LILIANA RESINOVICH SHOCK: “SCOPERTA LA BOTOLA SEGRETA…” IL TRAGICO COLPO DI SCENA IN DIRETTA

C’è un dettaglio che per anni è rimasto lì sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno avesse davvero il coraggio di guardarlo fino in fondo. Un dettaglio piccolo, quasi banale, un messaggio di poche lettere inviato la mattina stessa in cui Liliana Resinović è uscita di casa per non fare più ritorno. Era il 14 dicembre 2021 e quel messaggio apparentemente innocuo, oggi pesa come un macigno. Tre lettere Kang seguite da tre puntini. Un saluto che allora sembrava solo affettuoso e che oggi viene analizzato con la freddezza della

tecnica forense, parola per parola, simbolo per simbolo, come se dentro quelle lettere ci fosse nascosta una verità che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di affrontare. Quel messaggio lo manda Claudio Sterpin, l’uomo che per Liliana non era solo un amico. Gli esperti incaricati di studiare il linguaggio privato tra i due parlano di un codice intimo, costruito nel tempo, fatto di abbreviazioni, frasi spezzate, parole in dialetto triestino, numeri e sigle che per chi non era dentro quel rapporto risultavano incomprensibili, ma

per chi li ha analizzati con metodo, quelle sigle raccontano qualcosa di preciso. non è una parola casuale, è un modo per dire buongiorno amore mio, un saluto tenero, quotidiano, da coppia e proprio lì sta il punto. Quella mattina Claudio scrive Liliana come si scrive a qualcuno che si ama e che si aspetta di vedere, ma Liliana non risponde. Da quel momento in poi il silenzio. Liliana ha 63 anni, è in pensione, vive a Trieste con il marito Sebastiano Visintin. La mattina del 14 dicembre esce di casa

intorno alle 8:30. Indossa abiti leggeri, non porta con sé il cellulare, non ha documenti, non ha soldi. Un’uscita che non ha nulla di programmato, nulla di pratico. Claudio prova a chiamarla, le scrive, insiste, nessuna risposta. Quel vuoto improvviso diventa assordante. Per giorni, per settimane, non si sa nulla di lei. Poi il 5 gennaio 2022 il corpo viene ritrovato in un boschetto vicino all’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. Liliana è rannicchiata in posizione fetale, chiusa dentro due sacchi neri.

Una scena che lascia senza parole e che apre una ferita che ancora oggi non si è rimarginata. Per molto tempo si è parlato di suicidio, una spiegazione comoda, rapida, che però non ha mai convinto davvero chi conosceva Liliana e soprattutto non ha mai convinto Claudio. Lui fin dall’inizio ha detto una cosa chiara: Liliana non si sarebbe mai tolta la vita. Non era una donna fragile, non era depressa, non era alla fine di un percorso, al contrario stava progettando un cambiamento. E qui tornano a galla

quei messaggi, quelle frasi scritte nei giorni precedenti alla scomparsa che oggi assumono un peso completamente diverso. Il 12 dicembre Liliana manda Claudio una foto. È un biglietto con scritto perché ti voglio bene subito dopo un’altra sigla BN1M che gli esperti decodificano come Buonanotte amore mio. Parole dolci, misurate, mai esplicite, come se quel sentimento dovesse restare nascosto, protetto. Il giorno dopo, il 13 dicembre, Liliana scrive ancora, dice che è rilassata, che sta pensando a

domani, amore mio, domani una parola che ritorna, che si ripete, che sembra indicare un appuntamento, un’attesa, qualcosa che doveva accadere. Claudio risponde parlando di regali quasi finiti, di prendere il manubrio, di aspettare domani e oltre e chiude con un altro saluto affettuoso. Domani e oltre. Oggi quelle parole suonano come una ferita aperta. C’è poi una lettera resa pubblica mesi dopo scritta da Liliana Claudio. Un testo delicato, quasi poetico, che letto oggi fa venire i brividi. Liliana scrive che quando lui

non la vedrà più, quando lei non ci sarà, dovrà cercarla nei ricordi perché lei sarà lì. È impossibile leggere quelle righe senza pensare a un addio, come se Liliana avesse percepito che qualcosa stava per accadere. come se avesse sentito che il tempo stava finendo. Intanto l’inchiesta cambia direzione. Sebastiano Visintin, il marito, viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio. Lui si dice tranquillo, si affida ai suoi avvocati, sostiene di non avere nulla da temere, ma i sospetti restano.

Claudio, dal canto suo, ha sempre sostenuto che Sebastiano sapesse del loro rapporto, che sapesse che Liliana voleva andarsene, cambiare vita, lasciare quella casa. Secondo Claudio, proprio questa consapevolezza avrebbe scatenato una reazione violenta. E qui torniamo al punto centrale. Quel flusso continuo di messaggi tra Liliana e Claudio si interrompe di colpo il 14 dicembre. Perché proprio quel giorno? Perché proprio quella mattina? Cosa è successo tra le 8:30 quando Liliana esce di casa e le ore successive quando di

lei non c’è più traccia? I consulenti forensi hanno ricostruito ogni comunicazione, ogni parola, ogni silenzio e quello che emerge è il ritratto di una donna che stava guardando avanti, non indietro. una donna che aveva trovato nella vicinanza emotiva di Claudio il coraggio di immaginare un futuro diverso. Anche le modalità del ritrovamento del corpo continuano a sollevare interrogativi pesanti: la posizione fetale, i sacchi neri, l’assenza del cellulare, l’assenza del cappotto. Nulla sembra compatibile

con un gesto volontario. Trasportare un corpo, occultarlo in quel modo, richiede tempo, forza, lucidità. Non è un atto improvviso, non è disperazione, è qualcosa di costruito. E allora quei messaggi, quelle sigle, quel linguaggio segreto assumono un valore che va oltre il sentimento. Più si entra dentro quella conversazione privata tra Liliana e Claudio, più diventa difficile sostenere l’idea che tutto si sia fermato per caso. I messaggi non raccontano solo affetto, raccontano una continuità, un’abitudine quotidiana

fatta di saluti mattutini, di buonanotte, di frasi accennate che rimandano sempre un dopo a un domani condiviso. È questo che oggi colpisce di più gli investigatori e anche osserva la vicenda dall’esterno. Liliana non stava chiudendo, Liliana stava aprendo una porta. Il linguaggio che i due usavano non era improvvisato, era il risultato di mesi, forse anni, di confidenza costruita lentamente. Un codice che serviva sia a non farsi capire da chiunque, ma soprattutto a riconoscersi. Le sigle, le abbreviazioni, il dialetto

triestino inserito qua e là non erano solo un modo per nascondersi, erano una carezza, un modo per dirsi cose importanti senza esporsi. Gli esperti che hanno analizzato quei messaggi parlano di una relazione emotiva stabile, profonda, non di una semplice amicizia. E questo dettaglio cambia tutto. Liliana, nelle settimane precedenti alla scomparsa aveva confidato ad alcune persone di voler cambiare casa, di voler ricominciare. Non parlava di fuga, parlava di scelta. Una decisione maturata nel tempo, non

uno scatto improvviso. Claudio ha raccontato che Liliana immaginava un futuro con lui, lontano da tensioni, lontano da incomprensioni che ormai pesavano come macigni. Non era una fantasia adolescenziale, era un progetto concreto, anche se ancora fragile. E allora la domanda diventa inevitabile. Chi sapeva di questo legame? Chi era a conoscenza di quella comunicazione continua, di quel codice affettivo che scorreva sotto la superficie di una vita apparentemente normale? Claudio è sempre stato chiaro. Secondo lui, Sebastiano

sapeva tutto. Sapeva della loro vicinanza, sapeva delle intenzioni di Liliana, anche se magari non nei dettagli. E se davvero era così, allora quei messaggi diventano qualcosa di più di un semplice scambio privato, diventano un possibile movente. C’è un altro elemento che spesso viene sottovalutato, la cura con cui Liliana scriveva. Anche nei messaggi più brevi, anche quando usava sigle, nulla era lasciato al caso. Era una donna attenta, sensibile, ma anche determinata. Quel linguaggio così tenero non era il segno

di una fragilità, ma di una scelta consapevole di proteggere qualcosa di prezioso. Proteggerlo dagli sguardi esterni, dalle possibili reazioni, dai conflitti. Quando si parla di suicidio si tende a immaginare una persona isolata, chiusa, senza prospettive. Ma Liliana dai messaggi, dalle testimonianze appare esattamente l’opposto. Era una donna che stava progettando, che aspettava un domani, che scriveva pensando a un incontro, a un dopo. Il 13 dicembre, poche ore prima di scomparire, scrive a Claudio parlando

proprio di domani e quel domani coincide con il giorno in cui sparisce. Una coincidenza che fa venire i brividi. I consulenti forensi hanno ricostruito minuziosamente gli ultimi contatti. L’ultimo messaggio inviato da Claudio la mattina del 14 dicembre resta senza risposta. Non è un silenzio graduale, non è un allontanamento, è un taglio netto, un’interruzione improvvisa, come se qualcosa fosse accaduto in modo repentino, definitivo. Da quel momento in poi ogni tentativo di contatto cade

nel vuoto. Nessuna risposta, nessun segnale. E poi c’è la questione degli oggetti mancanti. Liliana esce senza cellulare, un dettaglio che pesa come un macigno perché Liliana era abituata a portarlo con sé. Era il mezzo attraverso cui manteneva quel contatto così importante. Uscire senza telefono significa o dimenticanza totale o intenzione precisa. Ma dimenticare tutto, telefono, documenti, soldi, appare difficile da credere, soprattutto per una donna descritta come ordinata e attenta. Quando il corpo viene

ritrovato, la scena è disturbante. Liliana è chiusa in due sacchi neri, rannicchiata. Non è una posizione casuale, non è comoda, è una posizione che suggerisce costrizione, contenimento, forse anche un tentativo di cancellazione, come se qualcuno avesse voluto nasconderla, ma anche ridurla, renderla invisibile. Per molto tempo si è parlato di un gesto volontario, ma ogni dettaglio sembra andare in direzione opposta. Claudio non ha mai accettato quella versione. Ha sempre detto che Liliana non avrebbe mai

fatto una cosa del genere. E più emergono dettagli sulla sua vita emotiva, sui suoi progetti, più quella convinzione appare fondata. Una persona che scrive lettere d’amore, che parla di futuro, che pianifica un cambiamento, difficilmente decide di togliersi la vita in silenzio senza lasciare spiegazioni chiare. La lettera che Liliana scrive Claudio, quella in cui parla di cercarla nei ricordi quando non ci sarà più, resta uno dei punti più inquietanti di tutta la vicenda. C’è chi la interpreta come un presagio, chi come

una semplice frase poetica. Ma letta oggi, alla luce di tutto ciò che è accaduto, sembra quasi un messaggio lasciato in anticipo, come se Liliana avesse sentito che qualcosa stava per spezzarsi. Intanto l’iscrizione di Sebastiano nel registro degli indagati cambia il quadro. Non è una condanna, ma è un segnale. Significa che gli inquirenti non escludono più l’ipotesi dell’omicidio. Significa che la pista del suicidio perde forza. E in questo nuovo scenario ogni dettaglio viene riletto, ogni parola pesa di più.

Arrivare al cuore del 14 dicembre significa entrare in una fascia di tempo ristretta ma decisiva, quella che va dall’uscita di Liliana di casa alle 8:30 del mattino fino al momento in cui ogni sua traccia si dissolve. È lì dentro che si concentra il nodo più oscuro di tutta la vicenda. Una manciata di ore in cui qualcosa è successo, qualcosa che non è mai stato raccontato fino in fondo e che oggi, alla luce dei nuovi elementi, appare sempre meno compatibile con una scelta volontaria. Liliana esce di casa

con abiti leggeri. È dicembre, a Trieste non fa caldo. Questo dettaglio è stato spesso liquidato come irrilevante, ma non lo è. Chi esce per togliersi la vita non sceglie abiti a caso e chi esce per una commissione veloce di solito porta con sé almeno il telefono. Liliana non aveva né l’uno né l’altro, non aveva documenti, non aveva soldi. È come se fosse uscita per poco, per qualcosa di breve, magari per incontrare qualcuno o per raggiungere un luogo vicino con l’idea di tornare presto. Da quel

momento il silenzio. Claudio prova a contattarla più volte, chiama, scrive, aspetta. Niente, è un comportamento che stona con quello dei giorni precedenti. Fino al giorno prima Liliana rispondeva sempre, anche con poche parole, anche solo con una sigla, ma rispondeva il 14 dicembre no. Quel flusso continuo si interrompe senza preavviso e quando un’abitudine così radicata si spezza di colpo non è mai per caso. C’è poi un’altra domanda che resta sospesa. Dove doveva andare Liliana quella mattina?

Nessun appuntamento ufficiale, nessuna visita medica, nessuna commissione dichiarata. Eppure nei messaggi del giorno prima si parla di domani, un domani atteso, carico di significato. È leito chiedersi se quel domani fosse legato a un incontro e se sì, con chi? Claudio ha sempre detto di aspettarla, di immaginare un futuro insieme, ma non ha mai parlato di un appuntamento fissato proprio per quella mattina. Tuttavia, le parole usate nei messaggi fanno pensare a qualcosa di concreto. Non ha un’idea vaga. I consulenti

forensi hanno lavorato proprio su questo. Hanno incrociato orari, spostamenti, celle telefoniche, tentativi di contatto. Hanno cercato di capire se Liliana abbia incontrato qualcuno subito dopo essere uscita di casa. Ma l’assenza del telefono rende tutto più difficile. È come se un pezzo fondamentale del puzzle fosse stato tolto di proposito. Senza cellulare Liliana diventa invisibile. Nessuna traccia digitale, nessuna posizione, nessun aggancio. Un vuoto perfetto. Quando il corpo viene ritrovato tre

settimane dopo, quel vuoto non si riempie, anzi si allarga. Il luogo del ritrovamento è un boschetto non lontano dall’ex ospedale psichiatrico, un posto appartato, ma non irraggiungibile. Liliana è dentro due sacchi neri, non uno. Due. Questo dettaglio è stato spesso sottovalutato, ma è centrale. Chi sceglie di togliersi la vita difficilmente si infila in due sacchi. È un’azione complessa, scomoda, poco compatibile con un gesto impulsivo. La posizione fetale del corpo aggiunge un altro elemento inquietante. È una

posizione di chiusura, di difesa, come se Liliana fosse stata raccolta, compressa, come se qualcuno avesse voluto ridurre lo spazio, contenere il corpo, la testa rivolta verso l’interno, l’assenza del cappotto, l’assenza del telefono. Tutto sembra parlare di un intervento esterno, non di una decisione autonoma. Eppure per molto tempo l’ipotesi del suicidio ha dominato la narrazione, una spiegazione che ha sollevato più dubbi che certezze. Claudio l’ha sempre respinta. Anche le

amiche di Liliana hanno raccontato di una donna diversa da quella descritta da quella teoria. Sensibile sì, ma lucida. Stanca forse, ma non disperata, pronta a cambiare, non a sparire. In questo contesto l’iscrizione di Sebastiano Visintin nel registro degli indagati assume un peso enorme, non perché rappresenti una colpevolezza, ma perché segna un cambio di rotta. Significa che gli inquirenti stanno guardando altrove, che stanno mettendo in discussione le certezze iniziali, che stanno rivalutando ogni dettaglio, compresi i

rapporti personali, le tensioni, i non detti. Claudio ha sempre sostenuto che Liliana voleva lasciare quella casa. che aveva già immaginato una vita diversa. E se questo fosse vero, allora il 14 dicembre potrebbe essere stato il giorno di una decisione definitiva, il giorno in cui Liliana ha provato a fare un passo concreto verso quel cambiamento, un passo che qualcuno potrebbe non aver accettato. C’è anche un altro aspetto che emerge con forza, la discrezione di Liliana, il suo modo di amare in

silenzio, di costruire un linguaggio segreto. Questo non è il comportamento di una persona confusa, è il comportamento di chissà esattamente cosa vuole, ma sente il bisogno di proteggere quella scelta. E quando una scelta così importante entra in conflitto con una vita già costruita, il rischio aumenta, le domande restano tante: chi poteva sapere dei messaggi? Chi poteva intercettare quel legame? Chi aveva accesso alla vita privata di Liliana? e soprattutto chi aveva qualcosa da perdere se quel rapporto fosse diventato

pubblico. Claudio è convinto che Sebastiano sapesse e se davvero era così, allora il 14 dicembre diventa una data ancora più carica di significato. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire ogni movimento, ogni possibilità, ma il tempo trascorso pesa. Tre settimane prima del ritrovamento del corpo sono un’eternità. Molte tracce si sono perse, molti dettagli sono sfumati. Quando si mettono in fila tutti gli elementi di questa vicenda, una cosa diventa sempre più evidente. Le contraddizioni non sono dettagli

marginali, sono il cuore del problema. Ogni volta che si prova a chiudere il cerchio, qualcosa resta fuori, qualcosa non torna e più si cerca di semplificare, più la storia di Liliana Resinovic si ribella a una spiegazione unica e rassicurante. Partiamo da un punto fondamentale. Per sostenere l’ipotesi del suicidio bisognerebbe spiegare perché Liliana avrebbe deciso di farlo proprio nel momento in cui stava progettando un cambiamento. I messaggi parlano chiaro, non sono frasi di comiato esplicite, non

sono parole di chi si arrende, sono parole di chi aspetta, di chi pensa a domani. Anche la lettera Claudio, così delicata e struggente, può essere letta come una dichiarazione d’amore, non necessariamente come una resa, ma è proprio il contesto che la rende inquietante, perché se Liliana non voleva morire, allora quella lettera assume il valore di un presentimento, non di una scelta. C’è poi la questione del luogo del ritrovamento. Il boschetto dell’ex ospedale psichiatrico non è un

posto scelto a caso. È un luogo isolato, ma conosciuto, raggiungibile, ma non immediatamente visibile. Per arrivarci, per trasportare un corpo, serve tempo e una certa organizzazione. Non è un posto dove ci si capita per caso e non è un posto dove ci si infila facilmente dentro due sacchi neri senza essere visti. Questo è un punto su cui molti investigatori hanno sempre avuto dubbi. La dinamica del ritrovamento è un altro nodo cruciale. Liliana è stata trovata rannicchiata come se fosse stata sistemata in quel modo. non stesa, non

abbandonata, sistemata. È una parola che fa paura perché implica un gesto volontario da parte di qualcun altro, un gesto che richiede freddezza e questo malsiccilia con l’idea di un atto disperato compiuto in solitudine. Anche l’assenza di segni compatibili con un gesto volontario ha sempre alimentato i sospetti. Non ci sono elementi chiari che indichino come Liliana avrebbe potuto togliersi la vita in quel modo e soprattutto non c’è una spiegazione convincente per il trasporto e l’occultamento del corpo. Per molto

tempo questi interrogativi sono stati messi da parte come se fossero scomodi, ma oggi tornano con forza. Poi c’è il ruolo di chi è rimasto. Sebastiano Visintin, il marito, oggi indagato, ha sempre sostenuto di essere estraneo ai fatti. si è detto sereno, pronto ad affrontare il percorso giudiziario, ma intorno a lui continuano a gravitare domande pesanti. Sapeva davvero tutto del rapporto tra Liliana e Claudio. Era consapevole delle sue intenzioni di andarsene e se sì, come ha reagito a questa prospettiva? Claudio dall’altra

parte ha sempre avuto una posizione netta. Per lui Liliana è stata uccisa, non ha mai avuto dubbi e le sue parole, per quanto possano apparire di parte, trovano riscontro in molti dettagli oggettivi. Il silenzio improvviso, l’uscita senza oggetti personali, la scena del ritrovamento. Tutto sembra puntare verso un intervento esterno. C’è anche un aspetto psicologico che spesso viene ignorato. Liliana non era una donna isolata, aveva relazioni, amicizie, una vita sociale. Certo, non era una vita rumorosa, ma era una vita

piena e nelle ultime settimane, secondo chi la conosceva, sembrava più determinata del solito. aveva fatto confidenze, aveva parlato di un cambiamento imminente, aveva espresso il desiderio di ricominciare, tutti i segnali che vanno in direzione opposta rispetto al suicidio. Il linguaggio segreto usato con Claudio diventa allora qualcosa di ancora più potente. Non solo un codice d’amore, ma una traccia di una vita emotiva che stava crescendo, un lessico costruito con pazienza, con cura, che racconta un legame profondo. E

oggi, tragicamente quel lessico viene analizzato come una possibile prova, come se Liliana, senza saperlo, avesse lasciato dietro di sé una mappa emotiva che conduce a una verità più scomoda. Un’altra domanda resta sospesa. Chi poteva sapere di quei messaggi? Chi poteva avere accesso a quella comunicazione? Non era una relazione pubblica, era vissuta lontano dagli sguardi, ma questo non significa che fosse invisibile. In un contesto familiare teso, anche i silenzi parlano, anche le assenze si

notano e quando una persona decide di cambiare vita, qualcosa trapela sempre. Le indagini oggi cercano di capire proprio questo, non solo cosa è successo materialmente, ma cosa stava accadendo emotivamente, quali equilibri stavano saltando, quali verità stavano emergendo, perché spesso non è l’evento in sé a scatenare una tragedia, ma la paura che quell’evento porti a galla qualcosa che non si vuole affrontare. Il caso di Liliana Resinovic continua a fare paura proprio per questo, perché

non è solo una storia di cronaca nera. È una storia di relazioni, di scelte, di silenzi. È una storia in cui l’amore vissuto in modo discreto potrebbe essere diventato un pericolo. E questo è forse l’aspetto più inquietante di tutti. Siamo arrivati a un punto in cui le domande superano le risposte, eppure ogni nuovo dettaglio sembra spingere nella stessa direzione. Liliana non voleva morire, voleva vivere e qualcuno potrebbe aver deciso per lei. Arrivati a questo punto, una cosa è chiara. La

storia di Liliana Resinovic non è una vicenda chiusa, non è una pagina archiviata, è una ferita ancora aperta che continua a sanguinare ogni volta che si prova a ridurla a una spiegazione semplice, perché la semplicità in questo caso non regge. Non regge davanti ai messaggi, non regge davanti ai fatti, non regge davanti al profilo umano di Liliana. Quello che resta oggi è il racconto di una donna che aveva deciso di non arrendersi, di una donna che, dopo anni di equilibri fragili aveva trovato la forza di immaginare un futuro

diverso. I messaggi con Claudio non sono solo la cronaca di un legame affettivo, sono la prova di una vitalità, di un desiderio di cambiamento, di una scelta che stava maturando. E proprio questa scelta potrebbe aver rappresentato una minaccia per qualcuno. Liliana non era inconsapevole. sapeva di muoversi su un terreno delicato. Lo dimostra il linguaggio che usava, la discrezione, la cura. Lo dimostrano anche le parole della lettera Claudio, così intense e così cariche di significato. Non sono

parole di una donna che si arrende, ma di una donna che sente il bisogno di lasciare qualcosa di sé, come se temesse che quel percorso potesse essere interrotto. Il 14 dicembre resta una data chiave, un giorno che inizia come tanti altri e che finisce nel vuoto. Liliana esce di casa senza oggetti essenziali, come se dovesse rientrare presto. non risponde più ai messaggi, sparisce e quando il suo corpo viene ritrovato tre settimane dopo, la scena racconta una storia che non combacia con il suicidio. I sacchi neri, la posizione

fetale, il luogo isolato, tutti elementi che parlano di un’azione costruita, non di un gesto improvviso. L’iscrizione di Sebastiano Visintin nel registro degli indagati segna un passaggio fondamentale. non è una sentenza, ma è un riconoscimento implicito che qualcosa nella ricostruzione iniziale non ha funzionato. Significa che l’ipotesi dell’omicidio è concreta, significa che le domande sollevate da Claudio e da molti altri non erano campate in aria e significa soprattutto che la verità è

ancora tutta da scrivere. Claudio in questa storia resta una figura centrale e controversa. Per alcuni è solo un uomo innamorato che cerca risposte, per altri è una voce troppo insistente. Ma una cosa è certa, è l’unico che fin dal primo momento ha detto che Liliana non si era tolta la vita e oggi, alla luce di tutto ciò che è emerso, quella convinzione appare sempre meno isolata. Questa vicenda mette davanti a una realtà scomoda. A volte quando una persona decide di cambiare, di rompere un equilibrio, diventa vulnerabile, non

perché sia debole, ma perché mette in discussione certezze altrui. Liliana stava facendo proprio questo, stava scegliendo per sé e qualcuno potrebbe non aver accettato quella scelta. I messaggi, le sigle, le parole in codice oggi non sono più solo frammenti di intimità. Sono tracce. Tracce lasciate da una donna che voleva essere capita, amata, rispettata. Traccono di essere ascoltate fino in fondo. Perché dietro quelle lettere, dietro quel Kang seguito da tre puntini, c’è una storia che non

può essere liquidata con una formula burocratica. Resta una domanda che pesa su tutto. Chi ha interrotto quel dialogo? Chi ha deciso che quel domani non doveva arrivare? Chi ha trasformato una speranza in una scomparsa? Fino a quando queste domande non avranno risposte chiare, questa storia continuerà a inquietare. Liliana Resinovic non è solo un nome in un fascicolo, è una donna che voleva vivere, una donna che aveva trovato il coraggio di guardare oltre e proprio quando sembrava pronta a farlo è stata

strappata via. Questo è il punto da cui non si può prescindere. Tutto il resto viene dopo e finché qualcuno continuerà a cercare la verità, finché quei messaggi continueranno a essere letti e riletti, Liliana non sarà davvero scomparsa, perché a volte l’unico modo per restituire dignità a una vita spezzata è non smettere mai di fare domande. Yeah.

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