LILIANA RESINOVICH SHOCK: STRANI MOVIMENTI NEL CONTO DI VISINTIN, LA TRAGICA SCOPERTA.

C’è una storia che da quasi 4 anni continua a tornare, come un eco che non si spegne mai. Una vicenda che sembra chiusa solo sulla carta, ma che nella realtà resta aperta, dolorosa, inquietante. Oggi parliamo della morte di Liliana Resinovic, una donna di 63 anni, una vita apparentemente normale e un mistero che invece di chiarirsi si infittisce ogni volta che emerge un nuovo dettaglio. E quello di cui parleremo oggi è un dettaglio che pesa, un dettaglio che ha a che fare con il denaro, con i silenzi e con domande che

nessuno sembra voler affrontare fino in fondo. Prima di entrare nel cuore di questa storia, prenditi un secondo. Se non lo hai ancora fatto, iscriviti al canale Gossip Italia 24 e attiva la campanella delle notifiche. Qui non inseguiamo versioni comode, ma proviamo a mettere in fila i fatti, anche quando fanno male. Liliana Resinovic scompare il 14 dicembre 2021 a Trieste. È una mattina come tante, fredda, ordinaria, senza segnali evidenti di ciò che sta per accadere. Liliana esce di casa, o almeno così risulta. Il marito

Sebastiano Visintin racconterà di essere uscito molto presto per lavoro. Una versione che fin da subito lascia spazio a interrogativi perché ogni dettaglio di quella mattina diventa cruciale. Alle 8:22 Liliana fa una telefonata, chiama Claudio Sterpina, un uomo di 80 anni con cui aveva un rapporto molto stretto e l’ovvisa che sarebbe arrivata in ritardo. Una frase semplice, apparentemente innocua, ma che oggi assume un peso enorme, perché dopo quella telefonata Liliana scompare nel nulla. Nessun altro contatto, nessun

messaggio, nessuna traccia certa dei suoi movimenti. Le ore passano, poi i giorni. Trieste comincia a parlare, i media si muovono, le ipotesi si moltiplicano. All’inizio si pensa a un allontanamento volontario, poi a un gesto estremo, ma qualcosa non torna, troppe cose non tornano. Il carattere di Liliana, i suoi progetti, le sue abitudini. Chi la conosce parla di una donna fragile, ma non disperata, di una persona che non avrebbe mai scelto di sparire così, senza lasciare nulla dietro di sé. Il 5 gennaio 2022 arriva

la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Il corpo di Liliana viene ritrovato nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste, un luogo non lontano, ma allo stesso tempo nascosto, come se qualcuno avesse voluto che rimanesse lì, invisibile, dimenticata. La scena è agghiacciante, il corpo è rannicchiato, avvolto in due sacchi neri con altri due sacchi legati intorno al collo. Un’immagine che colpisce, che lascia senza parole anche gli investigatori più esperti. Fin da

subito quella scena solleva una domanda semplice e terribile. Può davvero trattarsi di un suicidio? Perché chi sceglie di togliersi la vita dovrebbe farlo in quel modo con una messa in scena così complessa, così innaturale? Eppure, per molto tempo l’ipotesi del gesto volontario resta sul tavolo. Una spiegazione che sembra servire più a chiudere il caso che a capire davvero cosa sia successo. La famiglia di Liliana però non ha mai accettato quella versione. In particolare il fratello Sergio ha sempre parlato di omicidio. Ha

sempre detto che Liliana non si sarebbe mai fatta del male, che qualcuno le ha fatto del male. una convinzione che oggi trova un supporto scientifico importante. La nuova autopsia affidata alla dottoressa Cristina Cattaneo cambia tutto. Secondo gli esami, Liliana è morta lo stesso giorno della sua scomparsa, non settimane dopo, non lentamente. È morta il 14 dicembre e non è morta per cause naturali o per sua scelta. Prima è stata picchiata, presenta segni di graffi e percosse, poi è stata soffocata da dietro, un

dettaglio che parla di violenza, di controllo, di un’azione esercitata da un’altra persona. A questo punto l’ipotesi del suicidio crolla, non regge più. Quello che emerge è il quadro di un omicidio, un delitto che qualcuno ha cercato di mascherare, di rendere ambiguo, forse sperando che il tempo facesse il resto. Ma il tempo, in questo caso, sembra fare l’effetto opposto. Ed è qui che entra in scena un elemento nuovo, un dettaglio che fino a poco tempo fa non era mai stato messo sul

tavolo in modo chiaro, un dettaglio economico. Sergio Resinovic rivela che Liliana aveva sul suo conto bancario circa €100.000. Una cifra importante che apre scenari completamente diversi. Perché quei soldi non erano mai stati citati, non erano mai stati al centro delle indagini, come se non esistessero. Il fratello non si limita a questo, fa un nome, parla di un parente, porta i suoi sospetti direttamente in procura, chiede che venga fatta chiarezza, che si capisca chi sapeva dell’esistenza di quei

risparmi, chi poteva averne interesse, che avrebbe potuto trarre un vantaggio dalla morte di Liliana. Eppure, nonostante tutto questo, le analisi scientifiche risultano ferme. Le indagini non avanzano come ci si aspetterebbe, anzi la Procura di Trieste chiede l’archiviazione del caso, una richiesta che suona come uno schiaffo per la famiglia, ma anche per chi da fuori osserva questa vicenda e fatica a comprendere come si possa chiudere una storia con così tante ombre. Chi ha ucciso Liliana Resinovic? Perché lo ha

fatto e soprattutto perché alcuni dettagli continuano a emergere solo a distanza di anni. Questo è solo l’inizio. Nella prossima parte entreremo ancora più a fondo nei rapporti personali, nei silenzi e nelle contraddizioni che circondano questa morte. Quando si parla di Liliana Resinovic c’è un aspetto che più di altri continua a creare fratture profonde tra ciò che viene raccontato ufficialmente e ciò che emerge scavando nei dettagli. Ed è il contesto umano fatto di rapporti personali complessi,

di equilibri fragili e di silenzi che col passare del tempo diventano sempre più assordanti. Liliana non viveva una vita semplice. Chi la conosceva davvero racconta di una donna sensibile, spesso combattuta, divisa tra il bisogno di affetto e una sensazione costante di inquietudine. Il matrimonio con Sebastiano Visintin non era sereno come poteva apparire dall’esterno. Non parliamo di liti eclatanti o di scene plateali, ma di una distanza emotiva che si era creata nel tempo. Due vite che condividevano lo stesso tetto, ma che

sembravano viaggiare su binari sempre più separati. Accanto a questo rapporto c’era quello con Claudio Sterpina, un legame che ha fatto discutere fin dal primo momento. Claudio non era un semplice conoscente, era una presenza costante, una figura di riferimento emotivo per Liliana, un uomo molto più anziano di lei, ma con cui condivideva confidenze, abitudini, momenti quotidiani. Non è un dettaglio da poco che l’ultima telefonata conosciuta di Liliana sia stata proprio lui. al marito, non ha un’amica, ma a Claudio.

Quella chiamata delle 8:22 diventa così una sorta di linea di confine tra il prima e il dopo. Liliana dice che arriverà in ritardo. Ma ritardo rispetto a cosa? Dove stava andando davvero? E soprattutto perché sentì il bisogno di avvisare proprio Claudio e non chiunque altro? Sono domande che restano sospese, perché a oggi non esiste una ricostruzione chiara degli spostamenti di Liliana dopo quella telefonata. Sebastiano Visintin, dal canto suo, ha sempre sostenuto di non sapere nulla, di essere uscito presto per lavoro, di non

aver avuto contatti con la moglie quella mattina, una versione che formalmente regge, ma che lascia comunque spazio a dubbi, perché in casi come questo non contano solo le parole, ma anche i vuoti. E i vuoti in questa storia sono tanti. Poi c’è il ritrovamento del corpo, il luogo scelto, il modo in cui Liliana è stata lasciata parlano una lingua precisa. Non è il linguaggio del caos o dell’improvvisazione, è qualcosa di studiato, di freddo. Avvolgere un corpo in più sacchi neri, sistemarlo in una posizione

rannicchiata, legare dei sacchi intorno al collo, non è un gesto istintivo, è un’azione che richiede tempo, lucidità e soprattutto la volontà di nascondere. E qui entra in gioco il tempo. Se Liliana è morta lo stesso giorno della scomparsa, come stabilito dalla nuova autopsia, significa che qualcuno ha avuto il controllo della situazione fin dalle prime ore. Qualcuno che ha deciso cosa fare del corpo, dove portarlo, come farlo ritrovare o forse come farlo dimenticare. In questo scenario il dettaglio dei €100.000

assume un peso enorme. Non parliamo di una cifra marginale, parliamo di un risparmio consistente che apre a un movente concreto. Chi sapeva dell’esistenza di quel denaro? Liliana ne parlava. Era un segreto custodito gelosamente o qualcosa di noto a pochi intimi. Il fratello Sergio ha dichiarato chiaramente che quei soldi non erano mai stati menzionati prima. Un fatto strano, quasi inquietante. Perché se esiste una somma così importante? Perché non emerge subito nelle indagini? Perché non viene

analizzata come possibile chiave di lettura del delitto? Ancora più delicato è il fatto che Sergio abbia fatto un nome in procura, un parente, una persona che secondo lui potrebbe essere coinvolta o quantomeno sapere più di quanto abbia mai detto. Non è una semplice accusa lanciata a caso. È la richiesta disperata di chi vuole rompere un muro di gomma, di chi sente che la verità è lì a portata di mano, ma continua a essere respinta. Eppure, nonostante queste dichiarazioni, tutto sembra fermo. Le analisi scientifiche

non proseguono, non vengono approfonditi i nuovi spunti, anzi la procura chiede l’archiviazione. Una decisione che appare incomprensibile a molti. Perché archiviare un caso in cui l’ipotesi di suicidio è stata smentita da un’autopsia così chiara? Perché fermarsi proprio ora? C’è chi parla di stanchezza investigativa, chi di mancanza di elementi sufficienti per individuare un responsabile. Ma la sensazione diffusa è un’altra. È quella di una verità scomoda, di un caso che rischia di toccare dinamiche familiari,

economiche e forse istituzionali troppo delicate. Nel frattempo il tempo passa e il tempo in queste storie è il peggior nemico della giustizia. I ricordi si affievoliscono, le tracce si perdono, le responsabilità si diluiscono. Ogni mese che passa senza una svolta rende più difficile arrivare a una verità piena. Liliana Resinovic però continua a essere lì nelle domande senza risposta, nei dettagli che non tornano, nei silenzi che pesano più delle parole. Non è solo un nome in un fascicolo, è una donna a

cui qualcuno ha tolto la vita e a cui forse si sta togliendo anche la possibilità di giustizia. Nella prossima parte parleremo proprio di questi silenzi, di chi ha parlato e di chi no, di contraddizioni emerse nel tempo e di elementi che messi insieme potrebbero raccontare una storia molto diversa da quella che c’è stata proposta finora. C’è un momento in ogni storia come questa in cui i fatti smettono di essere solo cronaca e iniziano a parlare di qualcosa di più profondo. Nel caso di Liliana Resinovic, quel momento arriva

quando si cominciano a osservare con attenzione i silenzi, le frasi non dette, le risposte mancate, perché a volte non è ciò che viene raccontato a fare la differenza, ma ciò che viene evitato con ostinazione. Uno degli aspetti più controversi riguarda proprio le testimonianze raccolte nei primi giorni dopo la scomparsa e poi dopo il ritrovamento del corpo. Testimonianze che a distanza di tempo mostrano crepe evidenti. Ricordi vaghi, versioni che cambiano, dettagli che sembrano sfumare invece di chiarirsi. È come se attorno

Liliana si fosse creata una nebbia, una zona grigia in cui tutto appare indistinto. Prendiamo ancora una volta la mattina del 14 dicembre. gli orari, le abitudini, i percorsi. Tutto dovrebbe essere stato analizzato al millimetro e invece ci si accorge che mancano certezze fondamentali. Non esiste una ricostruzione precisa degli spostamenti di Liliana dopo quella telefonata delle 8:22. Non sappiamo dove si sia diretta, con chi avrebbe potuto incontrarsi, né perché si trovasse ore o giorni dopo in

quel boschetto. E qui emerge un altro punto delicatissimo, il luogo del ritrovamento. L’area dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni non è un posto casuale, è un luogo carico di simboli, di storia, di isolamento. Non è facilmente visibile, ma allo stesso tempo non è irraggiungibile. Chi ha portato lì il corpo di Liliana conosceva bene la zona. Sapeva dove lasciare un corpo senza attirare subito l’attenzione, ma con la certezza che prima o poi sarebbe stato trovato. Questo dettaglio porta a una

considerazione inevitabile. Chiunque sia stato non era uno sconosciuto capitato lì per caso. Aveva un legame con la città, con i luoghi, forse anche con la vittima. E questo restringe il campo, anche se ufficialmente nessuno sembra volerlo ammettere. Altro nodo cruciale è il tempo intercorso tra la morte e il ritrovamento. Se Liliana è morta il giorno stesso della scomparsa, significa che il corpo è rimasto lì per settimane. Settimane in cui nessuno lo ha visto, nessuno lo ha segnalato. Un fatto che ha

dell’incredibile, ma che apre anche a un’altra ipotesi inquietante. E se il corpo non fosse stato lì fin dall’inizio, se fosse stato spostato in un secondo momento? Sono domande legittime che però non trovano spazio nelle versioni ufficiali, come se porsi certi interrogativi fosse scomodo, come se andare oltre una certa linea non fosse consentito. E poi c’è il comportamento delle istituzioni. La richiesta di archiviazione arriva come una doccia fredda. arriva proprio quando l’autopsia parla chiaro di violenza, di

percosse, di soffocamento. Arriva quando un possibile movente economico viene messo sul tavolo. Arriva quando un familiare indica un sospetto e chiede accertamenti. È difficile non vedere una contraddizione enorme in tutto questo. La famiglia di Liliana si ritrova così a combattere non solo contro il dolore, ma contro un sistema che sembra voler chiudere gli occhi. Sergio Resinović continua a chiedere verità, continua a esporsi, a parlare, a rischiare anche sul piano personale pur di non far cadere tutto nel silenzio. E questo, in

casi come questi, non è mai un dettaglio secondario. Un altro elemento che merita attenzione è il modo in cui la figura di Liliana è stata raccontata. Per molto tempo si è insistito sulla sua fragilità, sulle sue difficoltà, quasi a costruire il profilo di una donna predisposta a farsi del male. Un racconto che oggi appare quantomeno forzato, perché la fragilità non equivale a un desiderio di morte e soprattutto non giustifica le evidenze di una violenza subita. C’è una differenza enorme tra comprendere una

persona e usarne le debolezze per spiegare tutto in modo sbrigativo. E in questa storia quella linea sembra essere stata superata più volte. Più si va avanti più emerge una sensazione chiara. Qualcuno ha avuto interesse a semplificare, a ridurre tutto a una spiegazione che non richiedesse indagini lunghe, complesse, scomode. Ma la realtà è raramente semplice, soprattutto quando in gioco ci sono rapporti familiari, denaro e dinamiche emotive profonde. E così il caso di Liliana Resinovic resta lì, sospeso, non chiuso, non risolto. un

fascicolo che rischia di essere archiviato senza aver dato risposte alle domande più importanti, ma ogni dettaglio che emerge, ogni voce che continua a parlare dimostra che questa storia non è affatto finita. Nella prossima parte tireremo le fila di tutto quello che è emerso finora. Proveremo a capire cosa potrebbe accadere davvero, se esiste ancora una possibilità concreta di riaprire il caso e cosa significherebbe oggi arrivare finalmente a una verità. Arrivati a questo punto, una cosa diventa impossibile da

ignorare. Il caso di Liliana Resinovic non è fermo perché mancano gli elementi, ma perché quegli elementi non vengono spinti fino in fondo. È una differenza sostanziale che cambia completamente il modo di leggere questa storia. Qui non siamo davanti a un mistero insolubile, ma a un intreccio che qualcuno ha deciso di non sciogliere. Se mettiamo in fila tutto ciò che sappiamo, il quadro è chiaro e allo stesso tempo disturbante. Liliana scompare senza lasciare tracce evidenti. Viene ritrovata morta

settimane dopo in una posizione e in un contesto che parlano di una messa in scena. L’autopsia esclude il suicidio e conferma una morte violenta. Spunta un possibile movente economico importante. Un familiare indica un sospetto e nonostante tutto questo si arriva a una richiesta di archiviazione. È qui che nasce la domanda più scomoda. Cosa servirebbe ancora per andare avanti davvero? Quale elemento mancherebbe per giustificare un’indagine approfondita, strutturata, senza scorciatoie? C’è un

aspetto che spesso viene sottovalutato, ma che in casi come questo è centrale. Il fattore umano, le relazioni, le tensioni che si accumulano nel tempo e che a un certo punto possono esplodere. Liliana non viveva in una bolla, era inserita in una rete di rapporti complessi, fatta di affetti, dipendenze emotive, conflitti latenti. Pensare che tutto questo non abbia avuto alcun ruolo significa semplificare in modo quasi offensivo. Il denaro, poi è un catalizzatore potente. €100.000 Non sono un dettaglio trascurabile, sono

una cifra che può cambiare equilibri, accendere interessi, creare aspettative e soprattutto sono una cifra che, se davvero non era nota a tutti, può aver generato tensioni proprio nel momento in cui qualcuno ne è venuto a conoscenza. Un altro punto che merita attenzione è la tempistica. La morte avviene il giorno della scomparsa. Il corpo viene ritrovato molto tempo dopo. In mezzo c’è un vuoto enorme, un vuoto che non è stato riempito da indagini efficaci. Nessuna certezza sugli spostamenti,

nessuna prova definitiva su chi abbia visto Liliana per l’ultima volta, nessuna ricostruzione chiara delle ore finali della sua vita. Eppure, in altre indagini molto meno complesse si arriva a ricostruzioni dettagliate minuto per minuto. Qui no, qui tutto resta vago, sfumato, come se quella vaghezza fosse funzionale a qualcosa. C’è poi il tema della narrazione pubblica. Per mesi, anni l’idea che Liliana potesse essersi tolta la vita è stata ripetuta quasi come un mantra. Anche quando gli

elementi scientifici hanno iniziato a smentirla, quella narrazione ha continuato vivere a insinuarsi nei discorsi, nei titoli, nelle ricostruzioni. Perché cambiare versione costa fatica? Significa ammettere che si è sbagliato, che forse si è guardato nella direzione sbagliata per troppo tempo. Ma la giustizia non dovrebbe funzionare così. Non dovrebbe avere paura di correggersi. Non dovrebbe temere di riaprire un fascicolo quando emergono nuovi elementi. E invece in questa storia sembra che la parola fine

sia stata scritta prima ancora di leggere l’ultimo capitolo. Il fratello di Liliana lo sa, lo percepisce e per questo continua a parlare, continua a esporsi. Non è il comportamento di chi cerca visibilità, ma di chi sente che se smette di fare rumore tutto verrà sepolto definitivamente. È una battaglia impari. quella tra una famiglia e un apparato istituzionale, ma è anche l’unica strada possibile quando ci si sente traditi dalla mancanza di risposte. E allora la domanda diventa un’altra. Non chi ha ucciso Liliana, ma

perché non si vuole scoprirlo? Perché si preferisce lasciare tutto in una zona grigia dove nessuno è colpevole e nessuno è davvero innocente? una zona in cui la responsabilità si dissolve e il tempo fa il resto. La verità è che archiviare un caso come questo non significa chiuderlo, significa solo rimandarlo, perché le storie irrisolte tornano sempre, tornano sotto forma di nuove perizie, di testimonianze tardive, di dettagli che improvvisamente assumono un significato diverso. Tornano perché qualcuno, prima o poi parla o perché

qualcuno fa un errore. Liliana Resinovic oggi è il simbolo di tutte quelle vittime che rischiano di diventare numeri, pratiche, faldoni impolverati, ma dietro quel nome c’è una persona reale, con una vita vera, con paure, speranze, contraddizioni. Ridurre tutto a una soluzione comoda significa tradire quella vita una seconda volta. Siamo davvero sicuri che questa storia sia destinata a restare senza colpevoli? O siamo davanti a un caso che se solo lo si volesse, potrebbe ancora essere riaperto e riscritto da capo.

Nell’ultima parte tireremo una conclusione netta, senza giri di parole. Vedremo cosa potrebbe accadere da qui in avanti e cosa rischia di accadere se invece tutto verrà lasciato così com’è. Siamo arrivati all’ultimo punto, quello in cui non ha più senso girarci intorno. Il caso di Liliana Resinovic oggi è a un bivetto. Da una parte c’è la possibilità concreta di riaprire tutto e guardare finalmente in faccia ciò che finora è stato evitato. Dall’altra c’è il rischio altissimo che questa storia venga

definitivamente sepolta sotto una parola che suona burocratica, ma che pesa come una condanna, archiviazione. Se accadesse questo, non sarebbe solo una sconfitta per la famiglia di Liliana, sarebbe una sconfitta per chiunque creda che la verità non debba dipendere dalla comodità o dalla stanchezza di un’indagine. Perché qui non parliamo di un caso senza elementi, parliamo di un omicidio certificato, di un corpo che racconta una violenza subita, di un movente economico plausibile e di rapporti personali che non sono mai

stati chiariti fino in fondo. Chi sostiene che non ci siano prove sufficienti dovrebbe spiegare perché non si è voluto cercarle davvero, perché non si è scavato nei conti, nei rapporti, nei conflitti, perché non si è fatto quel passo in più che in altri casi viene fatto senza esitazione. È questo il nodo che resta stretto e che nessuno sembra voler sciogliere. Il rischio più grande è che il tempo faccia il suo lavoro sporco, che le persone coinvolte invecchino, che i ricordi si confondano, che le responsabilità si diluiscano fino

a sparire. È una dinamica già vista troppe volte e ogni volta lascia dietro di sé famiglie spezzate e una fiducia nella giustizia sempre più fragile. Liliana Resinovic non può più parlare, non può spiegare cosa stava vivendo, cosa temeva, cosa sapeva, ma il suo corpo ha parlato, le perizie hanno parlato, i dettagli emersi negli ultimi anni hanno parlato. Ignorare tutto questo non è neutralità, è una scelta precisa. C’è anche un altro aspetto che non va sottovalutato, l’opinione pubblica. Perché se una storia viene

raccontata per troppo tempo in un certo modo, diventa difficile cambiarne la percezione. Ammettere che si è sbagliato significa rimettere in discussione anni di narrazioni, titoli, commenti. Ma la verità non dovrebbe mai essere ostaggio dell’orgoglio o dell’abitudine. Oggi più che mai questo caso è una prova, una prova per le istituzioni, per la magistratura, per il sistema nel suo insieme. Dimostrare che si può tornare indietro, che si può dire abbiamo sottovalutato, dobbiamo approfondire

sarebbe un segnale forte. Il segnale è che la vita di una persona vale più della comodità di un fascicolo chiuso. Se invece tutto resterà così com’è, il messaggio sarà opposto. Sarà il messaggio che anche di fronte a un omicidio evidente si può scegliere di non scegliere, di lasciare le cose a metà, di convivere con il dubbio come se fosse accettabile. La famiglia di Liliana continuerà a chiedere verità, questo è certo e continuerà a farlo anche se dovesse restare sola. Ma non dovrebbe essere così. Una società sana

non lascia soli i familiari delle vittime, soprattutto quando le domande superano di gran lunga le risposte. E ora la domanda passa a noi, a chi ascolta, a chi guarda, a chi commenta. Siamo disposti ad accettare che una storia come questa finisca nel silenzio? Siamo disposti a credere che non ci sia altro da fare quando invece sappiamo che non è vero. Il caso di Liliana Resinovic non è chiuso, è sospeso e la differenza è enorme perché ciò che è sospeso può ancora cadere da una parte o dall’altra,

può precipitare nell’oblio o trovare finalmente un punto fermo. Se un domani emergerà un nuovo elemento, una testimonianza, un errore, qualcuno dirà che era tutto imprevedibile. Ma non sarà vero. I segnali ci sono già oggi, basta volerli vedere. E forse è proprio questo il senso di continuare a parlarne, non per spettacolarizzare il dolore, ma per impedire che venga normalizzato, per ricordare che dietro ogni nome c’è una persona e che ogni verità mancata è una ferita che resta aperta. M.

Related Posts

Samira Lui in diretta: il vestito “si apre” inaspettatamente, il pubblico rimane a bocca aperta

Samira ha rubato la scena durante una serata evento che ha riportato la TV indietro nel tempo, lasciando il pubblico a bocca aperta. Con un abito rosso…

“Fanno parte di una setta”: il caso choc che sta sconvolgendo i social

Uп dramma familiare ha scosso l’Italia: dυe bambiпi di 9 e 4 aппi soпo stati alloпtaпati dai geпitori iп Toscaпa, accυsati di gravi careпze edυcative e saпitarie….

Crans-Montana, la svolta dall’Italia: la decisione dopo l’arresto di Jacques Moretti

L’υscita è avveпυta loпtaпo da occhi e flash, dal retro dell’aυstero palazzo giυdiziario di Sioп. Dopo oltre sei ore e mezza di iпterrogatorio, Jacqυes Moretti, titolare del…

Studentessa padovana scomparsa da 5 giorni, maxi mobilitazione per le ricerche

Soccorso alpino Veneto, Vigili del fuoco, Protezione civile e forze dell’ordine stanno cercando nella zona di Teolo (Padova) Annabella Martinelli, 22 anni, studentessa di Giurisprudenza iscritta all’Università di Bologna,…

Vigilante muore di freddo, controllava di notte i cantieri delle Olimpiadi: il termometro segnava -12

Solo, iп υп gabbiotto riscaldato coп υпa stυfetta, coп temperatυre oltre dieci gradi sotto lo zero. Così la пotte tra il 7 e l’8 geппaio è morto…

 CRANS-MONTANA SOTTO SHOCK: “Jessica Moretti è la figlia di…” – La scoperta tragica sul Constellation gela tutti

Craпs-Moпtaпa è scoпvolta dal dramma: пella пotte di Capodaппo υп iпceпdio devastaпte al clυb Coпstellatioп ha caυsato almeпo 47 morti. Jessica Moretti, proprietaria del locale, è iп…

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *