha un peso che non puoi ignorare. Chi pensa di togliersi la vita non prepara due sacchi. Un suicidio non prevede la logistica dell’occultamento. Qui siamo davanti a un’azione pensata per
eliminare il problema Liliana, non per raccontare il dolore di Liliana. Per anni si è voluto dipingere quella donna come fragile, confusa, disperata. Una narrazione comoda per chi preferiva chiudere gli occhi. Ma basta leggere i messaggi a Claudio per capire che Liliana era tutt’altro. era innamorata, era decisa, era pronta a cambiare e questo cambiamento era la condanna. Il 13 dicembre scrive parole dolle, parla del giorno dopo come di un orizzonte luminoso. Il 14 dicembre il suo orizzonte finisce dentro due sacchi
neri. Da una vita che stava riprendendo colore a un’oscurità totale. Una transizione troppo brusca per essere credibile come scelta volontaria. Quella mattina qualcuno ha preso la sua strada e l’ha deviata. Qualcuno che conosceva ogni dettaglio del suo quotidiano. Qualcuno che sapeva come controllarla. Qualcuno che aveva interesse a fermarla. Per sempre. Il marito, chiamato in causa da Claudio, ha sempre risposto con calma: “Troppa calma. Ha sempre detto di non aver nulla da temere”. Eppure
l’inchiesta lo ha iscritto nel registro degli indagati. Non per caso, ma per evidenze. Ci sono orari che non tornano, ci sono ricostruzioni che scricchiolano, ci sono movimenti di cui ancora oggi nessuno riesce a dare una spiegazione e soprattutto c’è un motivo. Il più forte motivo che possa accendere la rabbia di un uomo, la paura di perdere il controllo. La consapevolezza che chi hai accanto non ti appartiene più. Chi era davvero Sebastiano in quelle ore? Cosa ha fatto? Dove si trovava? Perché
proprio quel giorno è improvvisamente scomparsa ogni traccia di Liliana? Gli esperti delle comunicazioni digitali lo ripetono, non esiste un suicidio che interrompe in modo chirurgico una rete di messaggi così intensa nel momento di massima speranza. Esiste però un’aggressione, esiste un atto violento, esiste un intervento esterno, esiste un assassino. E quella lettera di Liliana, quella frase che pesa come una profezia. Quando non mi vedrai, quando non ci sarò più, cercami nei tuoi ricordi. Io ci
sarò. È il grido di chi teme che qualcuno possa toglierle la voce, non di chi ha deciso di spegnerla da sola. Una donna che sa, una donna che intuisce, una donna che viene eliminata. Trieste ha visto tante storie tragiche, ma questa ha qualcosa di più gelido perché parla di una vita che non era arrivata alla fine, era appena ripartita. E allora le domande che restano non sono tecniche, sono morali. Quanti hanno finto di non vedere? Quanti hanno creduto alla versione più comoda? Quanti hanno preferito guardare dall’altra
parte pur di non ammettere che accanto loro si muoveva un mostro silenzioso, perché ora tutto porta a un’unica verità. Liliana voleva vivere, Liliana voleva cambiare. Liliana era un passo dalla libertà. Qualcuno ha deciso che quella libertà non doveva diventare realtà. M.