
14 dicembre 2021. Una data che oggi pesa come un macigno. È il giorno in cui Liliana Resinović esce di casa e non torna più. Da quel momento in poi tutto cambia, il tempo si spezza, le certezze si dissolvono e resta una scia di domande che ancora oggi cercano risposta. Ma c’è un dettaglio piccolo solo in apparenza che per molto tempo è rimasto ai margini del racconto. Un messaggio, poche lettere, qualche puntino, un segnale che all’epoca nessuno ha davvero voluto leggere fino in fondo. Quel messaggio non era una
frase completa, non era una dichiarazione esplicita, era un codice, un linguaggio privato, intimo, costruito nel tempo tra due persone che avevano scelto di comunicare così: “Tre lettere e dei puntini, otto caratteri in tutto”. Eppure, dentro quei segni apparentemente innoqui, oggi gli investigatori intravedono molto più di un semplice saluto. Perché quel messaggio arriva proprio il giorno della scomparsa? E perché subito dopo il silenzio. Liliana Resinovic a 63 anni è in pensione, vive
a Trieste. La mattina del 14 dicembre esce di casa intorno alle 8:30. Indossa abiti leggeri, non adatti al freddo di quel periodo. Non porta con sé il cellulare né i documenti. Un dettaglio che già da solo fa storcere il naso a chi prova a ricostruire una normalità in quei gesti. Da quel momento Liliana svanisce. Nessuna risposta alle chiamate, nessun messaggio, nessun segno. Claudio, l’uomo con cui Liliana intratteneva una relazione profonda e riservata, prova a contattarla più volte. telefona, scrive, nulla. È come
se la linea si fosse spezzata di colpo. Quel flusso continuo di messaggi fatto di sigle, numeri, parole in dialetto si interrompe senza spiegazioni. E oggi proprio quell’interruzione viene letta come un segnale drammatico. Per settimane di Liliana non si sa nulla, le ricerche vanno avanti, le ipotesi si moltiplicano. fuga volontaria, allontanamento, gesto estremo, ma niente trova un riscontro concreto. Poi il 5 gennaio 2022 arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Il corpo di Liliana viene ritrovato nel boschetto
dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. È rannicchiata, in posizione fetale, chiusa dentro due sacchi neri. Una scena che lascia senza parole. quel ritrovamento solleva subito interrogativi pesantissimi. Perché lì, perché così e soprattutto perché parlare di suicidio di fronte ha una dinamica tanto complessa, ma mentre l’attenzione si concentra sul luogo e sulle modalità della morte, c’è un’altra storia che lentamente riaffiora, è la storia delle parole, quelle scritte e quelle mai
pronunciate apertamente. I messaggi privati tra Liliana e Claudio, mostrati mesi dopo in una trasmissione televisiva, raccontano un legame che va oltre la semplice amicizia. Non sono messaggi qualunque, sono teneri, discreti, pieni di attenzioni. Il 12 dicembre, due giorni prima della scomparsa, Liliana invia una foto accompagnata da un biglietto con una frase affettuosa. Subito dopo un’altra sigla in codice, un modo per dire buonanotte, amore mio, senza mai scriverlo per esteso. Il giorno successivo Liliana scrive ancora, parla
di relax, di pensieri rivolti al giorno dopo. Domani, una parola che oggi fa venire i brividi, perché quel domani è proprio il 14 dicembre, il giorno in cui scompare. La risposta di Claudio, anche questa decifrata dagli esperti, è carica di attesa. Si parla di regali quasi pronti, di movimenti, di un domani che sembra promesso e poi un saluto affettuoso, domani e oltre. Parole che oggi suonano come un eco lontana, come qualcosa che non ha mai avuto il tempo di realizzarsi. A rendere tutto ancora
più intenso c’è una lettera, una lettera scritta da Liliana e resa pubblica solo tempo dopo, un testo delicato, profondo, che sembra parlare di assenza e memoria. Liliana scrive che quando non ci sarà più, quando non la si vedrà, basterà cercarla nei ricordi. Lei sarà lì. È impossibile leggere quelle righe senza pensare a un addio, a un messaggio lasciato come traccia, forse inconsapevole, forse no. Nel frattempo l’inchiesta prende una direzione diversa. Il marito di Liliana, Sebastiano Visintin, viene iscritto nel
registro degli indagati con l’accusa di omicidio. Lui si dichiara tranquillo, dice di voler affrontare tutto con i suoi legali, ribadisce di non avere nulla da nascondere, ma i sospetti restano, anche perché Claudio fin dall’inizio ha sempre respinto l’ipotesi del suicidio. Secondo lui, Liliana stava per cambiare vita. aveva deciso di andarsene, di lasciare la casa che condivideva con il marito. Una scelta difficile, maturata nel tempo e resa possibile anche grazie al rapporto con lui. Claudio sostiene che Sebastiano
sapesse tutto, che fosse a conoscenza di quella relazione e delle intenzioni di Liliana e che proprio questo avrebbe scatenato una reazione violenta. Sono accuse pesanti, certo, ma trovano alimento nei dettagli, nei messaggi. In quelle frasi che rilette oggi sembrano raccontare una donna proiettata in avanti, non qualcuno pronto a sparire per sempre. Liliana non viene descritta come fragile o instabile da chi la conosceva. Al contrario emerge il ritratto di una persona sensibile ma lucida, determinata a costruire qualcosa
di diverso. Per capire davvero cosa possa essere accaduto a Liliana Resinovic, bisogna fermarsi su quei dettagli che per mesi sono stati considerati marginali. I messaggi, le abbreviazioni, quel modo tutto loro di parlarsi senza esporsi. Non era solo prudenza, non era soltanto il timore di essere scoperti, era un linguaggio emotivo, un codice costruito nel tempo, fatto di complicità e fiducia. Ed è proprio questo che oggi gli inquirenti stanno cercando di ricostruire passo dopo passo. I consulenti tecnici
forensi, incaricati di analizzare i dispositivi elettronici hanno passato al setaccio ogni comunicazione, non solo per stabilire orari e contenuti, ma per capire il tono, l’intensità. il significato profondo di quelle parole, perché un messaggio non è mai solo ciò che dice, è anche ciò che lascia intendere. E nel caso di Liliana, quel flusso continuo di frasi affettuose, mai banali, racconta una storia di progettualità, non di rinuncia. Nei giorni precedenti alla scomparsa, Liliana appare concentrata sul futuro.
Parla di domani, parla di cose da fare, di pensieri rivolti in avanti. Non ci sono frasi di sconforto, non emergono segnali di chiusura o di addio esplicito, anzi il contrario. La sua scrittura è curata, dolce, presente, anche quando usa abbreviazioni lo fa con attenzione, come se ogni parola, anche ridotta a poche lettere, dovesse comunque portare con sé un significato preciso. Questo aspetto ha colpito molto gli esperti, perché chi sta per compiere un gesto estremo solitamente mostra segnali diversi. un distacco emotivo,
una semplificazione, un cambiamento netto nel modo di comunicare. Qui invece si vede continuità, una relazione che prosegue, che si nutre di piccoli scambi quotidiani e poi improvvisamente il vuoto. Il 14 dicembre, dopo l’uscita di casa di Liliana, tutto si interrompe. Claudio non riceve più nulla. Nessuna risposta, nessuna conferma, nessun segnale. È un silenzio che arriva di colpo senza preparazione e questo, secondo molti, è uno degli elementi più inquietanti dell’intera vicenda. Perché
quel silenzio non sembra scelto, sembra imposto. C’è poi la questione dell’abbigliamento. Liliana esce con vestiti leggeri, inadatti alla stagione, non porta con sé il telefono né i documenti. Un comportamento che stride con l’idea di una fuga pianificata o di un allontanamento volontario. Se avesse davvero deciso di sparire, perché lasciare tutto? Perché non portare almeno il cellulare? Perché vestirsi così? Sono domande che restano sospese. Il ritrovamento del corpo settimane dopo
aggiunge ulteriori ombre. Il luogo non è isolato, ma nemmeno immediatamente visibile. Il corpo è sistemato con cura all’interno di due sacchi neri. La posizione fetale suggerisce una volontà di contenimento, quasi di annullamento. Non è una scena che parla di improvvisazione, è qualcosa che sembra pensato, costruito, eppure per molto tempo si è continuato a parlare di suicidio. Una tesi che ha fatto discutere fin dall’inizio. Perché non c’erano elementi chiari che potessero sostenerla fino in fondo. Nessun
biglietto di addio diretto, nessun gesto riconducibile con certezza a una scelta autonoma, solo ipotesi spesso fragili. Claudio da sempre ha respinto questa ricostruzione. Per lui Liliana non aveva alcun motivo per togliersi la vita. Al contrario, aveva finalmente trovato una via d’uscita da una situazione che la faceva soffrire. aveva parlato con alcune amiche della sua intenzione di cambiare casa, di ricominciare, di costruire qualcosa di nuovo e questo rende ancora più difficile accettare
l’idea di un suicidio. Secondo Claudio il marito sapeva, sapeva della relazione, sapeva dei progetti, sapeva che Liliana stava per andarsene. Non ci sarebbero stati segreti, solo silenzi. E quei silenzi, in una situazione già carica di tensione, avrebbero potuto trasformarsi in rabbia. È questa la sua convinzione, una convinzione che oggi trova spazio anche nelle indagini ufficiali. L’iscrizione di Sebastiano Visintin nel registro degli indagati segna un punto di svolta. Non è una condanna, ma è un segnale chiaro. Vuol
dire che gli investigatori ritengono plausibile l’ipotesi di un coinvolgimento. Vuol dire che qualcosa nella ricostruzione precedente non torna e che ora si vuole andare fino in fondo. Intanto quei messaggi continuano a parlare, continuano a raccontare una storia che nessuno può più ignorare, un amore vissuto in punta di piedi, ma non per questo meno intenso. Un legame che forse è stato percepito come una minaccia, un legame che potrebbe aver innescato una reazione irreversibile. C’è un dettaglio tra tutti che colpisce
più degli altri, il modo in cui Liliana scrive anche quando si affida ai codici. Non c’è mai fretta, non c’è mai superficialità. Ogni sigla è pensata, ogni abbreviazione ha un senso condiviso. È un linguaggio costruito con cura, come si costruisce qualcosa che si vuole proteggere. E oggi, paradossalmente, proprio quel linguaggio rischia di diventare la prova più forte. Più si entra nel cuore di questa vicenda, più emerge una sensazione difficile da ignorare, quella di una storia rimasta sospesa, come se qualcuno
avesse premuto un interruttore nel mezzo di una frase. Liliana Resinovic non svanisce lentamente, non si allontana dando segnali progressivi, sparisce di colpo. Ed è proprio questa brusca cesura che continua a tormentare chi prova a ricostruire le sue ultime ore. Gli investigatori hanno cercato di ricostruire ogni movimento, ogni possibile contatto dalle 8:30 del mattino, quando l’iliana viene vista uscire di casa, fino al momento in cui ogni traccia si perde. Un arco di tempo che resta ancora oggi pieno di zone
d’ombra. Nessuna telecamera decisiva, nessun testimone che possa dire con certezza dove sia andata, chi abbia incontrato, cosa sia successo davvero. Eppure Liliana quella mattina non sembra una donna in fuga. Non ha con sé una valigia, non ha preparato un cambio di vestiti, non porta documenti, non porta soldi in quantità significativa, è come se fosse uscita per qualcosa di breve, un incontro, una commissione, un appuntamento e questo dettaglio si intreccia in modo inquietante con quei messaggi che parlano proprio di domani,
di un dopo imminente. Il rapporto con Claudio ormai appare sempre più centrale, non solo per l’intensità emotiva, ma per il momento in cui viene interrotto. Claudio racconta di un legame profondo, costruito nel tempo, fatto di ascolto e comprensione. Un rifugio emotivo per Liliana che da anni viveva una situazione familiare difficile, non un colpo di testa, non una relazione superficiale, ma qualcosa che aveva dato Liliana la forza di immaginare un cambiamento concreto. Secondo chi la conosceva, Liliana era
stanca, sì, ma non rassegnata. Aveva sofferto, ma non aveva mollato e negli ultimi tempi appariva persino più serena. Aveva parlato di nuovi progetti, di una possibile nuova casa. di una vita diversa, tutti elementi che cozzano con l’idea di una persona pronta a farla finita. C’è poi il tema della lettera, quelle parole scritte con delicatezza, quasi con pudore, che oggi assumono un peso enorme. Non sono frasi disperate, non c’è rabbia, non c’è accusa, c’è piuttosto una sorta di consegna, come se
Liliana volesse dire: “Se un giorno non mi vedrai più, non dimenticarmi, cercami dove siamo stati felici.” Una frase che può essere letta in molti modi, ma che in questo contesto risuona come un addio silenzioso. Gli inquirenti si chiedono se quella lettera possa essere stata scritta sapendo qualcosa, non necessariamente conoscendo il destino, ma percependo un pericolo, una tensione crescente. A volte le persone avvertono che qualcosa sta cambiando, anche senza riuscire a definirlo, e
lasciano tracce, piccoli segnali, come se volessero mettere al sicuro una parte di sé. Intanto l’attenzione si concentra sempre di più sull’ambiente domestico, sulla convivenza con il marito, sul rapporto che da tempo non funzionava. Le testimonianze parlano di incomprensioni, di silenzi pesanti, di una distanza emotiva che si era fatta sempre più marcata. Liliana avrebbe maturato la decisione di andarsene proprio per questo, non per un capriccio, ma per sopravvivere emotivamente. Claudio
sostiene che Sebastiano fosse a conoscenza di tutto, non solo della relazione, ma anche delle intenzioni di Liliana, che sapesse che lei stava preparando l’uscita di scena dalla loro vita insieme. Se questo fosse vero, si aprirebbe uno scenario drammatico, perché una decisione del genere, vissuta come un abbandono, può scatenare reazioni imprevedibili. Ovviamente queste restano ipotesi, ma sono ipotesi che oggi vengono prese sul serio, anche perché la scena del ritrovamento del corpo non parla di casualità. Il corpo
non viene lasciato in modo visibile, viene nascosto, protetto, quasi i sacchi, la posizione, il luogo. Tutto suggerisce un’azione successiva alla morte, un intervento esterno. E allora torna una domanda fondamentale. Chi aveva la forza, il tempo e la freddezza per fare tutto questo? Chi conosceva abbastanza bene Liliana da sapere dove portarla? Chi poteva muoversi senza destare sospetti? Sono interrogativi che pesano come pietre. Nel frattempo il racconto pubblico della vicenda cambia. Non è più solo una storia di scomparsa,
è una storia di relazioni, di segreti, di scelte rimandate troppo lungo. È il racconto di una donna che forse aveva deciso di smettere di sopravvivere e iniziare vivere e proprio per questo potrebbe aver pagato il prezzo più alto. I messaggi restano lì come frammenti di una vita interrotta. Quelle sigle, quelle parole in codice, oggi vengono analizzate al microscopio, ma al di là del significato tecnico, c’è un significato umano che nessuna perizia può cancellare. In quelle righe c’è una
presenza viva, un cuore che batte, un’attesa. E il fatto che tutto si interrompa proprio il giorno in cui quel domani doveva iniziare non può essere ignorato, non può essere liquidato come una coincidenza, è troppo preciso, troppo netto, come se qualcuno avesse deciso che quel futuro non doveva esistere. Con il passare del tempo, la vicenda di Liliana Resinovic ha iniziato a mostrare crepe sempre più evidenti nella narrazione iniziale. Quelle crepe oggi diventano fessure profonde dentro cui si intravedono scenari che fino a
poco tempo fa sembravano impensabili. La pista del suicidio, che per mesi ha dominato il dibattito, appare sempre più fragile, non solo per ciò che manca, ma per ciò che invece emerge con forza. Uno degli aspetti più discussi riguarda la totale assenza di preparazione. Liliana non sistema le sue cose, non lascia indicazioni pratiche, non chiude conti, non fa quei gesti che spesso accompagnano una decisione definitiva. Al contrario, continua a scrivere, a progettare, a immaginare un dopo, anche chi non la conosceva fondo fatica a
riconoscere in lei il profilo di una persona pronta a togliersi la vita. Gli investigatori hanno iniziato a concentrarsi proprio su questo contrasto. Da una parte una donna che parla di domani, dall’altra una fine che arriva senza preavviso. È un corto circuito che non torna e quando qualcosa non torna la giustizia ha il dovere di fermarsi e guardare meglio. Un altro punto cruciale è la gestione del corpo. Spostare un corpo, chiuderlo in sacchi, trasportarlo e occultarlo in un’area verde richiede tempo, forza e lucidità.
Non è un’azione impulsiva, è un’operazione che implica una scelta e questa scelta inevitabilmente porta a pensare a una responsabilità esterna. La posizione fetale in cui Liliana viene ritrovata ha colpito molti. Non è solo una posizione fisica, è anche simbolica. Richiama protezione, regressione, chiusura. È come se qualcuno avesse voluto ridurre Liliana a qualcosa di piccolo, di invisibile, come se la sua presenza dovesse essere cancellata non solo fisicamente, ma anche simbolicamente. In questo contesto il
ruolo di chi le stava accanto negli ultimi anni diventa centrale. Il marito Sebastiano continua a dichiararsi estraneo ai fatti. Dice di non avere nulla da temere, di voler collaborare, ma intanto il suo nome entra ufficialmente nell’inchiesta. Non più solo come persona informata, ma come indagato. Un passaggio che pesa, anche se non equivale a una colpevolezza. La relazione tra Liliana e Sebastiano viene riletta alla luce di nuove testimonianze, un rapporto logorato, fatto di incomprensioni e
silenzi, non necessariamente violento, ma profondamente distante. Liliana avrebbe vissuto quella convivenza come una gabbia emotiva, non un luogo di sicurezza, ma di sofferenza. Ed è proprio da lì che nasce il desiderio di andarsene. Claudio rappresenta l’alternativa. Non solo un uomo, ma una possibilità, un ascolto, una comprensione, un futuro diverso. È con lui che Liliana condivide pensieri che non riesce più a esprimere altrove. È con lui che costruisce un linguaggio segreto, non per tradire, ma
per proteggere qualcosa di fragile e prezioso. Secondo Claudio, Liliana aveva già deciso, aveva fatto il passo più difficile, quello mentale. Mancava solo quello pratico, cambiare casa, ricominciare, lasciarsi alle spalle anni di infelicità. E questo, se confermato, cambierebbe radicalmente la lettura di tutta la vicenda. Perché una persona che sta per liberarsi non è una persona che si arrende. C’è poi la questione della conoscenza. Chi sapeva davvero della relazione, chi era al corrente dei
progetti, chi poteva intuire che qualcosa stava per cambiare. Claudio è convinto che Sebastiano fosse informato, non per confessioni dirette, ma per segnali, per atteggiamenti, per silenzi. A volte non servono parole per capire che qualcuno ti sta lasciando. Se questo scenario fosse reale, allora il 14 dicembre assumerebbe un significato ancora più preciso. Non una data casuale, ma un punto di rottura. Il giorno in cui qualcosa doveva essere detto, fatto, affrontato, il giorno in cui Liliana esce di casa, forse con un
obiettivo chiaro e non fa più ritorno. Gli inquirenti stanno cercando di capire se quella mattina fosse previsto un incontro, se Liliana dovesse vedere qualcuno, se avesse appuntamenti fissati o accordi informali. Ogni dettaglio viene passato al vaglio, perché anche il più piccolo elemento potrebbe fare la differenza. Intanto l’opinione pubblica inizia a guardare la storia con occhi diversi, non più come un mistero lontano, ma come una tragedia profondamente umana, una vicenda che parla di solitudine, di desiderio di
riscatto, di relazioni sbagliate e di seconde possibilità negate. I messaggi tornano ancora una volta al centro. Quelle parole scritte con cura, quei codici pieni di affetto, non sembrano più solo messaggi privati, ma frammenti di una verità più grande, una verità che forse Liliana non ha mai avuto il tempo di raccontare apertamente. C’è chi si chiede se quei messaggi non fossero anche un modo per lasciare tracce, non prove nel senso giudiziario, ma segni, come se Liliana volesse essere capita
anche dopo, come se sapesse che un giorno qualcuno avrebbe letto tra le righe. Arrivati a questo punto è impossibile non sentire il peso di tutto ciò che è rimasto irrisolto. La storia di Liliana Resinovic non è solo un caso giudiziario, non è soltanto un fascicolo pieno di perizie verbali, è una vicenda che continua a parlare anche nel silenzio, soprattutto nel silenzio, perché ciò che colpisce più di ogni altra cosa è proprio quello stop improvviso, netto, senza spiegazioni. Quel 14 dicembre continua a tornare come
un nodo che non si riesce a sciogliere, una mattina apparentemente normale, un’uscita di casa come tante altre e poi il nulla. Nessun avviso, nessuna chiamata, nessun messaggio successivo, come se qualcuno avesse deciso di interrompere tutto in modo definitivo. E quando una comunicazione così intensa si interrompe di colpo, raramente è per scelta di chi scriveva fino a poche ore prima. Gli investigatori oggi stanno cercando di dare un senso a ogni dettaglio. Orari, percorsi, possibili incontri. Ogni minuto di quella mattina
viene analizzato come se potesse contenere la risposta. Ma il tempo passato rende tutto più complesso. I ricordi sbiadiscono, le certezze si sgretolano, restano solo gli indizi e tra questi messaggi sono ancora una volta centrali. Perché quei messaggi non raccontano paura, raccontano attesa, non parlano di fine, parlano di continuità, di un domani che doveva arrivare. Ed è proprio questo che rende difficile accettare una spiegazione semplice. Liliana non sembra una donna che si prepara a scomparire, sembra una donna
che sta aspettando qualcosa. C’è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato, ma che in questa storia pesa moltissimo, la discrezione. Liliana non era una persona impulsiva, era riservata, attenta, misurata. Se avesse deciso di compiere un gesto estremo, è plausibile pensare che avrebbe lasciato qualcosa di più chiaro, qualcosa di meno ambiguo. Invece lascia parole d’amore, parole di memoria, parole che chiedono di essere cercata, non dimenticata. La lettera assume qui un valore enorme, non come
prova tecnica, ma come documento umano. È un testo che parla di assenza, ma anche di presenza, come se Liliana volesse dire: “Io non ci sarò fisicamente, ma non smetterò di esistere per te”. È un messaggio che può sembrare un addio, ma anche una promessa. E questo doppio livello rende tutto ancora più doloroso. Intanto il ruolo del marito resta al centro dell’attenzione. L’iscrizione nel registro degli indagati non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Significa che ora ogni
elemento verrà valutato senza filtri. Ogni versione, ogni dichiarazione, ogni comportamento verrà messo in relazione con gli altri dati. È un passaggio necessario, anche se difficile. Claudio continua a ripetere che Liliana voleva vivere, che aveva scelto, che non era più disposta a restare in una situazione che la faceva stare male. Per lui non ci sono dubbi. Liliana è stata fermata proprio perché aveva deciso di cambiare una decisione che qualcuno non avrebbe accettato. Questa convinzione trova eco
anche in chi ha conosciuto Liliana. Amiche, conoscenti, persone che l’hanno frequentata negli ultimi mesi parlano di una donna diversa, più consapevole, forse più stanca, ma anche più determinata. una donna che stava finalmente mettendo se stessa al centro dopo anni di compromessi. Ed è proprio questo che rende la sua fine ancora più difficile da comprendere, perché spesso le tragedie arrivano quando qualcuno prova a uscire da una situazione sbagliata, quando si rompe un equilibrio fragile, anche se infelice, quando si
decide di dire basta, è in quei momenti che le tensioni esplodono. Naturalmente tutto questo dovrà essere dimostrato. La giustizia non può basarsi sulle sensazioni. Servono fatti, prove, riscontri. Ma le sensazioni in questo caso, sono alimentate da elementi concreti, dai messaggi, dalle tempistiche, dalle contraddizioni, da quel corpo ritrovato in un modo che non convince, in un luogo che non spiega. La domanda finale resta sempre la stessa: chi ha tolto a Liliana la possibilità di realizzare quel domani di cui parlava?
Chi ha deciso che quel futuro non doveva esistere e perché proprio in quel modo? Non sono domande morbose, sono domande necessarie, perché dietro questa storia c’è una donna che non può più parlare e allora parlano le sue parole scritte, parlano i suoi gesti, parlano le sue scelte, anche quelle incompiute e più si ascolta, più diventa difficile credere che tutto sia finito per una sua decisione. La verità, qualunque essa sia, non potrà cancellare il dolore, ma potrà restituire dignità a una storia
che per troppo tempo è rimasta intrappolata tra ipotesi comode e spiegazioni incomplete. Viliana Resinovic merita questo, merita che si vada fino in fondo, senza scorciatoie, senza silenzi a volte le parole non bastano, è anche vero che certe parole, anche se criptate, anche se sussurrate, continuano a gridare e finché non verrà fatta piena luce su ciò che è accaduto quel 14 dicembre, quelle voci non smetteranno di farsi sentire. M.