LILIANA RESINOVICH SHOCK: “SONO STATO IO…” IL TRAGICO ARRESTO DI QUESTA MATTINA

L’aria di Trieste a fine giornata si fa più dolce, ma non meno pesante. Nelle strade che circondano il Palazzo di Giustizia e il brusio si attenua fino a spegnersi del tutto. Lì, davanti al portone massiccio, esce un uomo che porta addosso 80 anni e una verità terribile. Claudio Sterpin avanza con passo lento, preciso, come se ogni movimento fosse studiato per non far cadere neppure un pensiero dalla sua testa. La sua giacca chiara è perfetta, il nodo della cravatta tirato fino in fondo. Solo il bastone che picchia sul

pavimento ritmicamente rivela che la sua forza non è più quella di un tempo. Lo sguardo però, quello non vailla. Attorno a lui qualche giornalista prende appunti. Altri sistemano l’obiettivo della telecamera cercando di immortalare ogni piega del suo viso, ogni minima reazione. Hanno ascoltato ore di domande e risposte, ore in cui Sterpin ha ripetuto con una calma ostinata ciò che sostiene da mesi. La sua versione non cambia mai. Una donna come Liliana non può essersela fatta da sola quella fine.

Qualcuno l’ha portata via nella notte, più di uno secondo lui. Parole scandite senza rabbia, senza teatralità, con un tono che ti entra in testa e ti obbliga a credere che non stia inventando nulla. Il marito della donna, Sebastiano Visintin, è rimasto a distanza, una figura muta. Ha portato la bicicletta a mano fino all’ingresso, come se quel semplice gesto potesse dire chi è davvero. Si è voltato una sola volta prima di scomparire nell’aula. Gli occhi bassi, le spalle rigide, quel silenzio

che non rivela, non spiega. Non consola. Il boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni Ora non è più solo un pezzo di natura trascurata, è una ferita aperta. È il luogo dove Liliana Resinovic è stata trovata dentro due sacchi neri come un rifiuto che nessuno voleva vedere. Gennaio 2022. Freddo, gelo, silenzio. Quel terreno impregnato d’umidità conserva segreti che nessuno vorrebbe scoprire. Lì gli esperti hanno scavato nelle foglie, nella terra, nelle ossa. L’antropologa

forense, chiamata dalla procura, ha messo fine all’ipotesi più comoda di tutte. Non è stata lei a togliersi la vita. Quello è stato un colpo deciso, una violenza esterna, un gesto voluto, un ramo spezzato, impronte che non appartengono a lei, tracce di uno spostamento fatto al buio da chi conosceva bene quella zona. Non un’improvvisazione, non un momento di panico. Qualcuno ha agito, qualcuno ha deciso e quel qualcuno ancora oggi respira e cammina indisturbato. Nel tribunale davanti giudici e avvocati sono sfilate storie e

ricordi. Le foto di un’amicizia che per molti era quasi misteriosa. Carnevale del 2003. Sterpin sorride in costume. Accanto a lui Liliana con quegli occhi sempre un po’ malinconici anche quando sorrideva. Capodanno 2013. Un tuffo nel mare gelido di Barcola. Immagini piene di complicità, tenerezza, un rapporto che in pochi riuscivano a definire. Erano solo amici o forse qualcosa in più, qualcosa che loro due non hanno mai avuto bisogno di spiegare. Cinque hard disk conservati quasi come reliquie.

File cancellati, dati criptati, messaggi recuperati con software forensi, frammenti di una comunicazione intensa, segreta, a volte codificata. Una notte, un messaggio breve. Ci vediamo domani, l’ultimo prima della scomparsa. Parole che oggi sembrano quasi una condanna. Molti si sono chiesti perché Liliana cercasse conforto da un uomo molto più anziano, perché non confidò mai nulla ai suoi cari. Perché tutto quel legame si consumava nell’ombra. Domande che sterzano tra il sospetto e la pietà. Chi

la conosceva davvero non riesce a capire. Eppure è chiaro che qualcosa bollisse sotto la superficie della sua vita apparentemente tranquilla. Nel corridoio del tribunale, poco prima dell’udienza, gli sguardi di Visintin e Sterpin si sono incrociati per un attimo. Una frase detta a voce bassa dal marito. Rispetto per Liliana. Niente di più. Claudio è rimasto impassibile, non ha risposto, ha solo atteso. Forse ha voluto dire con quel silenzio che il rispetto non basta se non si accompagna alla verità. Davanti ai giudici,

Sterpina ha parlato con una lucidità che ha spiazzato molti, ha elencato tutte le sue dichiarazioni precedenti, ha chiarito cosa ha visto con i suoi occhi e cosa invece ha saputo per vie indirette. ha risposto a tutto con calma. Nemmeno un secondo di confusione, nemmeno una frase fuori posto, come se avesse ripassato ogni parola nelle notti insonni di questi ultimi anni. Gli avvocati di Visintin tentano di spostare il focus altrove. Troppe telecamere su Sterpin, troppe attenzioni su quel rapporto. Cercano un’altra pista, un

movente diverso da quello sentimentale. Il cerchio delle ipotesi si allarga. Chi potrebbe aver avuto un interesse a far sparire Liliana? Soldi, gelosie, vendette? Oppure una persona che non figura in nessun atto, ma che alleggia dietro ogni dubbio. E allora la domanda diventa inevitabile. Quante chat mancano all’appello? Perché alcuni dati sono stati cancellati? Chi ha strappato quel biglietto nascosto nel diario? E perché nella cantina di casa Visintin c’erano oggetti che non avrebbero mai dovuto

essere lì? Nessuno risponde, nessuno sa o forse nessuno vuole parlare. Non mancano voci e pettegolezzi. Un falò sulla spiaggia di Barcola, una danza lenta durante una festa di paese, incontri all’alba nei boschi. Qualcuno sostiene di aver sentito Sterpin dire a un amico che Liliana era la sua ultima luce. Altri giurano che tra loro non ci fosse nulla di scandaloso, solo affetto. Ogni testimone ha una versione diversa. Ognuna potrebbe essere vera, ognuna potrebbe essere falsa. La mattina del 14

dicembre 2021 inizia come tante altre. Liliana si sveglia presto, ha in mente i soliti impegni. Deve passare prima al centro Wintre di via Battisti per sistemare alcune faccende legate al suo cellulare. Poi andrà da Claudio, come ogni martedì, una routine tranquilla, quasi domestica, una telefonata veloce alle 8:30, una voce normale, nessuna ansia percepibile, nessun indizio di un pericolo imminente e da quel momento il buio. Liliana non arriva mai a casa di Sterpin. Il telefono smette di squillare. La sua presenza si dissolve

come se una porta si fosse chiusa dietro di lei e nessuno potesse più riaprirla. Claudio aspetta invano, non sa cosa pensare, poi inizia la ricerca. Una ricerca che da subito assume un sapore strano, troppo veloce, troppo allarmata, troppo disperata per una donna che, almeno ufficialmente non aveva alcun motivo per svanire. Il matrimonio tra Liliana e Sebastiano viene analizzato. Lui è taciturno, abitudinario. Due giorni a settimana sparisce nel suo laboratorio. Un hobby per molti, una passione per lame e coltelli, dicono,

una distrazione o forse un modo per stare lontano dalla realtà. Una coincidenza inquietante però, emerge dalle carte. Proprio in quelle ore, secondo i consulenti, sarebbe avvenuto l’omicidio. Quella mattina, quella fascia oraria, proprio mentre lui non era in casa. Sterpin dichiara che Liliana si era riavvicinata a lui circa 4 mesi prima. Una compagnia, un rifugio emotivo. Il martedì diventava il loro giorno. Lei lo aiutava a sistemare la casa. A volte portava la spesa, pranzavano insieme, poi andavano al

cimitero, una visita alle tombe dei loro cari, un gesto che in apparenza è pieno di dolcezza, ma che a ripensarci oggi appare come un rituale intriso di malinconia. Due persone che cercavano di colmare un vuoto che nessuno attorno sembrava vedere. La procura indaga sulle loro comunicazioni. Circa 600 messaggi scambiati in pochi mesi, alcuni scritti con un linguaggio criptato, nomi in codice, simboli, allusioni, precauzioni che fanno pensare a qualcosa che andava protetto, qualcosa che non doveva essere

scoperto. Perché tutto questo segreto, se loro era solo un affetto innocente? Che cosa temeva Liliana? e da chi si stava nascondendo. Chi la conosceva parla di una donna generosa, sensibile, con una vita ordinaria e priva di zone d’ombra. Eppure, negli ultimi tempi, qualcosa in lei era cambiato, una tensione nuova, un nervosismo che affiorava nei piccoli gesti, evitava alcuni parenti, rispondeva meno ai messaggi del marito. Qualcuno ha raccontato che i suoi occhi tradissero una paura che non sapeva confessare.

Sterpin sostiene che Liliana volesse sentirsi libera, che cercasse uno spazio tutto suo, lontano da una quotidianità che forse la stava soffocando. Ma questa spiegazione regge fino a un certo punto. Perché nessuno aveva mai saputo davvero di loro due? Perché lui stesso ha mantenuto quel legame nel silenzio? Perché Liliana non si confidava con la sorella, con gli amici più stretti, con nessuno? Quando il corpo viene trovato, le autorità non possono più fingere che si tratti di una donna scappata

volontariamente. Due sacchi neri chiusi male, braccia piegate innaturalmente. Nessuno si avvolge da solo in quel modo. Nessuno sceglie di morire al buio tra sterpaglie e rami secchi. Da quel momento la parola suicidio si incrina e cade a terra come un vetro che non puoi più aggiustare. Il fratello di Liliana, Sergio, non ha mai avuto dubbi. Per lui è sempre stato omicidio. È lui che spinge la procura ad ascoltare Sterpin in incidente probatorio. Vuole congelare le parole di quell’uomo nel fascicolo

del tribunale. Vuole che nessuno possa più modificarle in futuro. Per lui e per i familiari Claudio non è un testimone qualsiasi, è l’ultimo ad averla sentita. è colui che conosceva la sua verità emotiva. È il punto di riferimento di una donna che stava cercando un nuovo inizio. Molti si chiedono se Liliana avesse paura di qualcosa, se magari avesse confidato al suo amico un segreto che l’angosciava, se avesse percepito un pericolo reale, un pericolo vicino, una persona pronta a crollare su di lei come

un macigno. Una frase recuperata da uno dei cellulari potrebbe essere la chiave di tutto. Ci vediamo domani, un messaggio semplice. Ma chi era il domani di Liliana? Una promessa o una minaccia? C’è un aspetto che inquieta gli investigatori. Sebastiano era in laboratorio proprio nelle ore in cui, secondo gli esperti, è avvenuto l’omicidio. Un caso quasi perfetto, troppo perfetto. Lui nega ogni coinvolgimento, ma il sospetto cresce e fa rumore. Quando si parla di un matrimonio in crisi, tutti si affrettano

a fornire interpretazioni. C’è chi lo difende, sostenendo che tra loro non ci fosse alcuna tensione, che Sebastiano sia un uomo silenzioso ma affezionato, che Liliana fosse serena al suo fianco. Altri invece ipotizzano che lei avesse preso la decisione di cambiare vita, che avesse già scelto una nuova via, forse accanto a Sterpin. Un’ipotesi che spaventa e che potrebbe essere diventata il movente di una tragedia. Chi conosce il mondo dei rapporti usurati sa che spesso le verità più dolorose si

nascondono dietro i piccoli gesti, dietro le routine, dietro un sorriso che nasconde un tremito. Il martedì era un appuntamento fisso, un appuntamento che quel giorno è diventato un buco nero. Liliana non arriva mai e forse proprio in quel vuoto si nasconde la risposta che tutti cercano. Quando il corpo di Liliana viene rinvenuto, Trieste si blocca. Due sacchi neri nascosti tra rami e foglie umide, il volto tumefatto, le mani immobili, la vita cancellata senza pietà, un’immagine che nessuno

dimenticherà mai, una scena che non appartiene alla città di carta che molti conoscono, quella dei caffè eleganti e dei tramonti rossi sul mare. No, questa è la Trieste delle ombre, della paura, del tradimento, la Trieste che nessuno vorrebbe raccontare. Gli investigatori attraversano quel bosco come se stessero camminando su un campo minato. Ogni passo potrebbe nascondere un indizio. Ogni dettaglio potrebbe suggerire la dinamica dell’orrore. Ma il gelo di quei giorni non aiuta. La terra è dura, le

foglie scivolose, il buio cala presto, i resti raccontano più di quanto avrebbero dovuto. Non c’è nessuna traccia che rimandi a una caduta accidentale. Non c’è segno di una scelta volontaria. Una mano ha guidato tutto, una mano ha confezionato quell’orrore, come si chiude un pacco da buttare. Il primo a essere ascoltato è proprio Sterpin. Lui non si sottrae alle domande, non ha mai cercato scuse né vie di fuga. Racconta ciò che sa dall’inizio senza cambiare una virgola, ma ciò che ripete ha il

potere di dividere chi ascolta. Per alcuni è la prova vivente della verità, per altri potrebbe essere un uomo che si aggrappa a una narrativa per mantenere in vita il proprio ruolo nell’ultimo capitolo di Liliana. La verità però non si trova nei pettegolezzi, si trova nei dati, nei reperti, negli esami che hanno tolto ogni possibile alibi alla pista del suicidio. L’antropologa forense, chiamata dalla procura, ha ricostruito la posizione del corpo, ha osservato la disposizione degli arti, ha analizzato

le lesioni ossee. La conclusione è una sola. Liliana è stata colpita con un’energia e una precisione incompatibili con un gesto autoinflitto. Il corpo è stato spostato, il suo respiro strappato da qualcuno che la conosceva. E allora chi? Chi l’ha portata lì nel cuore della notte? Chi l’ha messa in quei sacchi? Chi ha pensato che quel bosco potesse nascondere per sempre la verità? Una persona sola non basta secondo Sterpin. Due sarebbero già in difficoltà. Il trasporto di un corpo in erme richiede

forza, sangue freddo e conoscenza del terreno. Non si improvvisa, non si organizza in pochi minuti. Chi ha compiuto tutto questo sapeva dove andare, sapeva come farlo, sapeva che non sarebbe stato visto. Gli investigatori scavano nella vita privata di Liliana, i suoi amici, i suoi familiari, i rapporti con il marito, con l’amico speciale. Tutti vengono osservati con lente di ingrandimento. Ogni parola diventa un potenziale indizio. Ogni ricordo un possibile inganno. E in questa ricerca malata di

motivi le fotografie assumono un ruolo più importante di quanto si immaginasse. Immagini scattate in 20 anni di conoscenza, sorrisi che oggi sembrano gridare qualcosa che nessuno ha saputo leggere. Ci sono quegli scatti in cui Liliana guarda Claudio come ci si guarda tra persone che non hanno bisogno di parlare e poi ci sono le telefonate, le chat, messaggi criptati che parlano di incontri da non rivelare, codici che solo loro comprendevano. Chi era davvero Liliana in quei mesi, una donna in fuga

da qualcosa? o una donna che voleva finalmente vivere, o più terribile ancora, una donna che aveva capito troppo, una donna che aveva scoperto un segreto che non doveva toccare. Quando nell’incidente probatorio si arriva al capitolo finale delle domande, l’aria diventa irrespirabile. Gli avvocati della difesa di Visintin cercano di smontare la credibilità di Sterpin, lo incalzano con dubbi, lo pungolano con insinuazioni. Perché lei non ti ha mai parlato di mettere fine al matrimonio? Perché tenevate nascosto tutto? Perché i

messaggi erano cifrati? Lui ascolta, risponde, resta impassibile, dice di aver voluto solo proteggerla. Dice di non aver mai pensato di farle del male. Dice che Liliana cercava conforto e lui gliel’ha dato. Eppure queste parole non bastano. Nel frattempo la città ascolta i bar. Le case, le piazze, ogni tavolo diventa un luogo di discussione. C’è chi accusa l’amico, c’è chi accusa il marito, c’è chi non accusa nessuno, ma sente il gelo della paura avvolgergli la schiena ogni volta che passa davanti a

una strada poco illuminata. Tutti avvertono la sensazione che Liliana non fosse una vittima casuale, che qualcosa l’abbia incastrata in una rete da cui non ha saputo liberarsi. La figura del marito resta immobile. Mai una parola fuori posto, mai un commento fuori dal copione del dolore controllato. Ma proprio questa compostezza per molti diventa sospetta. È possibile che un uomo che perde la moglie in questo modo resti tanto freddo. È possibile che non faccia domande, che non urli la sua innocenza, che non provi a scavare anche

lui? I sospetti avanzano, lenti ma implacabili. E poi ci sono i dettagli. quei dettagli che ti svegliano la notte perché sai che non possono essere solo coincidenze. Il laboratorio di coltelli, gli orari perfettamente combacianti, la distanza emotiva che molti hanno notato dopo la scomparsa, il suo continuo silenzio sul loro passato recente, elementi che costruiscono un quadro più scuro di quello che lui vorrebbe far credere. Sterpin, dal canto suo, si definisce solo un vecchio che ha amato un’amicizia in ritardo, ma i magistrati

vogliono di più, vogliono sapere, vogliono capire se quella relazione abbia alimentato una gelosia, se abbia spinto qualcuno a togliere Liliana di mezzo. Le porte del tribunale si spalancano puntuali la mattina del 24 giugno. L’aria è densa di curiosità, di attese, di sospetti che si attaccano ai muri come polvere umida. I cronisti affilano le domande, ma sanno che oggi non otterranno nessuna verità immediata. Oggi si cristallizzano parole, non si sciolgono nodi. Oggi Sterpin torna a raccontare tutto ciò che ha già detto,

perché nulla possa più essere modificato. Davanti a lui l’aula bunker, pareti grigie, luce tagliente, microfoni pronti a catturare ogni vibrazione della voce. Il giudice osserva impassibile, come se fosse abituato a storie di morte e tradimento. Gli avvocati della difesa tra una pagina e l’altra analizzano ogni sillaba dell’uomo che hanno davanti. Vogliono farlo inciampare, vogliono dimostrare che qualche parte del suo racconto non torna. Masterpin li delude con la stessa calma glaciale di chi ha

ripassato la propria memoria 100 volte. Dall’altra parte, seduto come una statua Sebastiano Visintinna. Le mani strette tra loro, lo sguardo basso, nessuna emozione in superficie. Il suo volto sembra di marmo. Ma cosa succede al di sotto? Cosa prova un uomo accusato di aver ucciso la moglie? Paura, vergogna, rabbia o niente? Il mistero non riguarda solo Liliana, ora riguarda anche lui. È un marito devastato o un assassino che recita? Quella maschera di compostezza ha reso difficile distinguere la

sofferenza dalla difesa. I parenti di Liliana sono seduti in silenzio, un silenzio che pesa più di ogni urlo. Non cercano spettacoli, non cercano gossip, vogliono giustizia e basta. Ogni frase che passa attraverso quell’aula è per loro una stilettata. Ogni dettaglio una ferita che torna a sanguinare. Ogni ricordo dell’ultimo giorno rievoca immagini che nessuno dovrebbe conservare nella memoria. Poi arrivano le prove, le fotografie scattate nella cantina, immagini che nessuno di noi vorrebbe

vedere, ma che la giustizia deve affrontare senza tremare. I bidoni neri, enormi, appoggiati al muro umido, dentro resti di vestiti, di ossa, di sangue. Sullo schermo compare la borsa di Liliana piegata, il fular ancora macchiato, gli orecchini a lobo rimasti sulla pelle fino all’ultimo respiro. Nessuno può più sostenere che lei se ne sia andata da sola. Nessuno può più giocare con l’ipotesi del gesto disperato. Perché tutto questo? Perché quella scena? Perché un sotterraneo? La domanda risuona nell’aula come un eco

che nessuno riesce a fermare. Un sotterraneo è un posto dove si seppelliscono segreti, dove si tenta di confinare l’orrore lontano dagli occhi del mondo, dove ci si illude di cancellare le prove. Ma l’umidità, la muffa, la terra hanno una memoria più affidabile delle persone. Non dimenticano, non perdonano. La consulenza forense conferma che quelle tracce risalgono a poco dopo il giorno della scomparsa. Non un errore di datazione, non un falso collegamento, un passaggio logico. Liliana è stata nel bosco solo dopo

essere stata nella cantina. Il percorso della morte è ormai chiaro. Prima la violenza, poi l’occultamento provvisorio, poi il trasferimento nel bosco, un rituale macabro che presuppone più fasi, più mani, più mente. Ed ecco che il sospetto del complice torna a farsi largo. Visintin avrebbe potuto fare tutto da solo. Forse sì o forse no. Un corpo da sollevare, sacchi da trascinare, una scena da ripulire, una cantina da riordinare, spostamenti precisi nel cuore della notte, un piano che non sembra frutto di un raptus, un

piano che puzza di premeditazione. Gli inquirenti parlano di un profilo genetico maschile sconosciuto rinvenuto su alcune fibre. una seconda presenza, qualcuno che non appartiene alla cerchia stretta o qualcuno che appartiene ad essa fin troppo, una figura ancora senza nome, una persona che ha toccato ciò che doveva restare intoccabile e questa persona è ancora libera. In una registrazione ambientale presentata in aula si sente un respiro strozzato, un lamento breve, rumori di qualcosa trascinato sul pavimento, non si vede

nulla, ma l’audio parla fin troppo. Qualcuno fa il possibile per non lasciare Liliana respirare ancora. È un istante che basta a far venire la pelle d’oca a tutti i presenti. Gli investigatori illustrano il lavoro di sorveglianza fatto intorno al palazzo dove viveva la coppia. Strane luci in cantina a notte fonda, rumori metallici, una porta che si apre e si chiude più volte, un giro di chiavi, una bicicletta che scende le scale e poi risale, testimoni che non hanno avuto il coraggio di denunciare subito ciò che

vedevano, perché la paura quando ti tiene in ostaggio non lascia spazio alla giustizia. Nella memoria di Liliana però qualcosa sembra sopravvivere. Un diario, pagine logore, parole che non trovano più la loro voce. C’è un pensiero appuntato male che dice di sentirsi soffocare, che parla di segreti che la circondano come un’ombra, che racconta un malessere che nessuno aveva capito o che nessuno aveva voluto ascoltare. Una donna che aveva perso la tranquillità nel posto in cui avrebbe dovuto sentirsi

più al sicuro. La sua casa. Tra i faldoni compare anche una teoria che fa tremare le mani. Liliana voleva fuggire. Claudia e lei avrebbero parlato di una nuova vita. di un cambio di rotta, forse anche di un trasferimento, un sogno fragile che qualcuno ha schiacciato con brutalità. La paura di essere lasciato, la paura di perdere il controllo, la paura di dover ammettere un fallimento. Il movente più antico del mondo potrebbe nascondersi proprio qui. La città sembra trattenere il respiro ogni volta che si

parla di Liliana Resinovic. Trieste non è più solo una cartolina di vento e mare, è diventata un luogo che custodisce un segreto crudele. Il nome di Liliana attraversa i vicoli come un sussurro e ogni persona che ha incrociato la sua storia sente il bisogno di capire di dare un senso a qualcosa che un senso non ce l’ha. La verità è ancora in movimento, una verità che striscia tra faldoni e testimonianze, tra memoria e paura. Ma chi era davvero Liliana? una donna che fino a quel maledetto dicembre conduceva

una vita che a molti sembrava normale, lavoro, casa, marito, qualche amico fidato, una vita che non attirava attenzioni, che non faceva rumore. Eppure dietro quella normalità c’era una tensione sotterranea, uno scontro silenzioso che forse nessuno ha voluto vedere. Quando qualcuno cerca di cambiare strada alla sua vita, spesso lo fa senza fare rumore e quel silenzio può diventare un’arma in mano a chi è disposto a farla finita con ogni possibilità di cambiamento. Gli inquirenti si chiedono cosa sia davvero

successo nelle ultime settimane di Liliana. Le sue chat con Sterpin mostrano un legame forte, un’intesa che non era figlia del caso. Non erano solo messaggi casuali, c’era un filo che li univa. Martedì dopo martedì, incontro dopo incontro, riservatezza dopo riservatezza. Lui la guardava con affetto, lei lo cercava. due solitudini che si erano trovate, ma qualcuno troppo vicino a quel legame non voleva accettarlo. Il pubblico ministero, nei documenti depositati in tribunale punta il faro proprio su quella parte nascosta

della vita della donna. Ogni parola di Sterpin è stata analizzata come se contenesse una chiave. Anche il più piccolo gesto tra loro è diventato un frammento utile a tratteggiare lo stato d’animo di Liliana. paura, speranza, desiderio di libertà. E proprio nel momento in cui stava per cambiare rotta, qualcuno le ha tolto la voce. I familiari ricordano Liliana come una persona buona, fragile nella sua semplicità, capace di dare tanto, ma incapace di difendersi davvero. Non aveva mai fatto del male a nessuno,

perché qualcuno avrebbe dovuto farlo a lei. Questo resta il punto che lacera il cuore di chi la conosceva. Nessuno riesce a immaginare un motivo legittimo, perché un destino simile non lo merita nessuno. Eppure un motivo c’è, anche se ancora non è stato pronunciato in aula. Il movente è il vero mostro che tutti cercano. Gelosia, controllo, rabbia, denaro, orgoglio ferito, una combinazione di tutto questo, un’esplosione emotiva con un piano alle spalle. Gli investigatori non escludono niente. Ogni sceneggiatura presenta una

logica terribile. Ogni dinamica trova un posto possibile in quei giorni. Il marito Sebastiano resta il sospettato numero uno. Lo è da mesi, lo sarà ancora per molto. Le prove accumulate fino a qui puntano con ostinazione nella sua direzione, le contraddizioni del suo racconto, le tracce nella sua cantina, la freddezza degli atteggiamenti, le tempistiche perfette non bastano a condannare, ma bastano a inquietare. Una persona che ha condiviso la vita con Liliana per 30 anni dovrebbe sentirsi travolta dal dolore. Invece lui appare

imperturbabile, non piange davanti alle telecamere, non si spacca in due quando sente pronunciare il nome della moglie. Forse il dolore si manifesta in modi differenti per ognuno o forse non c’è dolore, ma paura di essere smascherato. La linea che divide queste due interpretazioni è sottile come un capello e ancora nessuno sa su quale lato si trovi la verità. Sterpin, con i suoi occhi stanchi, sembra l’unico a voler gridare, ma non grida. La sua voce resta bassa, ferma, non vuole spettacoli. Vuole solo che Liliana sia

ricordata per ciò che era, non per come è stata ritrovata. Lui continua a sostenere che la donna si sentiva in pericolo, che cercava un rifugio, che non era più serena in casa sua. Alcuni lo accusano di cercare un ruolo da protagonista, ma chi lo ha ascoltato con attenzione sa che sotto la sua compostezza c’è la disperazione di chi ha perso una persona cara senza potersi congedare. Gli inquirenti, nel frattempo, proseguono con le perizie. Analisi di fibre tessili, impronte, DNA, tracciati telefonici,

camere di sorveglianza. Nessuna briciola deve andare perduta. Ogni dettaglio può ribaltare l’intera indagine. In particolare, il profilo genetico sconosciuto trovato insieme ai resti della donna è un tarlo che non smette di mordere. Chi è quell’uomo? Qual è il suo ruolo? Dov’è ora? Perché non compare da nessuna parte? Questa presenza fantasma potrebbe essere la chiave che apre la gabbia di tutti i sospetti o potrebbe essere un depistaggio, un frammento casuale. Nessuno ha ancora una risposta.

Il caso Resinovic non è un’indagine come le altre, è un dramma fatto di silenzi, un mosaico dove mancano ancora tanti pezzi. Ogni volta che sembra emergere un quadro più nitido, una nuova ombra spunta a confondere la visione. Ogni volta che sembra di essere vicini alla verità, la verità si allontana di tre passi. A chi è rimasto a piangere Liliana non resta che aspettare che quel puzzle venga ricomposto un giorno con pazienza e ostinazione.

Related Posts

Samira Lui in diretta: il vestito “si apre” inaspettatamente, il pubblico rimane a bocca aperta

Samira ha rubato la scena durante una serata evento che ha riportato la TV indietro nel tempo, lasciando il pubblico a bocca aperta. Con un abito rosso…

“Fanno parte di una setta”: il caso choc che sta sconvolgendo i social

Uп dramma familiare ha scosso l’Italia: dυe bambiпi di 9 e 4 aппi soпo stati alloпtaпati dai geпitori iп Toscaпa, accυsati di gravi careпze edυcative e saпitarie….

Crans-Montana, la svolta dall’Italia: la decisione dopo l’arresto di Jacques Moretti

L’υscita è avveпυta loпtaпo da occhi e flash, dal retro dell’aυstero palazzo giυdiziario di Sioп. Dopo oltre sei ore e mezza di iпterrogatorio, Jacqυes Moretti, titolare del…

Studentessa padovana scomparsa da 5 giorni, maxi mobilitazione per le ricerche

Soccorso alpino Veneto, Vigili del fuoco, Protezione civile e forze dell’ordine stanno cercando nella zona di Teolo (Padova) Annabella Martinelli, 22 anni, studentessa di Giurisprudenza iscritta all’Università di Bologna,…

Vigilante muore di freddo, controllava di notte i cantieri delle Olimpiadi: il termometro segnava -12

Solo, iп υп gabbiotto riscaldato coп υпa stυfetta, coп temperatυre oltre dieci gradi sotto lo zero. Così la пotte tra il 7 e l’8 geппaio è morto…

 CRANS-MONTANA SOTTO SHOCK: “Jessica Moretti è la figlia di…” – La scoperta tragica sul Constellation gela tutti

Craпs-Moпtaпa è scoпvolta dal dramma: пella пotte di Capodaппo υп iпceпdio devastaпte al clυb Coпstellatioп ha caυsato almeпo 47 morti. Jessica Moretti, proprietaria del locale, è iп…

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *