LILIANA RESINOVICH SHOCK, LA TRAGICA SVOLTA IN DIRETTA: “ARRESTATO IL VICINO DI CASA…”

C’è un momento preciso in cui una storia cambia pelle, quando una certezza che sembrava scolpita nella pietra inizia a sgretolarsi sotto il peso dei dubbi. Nel caso di Liliana Resinovic, quel momento è arrivato davanti alle telecamere con parole che nessuno si aspettava di sentire pronunciare così, senza filtri, senza giri di parole. Sebastiano Visintin è tornato a parlare e lo ha fatto nel modo più destabilizzante possibile, rimettendo sul tavolo l’ipotesi che per mesi era stata respinta, quasi considerata offensiva.

Il suicidio non può essere escluso. Una frase secca che cade come un sasso in uno stagno già torbido e solleva onde che raggiungono ogni angolo di questa vicenda. Liliana, 63 anni, una vita apparentemente ordinaria nel cuore di Trieste, scompare una mattina d’inverno e viene ritrovata settimane dopo in un’area isolata, fredda, difficile da raggiungere. All’inizio tutto sembra puntare verso una mano esterna, un atto violento, qualcosa che grida giustizia. Poi col passare del tempo iniziano a

emergere dettagli che non si incastrano più così facilmente in una sola direzione. Ed è proprio su questi dettagli che Visintin costruisce la sua nuova narrazione. Consapevole che ogni parola verrà analizzata, smontata, forse strumentalizzata. Quel mattino Liliana esce di casa senza telefono. Non è un particolare marginale. In un’epoca in cui il cellulare è quasi un’estensione del corpo, dimenticarlo o lasciarlo volontariamente indietro diventa un gesto carico di significato. Ma c’è di

più. Liliana esce senza indossare la fede nuziale, un oggetto che aveva portato per decenni, simbolo di una relazione lunga, complessa, fatta di alti e bassi, ma comunque parte integrante della sua identità. Secondo Visintin, quel gesto non è casuale. È una scelta, un segnale che andrebbe letto non solo con gli occhi della medicina legale, ma anche con quelli della psicologia, dell’emotività, della storia personale di una donna che stava attraversando una fase delicata della propria vita. Qui nasce la prima crepa

nel racconto ufficiale. Perché una persona attenta, metodica, legata alle proprie abitudini, decide di uscire così, alleggerita di tutto ciò che la lega al mondo quotidiano? È una domanda che resta sospesa senza una risposta definitiva, ma che apre uno spazio di riflessione scomodo ed è proprio in quello spazio che il dubbio si insinua. Poi c’è il capitolo dei telefoni, uno dei più controversi. In un primo momento i consulenti della famiglia Resinovic avevano segnalato un aggancio anomalo di

una cella telefonica riferita al numero di Visintin nelle ore cruciali della scomparsa, nonostante il suo cellulare risultasse spento. Un dettaglio che aveva acceso sospetti pesanti, ipotesi di manomissioni, di dati alterati, di presenze non dichiarate. Oggi Visintin torna su quel punto e chiede ancora una volta che venga chiarito fino in fondo. Se il telefono era spento, com’è possibile quell’aggancio? Errore tecnico, lettura sbagliata o qualcosa di più complesso? Secondo lui, ogni elemento deve essere verificato senza

pregiudizi, includendo chiunque gravitasse attorno alla vita di Liliana in quei giorni. Intanto intorno alla coppia continuano a circolare voci mai del tutto sopite. Si parla di un rapporto logoro, di silenzi pesanti, di una convivenza che aveva perso equilibrio. Chi frequentava la loro casa racconta di rumori metallici provenienti dal laboratorio di Visintin, un ex studio fotografico trasformato in uno spazio artigianale. Proprio la mattina della scomparsa Visintin sostiene di essere stato lì impegnato in lavori

manuali. Un vicino conferma di aver visto del fumo uscire da una finestra del laboratorio. Un dettaglio che sembra uscito da un romanzo noirare che per lungo tempo è rimasto ai margini dell’indagine. Dopo quei lavori Visintin racconta di essere uscito in bicicletta, una passeggiata documentata da una GoPro montata sul manubrio. Le immagini mostrano un uomo solo, concentrato, apparentemente tranquillo. Nessun incidente, nessuna caduta, nessun evento anomalo. un alibi visivo, ma anche un elemento che lascia spazio a

interpretazioni diverse. È proprio in quell’intervallo temporale che, secondo la sua ricostruzione, Liliana avrebbe potuto muoversi lungo un percorso simile dirigendosi verso un luogo appartato, un luogo che col senno di poi diventa teatro di tutte le ipotesi possibili. Le condizioni meteo di quella giornata aggiungono un ulteriore livello di complessità: freddo intenso, nebbia fitta, visibilità ridotta. Un contesto ostile che rende difficile immaginare qualsiasi movimento, volontario o forzato. Eppure, alcuni esperti

sottolineano come situazioni estreme possano amplificare stati e motivi fragili, spingendo una persona verso scelte drastiche. Altri invece parlano di rischio accidentale, di una caduta, di un evento non pianificato. Nessuna certezza, solo scenari che si sovrappongono. In televisione Visintin non evita di lanciare accuse indirette verso chi, a suo dire, avrebbe influenzato la narrazione pubblica del caso. Tra questi emerge sempre il nome di Claudio Sterpen, amico intimo di Liliana, figura centrale nei talk show,

voce ferma nel sostenere l’ipotesi dell’omicidio. Sterpen parla di contrasti economici, di tensioni mai chiarite, persino di una presunta assicurazione sulla vita. Un tema delicato che resta sospeso tra indiscrezioni e smentite senza una prova definitiva. Se la prima parte di questa storia ci ha condotti dentro il labirinto dei dubbi, ora è il momento di scendere ancora più in profondità, lì dove le perizie scientifiche e le opinioni degli esperti iniziano a scontrarsi in modo frontale, perché il

caso Resinovic non è solo una battaglia di versioni, ma anche uno scontro durissimo tra consulenze mediche, interpretazioni tecniche e letture opposte dello stesso identico dato. Al centro di tutto c’è una microfrattura, apparentemente minuscola, ma capace di cambiare il destino giudiziario di questa vicenda. A entrare in scena è uno dei nomi più pesanti della medicina legale italiana, il professor Vittorio Fineschi. Non un consulente qualunque, ma una figura che ha lasciato il segno in alcuni dei casi più complessi e

discussi degli ultimi decenni. È stato scelto da Sergio Resinovic, fratello di Liliana, proprio per fare chiarezza su ciò che per lui rappresenta il nodo cruciale della storia. Una lesione alla vertebra T2, una frattura sottile, difficile da individuare, ma secondo alcuni incompatibile con un gesto autolesionistico. Fineschi non usa mezzi termini. Per lui quella frattura esiste e non è frutto di interpretazioni fantasiose. È una lesione reale, presente prima dell’autopsia, rilevabile solo con uno sguardo esperto e con la

volontà di cercarla davvero. Secondo la sua lettura confermata anche da altri specialisti coinvolti, quella microfrattura racconta una storia diversa da quella del suicidio. Racconta di un trauma, di una forza esterna, di un evento che potrebbe collocarsi prima della morte. Ma come spesso accade in questi casi, a ogni certezza dichiarata corrisponde una smentita altrettanto convinta. La difesa di Sebastiano Visintin si affida a un’altra consulenza firmata da Raffaele Barisani insieme alla scienziata forense Noemi Procopio.

Per loro quella frattura semplicemente non c’è. Le immagini TAC non mostrerebbero alterazioni compatibili con lesioni traumatiche recenti. Una conclusione netta che sembra tagliare di netto ogni ipotesi alternativa. Ed è qui che il dibattito si fa quasi chirurgico. Fineschi invita a rileggere attentamente i referti, parola per parola, virgola per virgola. sottolinea come una microfrattura non sia paragonabile a una frattura macroscopica evidente a colpo d’occhio. È qualcosa che può sfuggire,

che può essere sottovalutato, soprattutto se non si sta cercando proprio quello. A supporto della sua tesi viene chiamata in causa una radiologa di grande esperienza, Claudia Giaconi, che rilegge la TAC post mortem eseguita settimane dopo il ritrovamento del corpo. Il suo referto è prudente, quasi neutro e proprio per questo diventa terreno di scontro. Da un lato viene interpretato come una conferma dell’assenza di lesioni traumatiche evidenti, dall’altro come una porta lasciata socchiusa che non esclude

affatto la presenza di una microfrattura preesistente, un gioco di interpretazioni che rende evidente quanto sia sottile il confine tra scienza e lettura soggettiva dei dati. A complicare ulteriormente il quadro arriva la consulenza dell’antropologa forense Cristina Cattaneo, coinvolta anni dopo in una seconda autopsia. Anche qui nessuna affermazione gridata, nessuna sentenza definitiva, ma una frase che pesa come un macigno. Le immagini TAC mostrerebbero un’intaccatura compatibile con una

frattura già presente al momento dell’esame. Non una prova assoluta, ma un indizio che orienta verso un trauma avvenuto prima del decesso. E in una zona come la T2, spiegano gli esperti, una frattura spontanea senza un evento traumatico è altamente improbabile. Questo elemento è stato sufficiente alla Procura di Trieste per compiere un passo formale che ha cambiato tutto. Sebastiano Visintin viene iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario. Una decisione che ha spaccato l’opinione pubblica e che ha

rafforzato la convinzione della famiglia Resinović di essere finalmente sulla strada giusta, ma allo stesso tempo ha irrigidito la posizione della difesa che parla di un quadro indiziario fragile, costruito su interpretazioni e non su certezze. Per cercare di rafforzare la propria linea, i legali di Visintin decidono di giocare una carta diversa, non solo medicina legale, ma anche psicologia. Viene richiesta un’autopsia psicologica, uno strumento controverso, ma utilizzato in casi complessi per

valutare lo stato mentale della vittima nei mesi e nei giorni precedenti alla morte. L’obiettivo è capire se Liliana potesse avere fragilità, pensieri autolesionistici, segnali di un malessere profondo. Al momento però agli atti esiste solo quella redatta per conto della famiglia Resinovic che va in direzione opposta e mentre le perizie si accavallano restano sul tavolo alcuni elementi che continuano a sfuggire a ogni schema logico. La fede nuziale è lasciata a casa, i telefoni rimasti nell’abitazione,

nessun biglietto, nessuna spiegazione. Un comportamento che non convince né chi crede al suicidio né chi sostiene l’omicidio. Per alcuni è il segno di una messa in scena, per altri un gesto intimo, incomprensibile dall’esterno, ma coerente con un travaglio interiore. C’è poi la posizione del corpo rinvenuto all’interno di sacchi, in un luogo isolato, in una postura definita da molti anomala. Un dettaglio che ha fatto parlare di occultamento, di intervento di terzi, di una volontà di nascondere.

Ma anche qui le letture divergono. C’è chi sostiene che un gesto volontario possa assumere forme imprevedibili e chi invece vede in quella scena la firma di qualcun altro. Il risultato è un mosaico che non si lascia ricomporre facilmente. Se finora ci siamo mossi tra laboratori, perizie e dichiarazioni ufficiali, adesso è il momento di tornare sul campo, nei luoghi reali dove Liliana Resinović è stata vista per l’ultima volta, perché a volte non è un referto a parlare più forte, ma un fotogramma

sfocato, un orario che non torna, una distanza che nessuno riesce a spiegare. Ed è proprio dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza che prende forma una delle ipotesi più inquietanti dell’intera vicenda. Le riprese della scuola Allievi di polizia di Trieste mostrano una donna che somiglia in tutto e per tutto Liliana. Stessi abiti, stessa corporatura, stesso modo di camminare, le immagini sono sgranate, lontane, il volto non è riconoscibile. Non c’è una certezza assoluta, ma c’è una somiglianza che

lascia poco spazio al caso. Tra le 8:41 e le 8:50 del mattino, quella figura percorre un tratto che, almeno in apparenza, sembra banale. una camminata tranquilla, nessun segno di agitazione, nessuna corsa, nessun gesto che faccia presagire l’orrore che seguirà. Ed è qui che nasce il primo grande problema. I tempi non tornano. La distanza tra l’ultimo punto ripreso dalle telecamere e il luogo in cui verrà ritrovato il corpo è ridotta, poche centinaia di metri, ma non così banale da essere

percorsa senza lasciare tracce o senza essere notata, soprattutto in un arco temporale così ristretto. Eppure, secondo la sequenza ufficiale, Liliana svanisce nel nulla proprio in quei minuti. A rendere tutto ancora più enigmatico è la testimonianza di Gabriella, vicina di casa e amica di Liliana. Anche lei percorre lo stesso tragitto quella mattina, pochi minuti dopo. Viene ripresa dalle stesse telecamere a distanza di circa 2 minuti. Cammina a passo più sostenuto, come confermato dai dati del suo contapassi.

Eppure non vede nessuno, nessun incrocio, nessun saluto, nessuna presenza familiare. È come se Liliana fosse stata cancellata dallo spazio tra un fotogramma e l’altro. Da qui prende forma un’ipotesi che fa gelare il sangue. E se Liliana fosse salita su un’auto, non per caso, non con uno sconosciuto qualunque, ma con qualcuno che conosceva, qualcuno in grado di avvicinarla senza destare sospetti, una persona che sapeva dove trovarla, a che ora usciva, quale strada percorreva. Un gesto rapido, pochi secondi, abbastanza

per sparire senza lasciare traccia. È una possibilità che spiegherebbe il mancato incrocio con Gabriella e la scomparsa improvvisa, ma come sempre ogni ipotesi porta con sé una controipotesi. I sistemi di videosorveglianza non sono infallibili. Gli orologi delle telecamere possono essere sfasati, non aggiornati, fuori sincrono. Bastano pochi minuti di errore per stravolgere completamente la sequenza degli eventi. In un’indagine così delicata, dove ogni secondo pesa come un macigno, un disallineamento

temporale può trasformare una certezza apparente in un’illusione. C’è poi un altro dettaglio che inquieta. L’ultimo punto in cui la donna viene ripresa si trova a circa 500 m dal boschetto, dove il corpo di Liliana verrà ritrovato 18 giorni dopo. Una distanza troppo breve per essere ignorata, ma allo stesso tempo troppo lunga per essere liquidata come una semplice deviazione casuale. Cosa è successo in quei 500 m? È una domanda che nessuno è ancora riuscito a risolvere. Liliana, secondo chi la

conosceva bene, non era una persona impulsiva. Aveva una routine, delle abitudini, un modo ordinato di affrontare le giornate. Non era solita allontanarsi senza avvisare, senza portare con sé il telefono e invece quella mattina esce di casa lasciando indietro tutto. Un comportamento che continua a dividere gli esperti. Per alcuni è il segno di un gesto volontario, per altri la prova che qualcosa di anomalo è accaduto prima, magari già tra le mura domestiche. A rendere la scena del ritrovamento ancora

più disturbante sono i sacchi che avvolgono il corpo, non uno, ma più strati, un particolare che raramente si associa a un suicidio. Ancora più difficile da spiegare è la presenza di sacchetti sul capo, un elemento che in molti casi di cronaca richiama tentativi di occultamento messe in scena piuttosto che un atto autolesionistico. Torniamo per un attimo a Gabriella. La sua testimonianza è una delle poche ancore temporali solide di quella mattina, non solo per il mancato incrocio, ma per la conoscenza profonda che aveva di

Liliana. Ne conosceva i ritmi, gli orari, le piccole manie quotidiane e proprio per questo la sua sorpresa davanti all’assenza improvvisa pesa più di tante perizie. Non era qualcosa che poteva passare inosservato. Intanto in città le voci continuano a moltiplicarsi. C’è chi dice di aver visto Liliana parlare con qualcuno nei giorni precedenti, chi la ricorda più tesa, più silenziosa del solito. Racconti che emergono a distanza di tempo, filtrati dall’emotività e dal bisogno umano di dare un senso a ciò che

senso non sembra avere. Testimonianze fragili, ma non per questo irrilevanti. Alcuni investigatori non escludono che Liliana potesse avere un appuntamento quella mattina. Nulla di ufficiale, nessuna prova concreta, solo indizi sparsi. Un incontro con qualcuno che conosceva bene, forse qualcuno capace di influenzarla, di parlarle, di convincerla a seguirlo. Un’ipotesi che apre scenari inquietanti perché presuppone una manipolazione sottile, una fiducia tradita. Se le immagini delle telecamere hanno aperto uno

squarcio inquietante sul momento della scomparsa, ora il racconto si sposta sulle persone che orbitavano attorno Liliana, sui legami affettivi, sulle amicizie profonde e su quelle zone grigie che col passare del tempo diventano sempre più difficili da ignorare, perché ogni grande mistero, prima o poi, chiama in causa i rapporti umani, le emozioni taciute, le parole dette troppo tardi. A rompere un silenzio già fragile è stato Claudio Sterpen, volto noto delle trasmissioni televisive, amico di lunga data di

Liliana e figura centrale nella narrazione pubblica di questo caso. Davanti alle telecamere di un noto programma di approfondimento, Sterpen ha raccontato di un interrogatorio durato ore, un incidente probatorio che l’ho messo di fronte a domande dirette quasi spiazzanti. Tra queste, una in particolare. Gli è stato chiesto se nella vita di Liliana ci fosse un altro uomo. Una domanda che apre scenari delicati e che Sterpen dice di non essersi aspettato. Secondo il suo racconto, l’unico riferimento a un

rapporto sentimentale diverso da quello con il marito risalirebbe a molti anni prima. Una conoscenza con un farmacista, una storia lontana nel tempo, chiusa da decenni, nulla che potesse avere un peso reale nel presente di Liliana. Eppure quella pista è stata ugualmente esplorata dagli inquirenti nel tentativo di individuare eventuali moventi nascosti, gelosie, rancori mai sopiti. Sterpen insiste su un punto. Il legame che lo univa Liliana era profondo, costruito in oltre 40 anni di amicizia, ma privo di secondi fini. Si erano

conosciuti alla fine degli anni 70, tra allenamenti sportivi e gare locali. Lui impegnato nell’atletica, lei in altre discipline, ma uniti da una complicità che con il tempo si era trasformata in un rapporto solido, fatto di confidenze, viaggi, lunghe passeggiate sul mare, un’amicizia che, nelle sue parole non ha mai rappresentato una minaccia per il matrimonio di Liliana. Eppure proprio questa vicinanza emotiva è stata messa sotto la lente degli inquirenti, non per accusare, ma per capire perché in

un’indagine così complessa ogni relazione diventa potenzialmente rilevante. Sterpen racconta di incontri semplici, colazioni nei bar del centro, cene tra amici, momenti di normalità che restituiscono un’immagine di Liliana lontana da quella di una donna isolata o priva di legami. Tra i ricordi che emergono ci sono dettagli apparentemente marginali. ma che contribuiscono a costruire un ritratto più umano. La passione di Liliana per il giardinaggio coltivata proprio in quell’area verde

dove verrà ritrovata senza vita. L’amore per la cucina, per i piatti tradizionali triestini, per i pranzi condivisi, racconti di Natali trascorsi insieme, di tavoli imbandite, di risate che oggi suonano come un eco lontana, flashback che sembrano incompatibili con l’immagine di una persona sul punto di togliersi la vita. Ma è quando Sterpen parla di Sebastiano Visintin che il tono cambia radicalmente, le sue parole diventano dure, cariche di emozione, accuse che non si traducono in prove, ma

che raccontano una percezione, un sentimento. Secondo lui, Visintin non avrebbe mostrato la disperazione di chi teme davvero per la persona amata. Una sensazione personale, certo, ma che ha trovato spazio nel dibattito pubblico, alimentando sospetti e divisioni. Sterpen non dice di sapere con certezza cosa sia accaduto, non si erge a giudice, ma ribadisce con forza di non aver mai visto in visintin l’angoscia che lui stesso provava nei giorni della scomparsa. Un confronto emotivo che, pur non avendo valore giuridico, ha un peso

enorme nell’opinione pubblica, perché spesso nei casi irrisolti le emozioni vengono scambiate per indizi. Intanto le indagini proseguono su più fronti. I tabulati telefonici vengono analizzati e rianalizzati. Le telecamere di sorveglianza vengono passate al setaccio alla ricerca di dettagli sfuggiti in precedenza. I vicini di casa vengono ascoltati. Qualcuno parla di rumori insoliti, di luci accese in orari strani, di movimenti notturni difficili da collocare con precisione, frammenti di memoria che emergono a distanza di

tempo e che proprio per questo vanno maneggiati con estrema cautela. C’è anche chi racconta di passi uditi nel giardino abbandonato, di presenze mai identificate, voci che si sommano, che si sovrappongono, che rischiano di creare più confusione che chiarezza. Ma in un’indagine così complessa, anche il dettaglio più fragile può diventare significativo se inserito in un contesto coerente. Nel frattempo emerge con sempre maggiore forza l’idea che Liliana non fosse una donna priva di progetti o

di desideri. Gli amici parlano di diari personali, di biglietti teatrali conservati con cura, di messaggi mai cancellati, tracce di una vita piena, di una rete affettiva viva, elementi che rendono ancora più difficile accettare una spiegazione semplice e definitiva. La domanda che serpeggia tra chi segue il caso è sempre la stessa. Com’è possibile che una persona così inserita nella propria comunità sia scomparsa per settimane senza lasciare traccia per poi riapparire in un luogo tanto vicino e

allo stesso tempo dimenticato? Perché nessuno l’ha cercata lì prima? Perché quel giardino così familiare a Liliana è rimasto fuori dal radar per tanto tempo? E arriviamo così all’ultimo tratto di questo lungo percorso, quello in cui tutte le piste, anche le più fragili, si intrecciano e restituiscono l’immagine di un caso che continua a sfuggire a qualsiasi definizione netta. Qui il mistero di Liliana Resinovic smette definitivamente di essere solo un fascicolo giudiziario e diventa qualcosa

di più profondo, una ferita collettiva che riguarda il modo in cui affrontiamo la verità quando fa paura. Negli ultimi mesi sono emerse ulteriori curiosità che, prese singolarmente potrebbero sembrare marginali, ma che insieme contribuiscono a rendere il quadro ancora più instabile. Una delle più discusse riguarda una lettera scritta da Liliana e indirizzata a una persona di fiducia. Secondo un consulente grafologo, la scrittura mostrerebbe un’inclinazione diversa dal solito, più aperta, proiettata verso destra, segno

di energia, dislancio, persino di aspettative future. Un’interpretazione che sembra scontrarsi frontalmente con l’idea di un gesto estremo pianificato. Come conciliare parole cariche di vitalità con una fine così tragica? Gli esperti si dividono anche su questo. C’è chi sostiene che uno stato emotivo instabile possa produrre segnali contraddittori, momenti di apparente serenità seguiti da crolli improvvisi. Altri invece vedono in quella grafia un indizio di progettualità di un futuro

che Liliana stava ancora immaginando. Ancora una volta nessuna risposta definitiva, solo interpretazioni che si fronteggiano senza riuscire a prevalere. Intanto la Procura di Trieste valuta nuove richieste di approfondimento. Si parla di ulteriori accertamenti tecnici, di possibili nuove perizie, di interrogatori integrativi, ma il tempo è un avversario silenzioso. Più passano i mesi, più i ricordi si affievoliscono, più le prove diventano difficili da leggere. Ogni ritardo alimenta il sospetto che qualcosa sia sfuggito per

sempre. Al centro di tutto resta quella domanda brutale che nessuno riesce a scacciare. Liliana ha scelto davvero di porre fine alla propria vita o qualcuno ha scelto al posto suo? È una domanda che non riguarda solo i fatti, ma anche il modo in cui li interpretiamo. Perché accettare l’ipotesi del suicidio significa confrontarsi con il dolore silenzioso, con le fragilità invisibili? Accettare l’ipotesi dell’omicidio invece significa ammettere che un responsabile potrebbe essere rimasto nell’ombra,

protetto da errori, omissioni o coincidenze. Sebastiano Visintin continua a chiedere che si indaghi su tutti senza esclusioni. Un appello che può essere letto in due modi opposti. Da una parte come un gesto di trasparenza, il tentativo di dire “Non ho nulla da nascondere”. dall’altra come l’ultima linea di difesa di un uomo che non accetta di essere indicato come colpevole senza prove schiaccianti. Anche su questo il pubblico si divide proiettando nelle parole di Visintin le proprie convinzioni personali. La

sensazione è che il caso Resinovic sia diventato uno specchio impietoso delle nostre difficoltà nel distinguere tra verità giudiziaria e verità umana, tra ciò che può essere dimostrato in un’aula di tribunale e ciò che resta confinato nelle emozioni, nei sospetti, nelle percezioni. Ogni nuovo elemento sembra aggiungere complessità, non chiarezza. Eppure, nonostante tutto, una cosa appare evidente. Liliana non può essere ridotta a un corpo ritrovato in un boschetto o a una serie di referti medici. Era una donna con una storia,

con legami, con passioni, con una rete di relazioni che continua a parlare di lei anche dopo la morte. Ridurre la sua fine a una spiegazione affrettata sarebbe una seconda sconfitta. Finché non arriverà una risposta definitiva, semmai arriverà, il caso Resinović continuerà a muoversi in quella zona grigia dove le certezze non attecchiscono. Un limbo giudiziario in cui ogni passo avanti sembra accompagnato da uno indietro, un luogo in cui la verità appare e scompare come un’ombra che cambia forma a seconda

della luce. E forse è proprio questo l’aspetto più doloroso, non sapere, restare sospesi tra ipotesi opposte, tra ricostruzioni incompatibili, tra perizie che si annullano vicenda. Ma finché qualcuno continuerà a fare domande, a rifiutare le risposte comode, a pretendere chiarezza, la storia di Liliana Resinovic non sarà solo un mistero irrisolto. Sarà anche un monito, un richiamo a non smettere di cercare la verità, anche quando sembra sempre un passo più avanti, irraggiungibile ma necessaria. M.

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