LILIANA RESINOVICH SHOCK: “LA BRUZZONE PUNTA IL DITO SU…” LA TRAGICA VERITÀ SUL COLPEVOLE

14 dicembre 2021. Una data che a Trieste pesa ancora come un macigno. È il giorno in cui Liliana Resinović esce di casa e non fa più ritorno. Un giorno apparentemente uguale a tanti altri, iniziato senza clamore, senza segnali evidenti, ma destinato a diventare uno spartiacque doloroso. Liliana ha 63 anni, è in pensione, conduce una vita che all’esterno appare ordinaria, quasi invisibile. Eppure dietro quella normalità si nasconde un intreccio di emozioni, decisioni e segreti che solo oggi iniziano davvero a emergere. Quella

mattina Liliana esce dalla sua abitazione intorno alle 8:30. indossa abiti leggeri per la stagione, non porta con sé il telefono né i documenti. Un dettaglio che col senno di poi diventa inquietante, ma che in quel momento nessuno nota. Claudio Sterpin, l’uomo che negli ultimi tempi era diventato una presenza costante nella sua vita, prova a contattarla, telefona, manda messaggi, nessuna risposta. Il silenzio si allunga, si fa denso, irreversibile. Da quel momento di Liliana sembra inghiottita dal nulla, ma c’è un

particolare che per anni è rimasto sullo sfondo, quasi ignorato, un messaggio. Poche lettere, apparentemente insignificanti, inviate proprio poco prima della scomparsa. Tre caratteri seguiti da puntini, un codice che solo oggi, grazie a una consulenza tecnica forense, viene interpretato per quello che era davvero. Non una sigla casuale, non un’abitudine distratta, ma un linguaggio intimo, privato, costruito nel tempo, un saluto affettuoso, carico di senso, un buongiorno che profuma di confidenza, di amore, un ultimo segnale

prima del buio. Gli esperti chiamati ad analizzare quella comunicazione parlano chiaro. Quelle lettere lette nel contesto delle centinaia di messaggi scambiati tra Liliana e Claudio raccontano un legame profondo, non unamicizia qualsiasi, ma una relazione fatta di attenzioni, complicità, parole sussurrate attraverso codici, abbreviazioni, numeri, espressioni in dialetto triestino, un lessico segreto che serviva a proteggere qualcosa di fragile e prezioso e che oggi diventa una chiave per comprendere ciò che è

accaduto. Liliana e Claudio comunicavano così da tempo. Lo dimostrano i messaggi emersi mostrati anche in televisione che raccontano una quotidianità emotiva intensa. Il 12 dicembre, due giorni prima della scomparsa, Liliana gli invia una foto accompagnata da una frase semplice e potentissima: “Un biglietto che parla di affetto sincero.” Poco dopo un altro messaggio in codice decifrato come un augurio tenero prima della notte. Nulla di plateale, nulla di esplicito, ma tutto profondamente umano.

Il giorno successivo, il 13 dicembre, Liliana scrive ancora, dice che è rilassata, che ci si sente domani. Domani, una parola che oggi fa male, perché quel domani coincide con il 14 dicembre, il giorno in cui Liliana scompare. Claudio risponde con un messaggio altrettanto denso di significato, parlando di regali quasi pronti, di attese, di un futuro che sembra già immaginato. Chiude con un saluto affettuoso: “Domani è oltre”. Parole che oggi suonano come un’eco tragica. Poi il silenzio, un silenzio

totale, inspiegabile. Nessun messaggio, nessuna chiamata. Liliana svanisce. Le ricerche partono, ma senza esito immediato. Passano giorni, settimane, fino al 5 gennaio 2022. Il corpo di Liliana viene ritrovato nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. è rannicchiata in posizione fetale, chiusa dentro due sacchi neri. Una scena che colpisce per la sua crudezza e per l’assenza di risposte. Da subito si parla di suicidio, un’ipotesi che però non convince chi conosceva

davvero Liliana. Non convince Claudio che fin dall’inizio respinge con forza questa possibilità. Non convince gli amici che descrivono Liliana come una donna sì sensibile, ma lucida, determinata. Nelle settimane precedenti sembrava aver ritrovato una direzione. Aveva confidato a più persone il desiderio di cambiare casa, di ricominciare. Un progetto che richiede coraggio, non disperazione. A rendere tutto ancora più struggente è una lettera resa pubblica mesi dopo. Una lettera che Liliana aveva scritto a

Claudio. Un testo delicato, quasi poetico. Parole che parlano di assenza, di ricordi, di una presenza che continua anche quando non si vede più. Letta oggi quella lettera sembra un addio sussurrato, come se Liliana avesse percepito qualcosa, come se avesse sentito che il tempo stava per finire. Nel frattempo l’inchiesta cambia direzione. Il marito di Liliana, Sebastiano Visintin, viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio. Lui si dice tranquillo, afferma di non avere nulla da nascondere

e di voler chiarire tutto con i suoi legali, ma i sospetti restano. Claudio, dal canto suo, è convinto che Sebastiano sapesse della relazione, che fosse a conoscenza del legame che si era creato. Secondo lui, Liliana aveva deciso di andarsene e questa decisione avrebbe scatenato una reazione violenta. Sono accuse pesanti che dividono l’opinione pubblica e alimentano un dibattito acceso, ma ciò che emerge con forza è il valore di quei messaggi, di quel linguaggio segreto. Non solo prove tecniche, ma frammenti di vita,

testimonianze intime che raccontano una donna viva, presente, proiettata in avanti, una donna che non stava pianificando di sparire, ma di ricominciare. Il 14 dicembre non è solo una data sul calendario, è una linea di confine. Prima c’è una donna che progetta, scrive, ama. Dopo c’è un vuoto che nessuna spiegazione ufficiale è mai riuscita a colmare davvero. Gli investigatori, negli ultimi mesi, hanno ricostruito minuto per minuto le ore precedenti alla scomparsa di Liliana Resinovic e quello che emerge non è il

profilo di una persona rassegnata, ma quello di qualcuno che stava prendendo decisioni importanti. Secondo le testimonianze raccolte, Liliana aveva parlato con alcune amiche del suo desiderio di cambiare casa. Non si trattava di un pensiero vago, ma di un progetto concreto. Aveva iniziato a informarsi, a guardarsi intorno. Aveva bisogno di spazio, di aria, di una vita diversa da quella che conduceva da anni. E in questo percorso la presenza di Claudio Sterpin era diventata centrale, non come un capriccio, ma come un

sostegno emotivo profondo. I consulenti forensi, incaricati di analizzare i dispositivi elettronici hanno messo insieme un mosaico fatto di quasi 600 messaggi, non frasi casuali, ma una trama coerente, un dialogo continuo costruito con attenzione. I due evitavano parole esplicite, usavano sigle, numeri, soprannomi, non per gioco, ma per protezione. Era un linguaggio nato dall’esigenza di non farsi scoprire, ma cresciuto fino a diventare una forma di intimità. Questo elemento oggi pesa più di quanto si

possa immaginare perché dimostra una cosa semplice e allo stesso tempo devastante. Liliana aveva qualcosa da perdere, aveva un futuro possibile davanti, aveva un motivo per andare avanti. Ed è proprio questo che rende l’ipotesi del suicidio sempre meno credibile agli occhi di chi analizza i fatti senza filtri. Quando il corpo viene ritrovato, la scena lascia sgomenti. Liliana è rannicchiata, chiusa in due sacchi neri, con il volto rivolto verso l’interno. Non ha con sé il cellulare, non ha documenti, non indossa

il cappotto, la posizione del corpo, le modalità di occultamento, la distanza dal luogo dell’uscita di casa. Tutto sembra raccontare una storia diversa da quella di un gesto volontario, una storia fatta di intervento esterno, di trasporto, di messa in scena. Eppure per mesi quella pista viene privilegiata, come se fosse la soluzione più comoda, quella che chiude in fretta le domande. Ma Claudio non ci ha mai creduto. Fin dal primo momento ha sostenuto che Liliana non si sarebbe mai tolta la

vita, che non era nel suo carattere, che non era nel suo stato d’animo. Secondo lui, Liliana è stata uccisa perché aveva deciso di cambiare, perché aveva scelto di non restare più dov’era. Claudio racconta che Sebastiano, il marito, era a conoscenza della relazione. Non nei dettagli, forse, ma abbastanza da sapere che qualcosa stava cambiando. Liliana non era più la stessa, era più distante, più determinata. Aveva smesso di subire in silenzio e quando una persona rompe un equilibrio, anche se tossico, può

diventare un pericolo per chi quell’equilibrio lo controllava. Sono accuse che dovranno essere dimostrate in sede giudiziaria, ma intanto gli inquirenti hanno iniziato a guardare con occhi nuovi anche i dettagli che prima erano stati sottovalutati, come l’abbigliamento di Liliana quella mattina, troppo leggero per una donna che avrebbe deciso di farla finita all’aperto in pieno inverno, come l’assenza del telefono, strumento che non lasciava mai a casa e che rappresentava il filo diretto con

Claudio. C’è poi un altro aspetto che colpisce. Il flusso di messaggi tra Liliana e Claudio si interrompe di colpo proprio il 14 dicembre, non gradualmente, non con segnali di crisi, di colpo, come se qualcosa o qualcuno avesse spezzato quella comunicazione e da quel momento nessun tentativo di contatto ottiene risposta. Un’interruzione netta, incompatibile con una scelta meditata e solitaria. Gli esperti che hanno analizzato il linguaggio dei messaggi parlano di una relazione basata su equilibrio e

reciprocità. Non c’è traccia di manipolazione, di dipendenza patologica. Al contrario emerge una donna che trova conforto, che si sente compresa, una donna che grazie a quel rapporto sembra aver ritrovato fiducia in sé stessa. Anche questo è un elemento che stride con l’idea di un gesto estremo. E poi c’è quella lettera, un testo che oggi pesa come un testamento emotivo. Quando non mi vedrai, quando non ci sarò più, cercami nei tuoi ricordi. Parole che sembrano scritte da chi sta per sparire,

ma non per scelta, da chi sente che qualcosa incombe, da chi vuole lasciare una traccia, un appiglio, una memoria viva. È difficile leggerle senza provare un brivido. Nel frattempo, l’iscrizione di Sebastiano Visintin nel registro degli indagati segna una svolta. Non è una condanna, ma è un cambio di passo. Significa che la procura ritiene ci siano elementi sufficienti per approfondire la sua posizione. Significa che la pista dell’omicidio non è più marginale e questo riapre scenari che

per troppo tempo erano rimasti chiusi. La città di Trieste, intanto, continua a parlare sottovoce. Nei bar, nei mercati, nei condomini. Ognuno ha una versione, un sospetto, un dettaglio sentito dire. C’è chi ricorda Liliana come una donna solare, precisa, attenta. C’è chi parla di tensioni domestiche, di silenzi pesanti, frammenti di una storia che solo ora iniziano a combaciare. Il momento in cui Claudio Sterpin varca l’ingresso del Palazzo di Giustizia segna un passaggio simbolico potente. Da

confidente silenzioso diventa testimone chiave. Fuori i flash dei fotografi scattano senza tregua. Le voci dei cronisti si accavallano, l’aria è tesa. Dentro invece tutto si ferma. L’aula è fredda, spoglia, quasi ostile. Qui non c’è spazio per le emozioni, solo per i fatti o per ciò che di quei fatti riuscirà a emergere. Claudio appare provato. Il volto tirato, lo sguardo fisso, come se stesse ripercorrendo ogni parola scritta, ogni messaggio inviato, ogni silenzio non compreso. Davanti a

lui il pubblico ministero osserva, ascolta, prende appunti. Ogni frase pesa, ogni dettaglio viene sezionato, perché non si tratta solo di ricostruire una relazione, ma di capire se quel legame possa aver rappresentato il movente di un delitto. In aula siedono anche i familiari di Liliana, composti, immobili, ma con una tensione che si percepisce a pelle. Dall’altra parte c’è Sebastiano Visintin, il marito, difeso da un team di avvocati. Il suo atteggiamento è controllato, quasi distaccato, non reagisce, non si

scompone. Una calma che per alcuni è segno di innocenza, per altri diventa motivo di sospetto. Claudio racconta, parla della loro conoscenza, di come quel rapporto sia cresciuto nel tempo, di come Liliana fosse cambiata negli ultimi mesi, più serena, più decisa, racconta dei messaggi, del linguaggio in codice, di quel modo tutto loro di dirsi le cose senza dirle davvero. Spiega che non era un gioco, ma una necessità, un modo per proteggersi, un modo per esistere senza essere scoperti. Gli inquirenti mostrano i tabulati, le

conversazioni ricostruite, le sequenze temporali, quasi 600 messaggi analizzati uno per uno, un lavoro minuzioso che restituisce un quadro preciso. Non ci sono segnali di rottura, non ci sono addii. Al contrario, emerge una continuità affettiva che si interrompe bruscamente il 14 dicembre. Un taglio netto, improvviso, innaturale. Durante l’udienza emerge anche un dettaglio inquietante. Nei giorni precedenti alla scomparsa sui telefoni di Claudio e Liliana compare un numero sconosciuto, attivo solo per un breve periodo. Non

lascia messaggi vocali, non invia testi, effettua solo squilli, come segnali, un contatto muto che aggancia entrambi. Gli esperti localizzano quell’utenza in una zona periferica di Trieste, un punto che fino a quel momento non era mai stato considerato centrale. Questa scoperta apre nuovi scenari. Chi era dall’altra parte di quel numero, perché contattava entrambi e soprattutto chi sapeva dell’esistenza di quella comunicazione segreta? Domande che restano sospese, ma che iniziano a costruire una rete più

ampia, più complessa. La tensione cresce quando viene affrontato il tema del ritrovamento del corpo. Gli inquirenti descrivono la scena con precisione chirurgica. La posizione fetale, i sacchi neri, l’assenza di segni compatibili con un gesto volontario, il trasporto del corpo, l’occultamento, operazioni che richiedono tempo, forza, sangue freddo. Non un impulso, ma un’azione ragionata. Claudio ascolta in silenzio. Ogni parola sembra confermare ciò che ha sempre pensato. Che Liliana

non si è tolta la vita, che qualcuno ha deciso per lei e quando prende di nuovo la parola lo fa con una convinzione che scuote l’aula. dice che Liliana voleva andarsene, che glielo aveva detto chiaramente, che aveva paura, sì, ma anche speranza, e che quella scelta era nota al marito. Questa affermazione provoca un mormorio. Gli avvocati di Visintin prendono appunti, si scambiano sguardi. È un’accusa indiretta, ma pesantissima, perché introduce il movente. la gelosia, la perdita del controllo, la paura di essere lasciati,

elementi che nella storia della cronaca nera tornano fin troppo spesso. Il pubblico ministero chiede chiarimenti, vuole sapere se Claudio abbia mai avuto la sensazione che qualcuno li osservasse, che qualcuno sapesse. Claudio risponde che Liliana era prudente, che temeva di essere scoperta, che per questo usava codici, che non si sentiva libera. Una risposta che lascia il segno fuori dall’aula, intanto la città reagisce. I giornali titolano, i talk show discutono, l’opinione pubblica si divide. C’è chi difende Sebastiano

parlando di un uomo travolto da un dolore ingiusto. C’è chi invece vede finalmente incrinarsi una versione troppo semplice, troppo comoda. Un altro elemento entra nel fascicolo. Alcuni testimoni riferiscono di aver sentito rumori metallici notturni nei pressi dell’abitazione di Visintin nei giorni successivi alla scomparsa. Altri parlano di luci accese a orari insoliti, segnalazioni che all’epoca erano state archiviate come irrilevanti, ma che oggi vengono rilette con occhi diversi. Gli

investigatori iniziano a scavare cantine, depositi, spazi chiusi, ambienti che raccontano di lavori, di attrezzi, di mani abituate a costruire e smontare. Nulla viene più dato per scontato. Ogni dettaglio, anche il più banale, diventa potenzialmente decisivo e mentre la macchina giudiziaria avanza lentamente, una cosa diventa sempre più chiara. La storia di Liliana Resinovic non è solo un caso giudiziario, è il racconto di una donna che aveva deciso di cambiare. La svolta arriva quando l’attenzione degli investigatori si

sposta sotto terra. letteralmente una cantina, uno spazio che fino a quel momento era rimasto ai margini dell’inchiesta, quasi un dettaglio logistico privo di peso e invece è proprio lì che l’indagine cambia volto. Pareti basse, aria stagnante, odore di umido e polvere, un luogo che racconta più di quanto sembri se osservato con gli occhi giusti. Durante un’ispezione approfondita, supportata da tecnici della polizia scientifica, emergono anomalie evidenti, modifiche strutturali recenti, una botola nascosta sotto

detriti e foglie secche, un sistema di scolo improvvisato per deviare l’acqua piovana lontano da punti visibili. Nulla di casuale, tutto sembra studiato per non attirare l’attenzione, per nascondere. All’interno di due grandi contenitori di plastica nera occultati con cura, vengono rinvenuti oggetti che gelano il sangue, frammenti ossei, tessuti compatibili con un abito femminile, un fular macchiato di sangue, una borsa in pelle riconosciuta senza esitazioni e poi gli orecchini piccoli a

lobo, quelli che Liliana indossava sempre. Un dettaglio intimo, personale, impossibile da confondere. La consulenza forense conferma ciò che nessuno vorrebbe sentire. Le tracce biologiche risalgono a poche settimane dopo il 14 dicembre. Il gruppo sanguigno è lo stesso della vittima. Non si tratta di reperti casuali né di contaminazioni. È materiale compatibile con un’azione violenta e soprattutto con un tentativo di occultamento successivo. La cantina diventa improvvisamente il centro dell’indagine. Gli arnesi presenti

raccontano una storia inquietante. Atrezzi da falegname accanto a strumenti per la lavorazione del metallo. Ese, ceselli, residui polveri sottili, oggetti che richiedono competenza, mani esperte, non improvvisazione, ma metodo. L’ipotesi che prende forma è quella di un omicidio pianificato seguito da una gestione accurata delle tracce. In aula, durante le udienze successive, il pubblico ministero mostra le immagini, fotografie dettagliate dei bidoni, riprese termiche che evidenziano anomalie di calore in un angolo

specifico della cantina. Viene presentata anche una registrazione ambientale, un audio disturbato, difficile da ascoltare, ma in un passaggio si distingue qualcosa. Un gemito soffocato, un rantolo breve, poi il silenzio, come se fosse stato interrotto bruscamente. Tra il pubblico qualcuno abbassa lo sguardo, altri trattengono il respiro. Sergio, il fratello di Liliana, stringe un fazzoletto tra le mani. Il suo volto è rigido, ma gli occhi tradiscono uno strazio che non ha bisogno di parole. Per la famiglia quel momento segna un

punto di non ritorno. La speranza di una spiegazione semplice si dissolve definitivamente. Gli investigatori iniziano a raccogliere testimonianze anche nel quartiere. Vicini che per anni avevano taciuto iniziano a parlare. Raccontano di luci accese di notte, di rumori metallici intorno alla mezzanotte, colpi secchi, ripetuti. Qualcuno dice di aver pensato a lavori domestici. Qualcun altro parla di un laboratorio improvvisato nessuno aveva denunciato, per abitudine, per paura, per indifferenza. Parallelamente un

criptologo forense riesce a decifrare ulteriormente il linguaggio usato nei messaggi tra Liliana e Claudio. Scopre che molti codici si ispiravano a un libro di pittura che Liliana amava e collezionava. numeri associati a colori, parole chiave mascherate da riferimenti artistici, un sistema complesso ma coerente, un altro segno di quanto quel legame fosse strutturato, profondo e quanto Liliana tenesse a proteggerlo. Emergono anche ombre legate al lavoro di Liliana. Il call center dove aveva lavorato negli ultimi tempi torna al

centro delle attenzioni. Alcuni colleghi raccontano di pressioni sui turni, di malcontento, di discussioni mai verbalizzate. Liliana aveva protestato, aveva espresso disagio, ma nessuno le aveva dato peso. Ora quelle tensioni assumono un valore diverso, come se più aspetti della sua vita fossero entrati in collisione. Un altro luogo ritorna spesso nei racconti. Il cimitero di Sant’Anna, un posto che Liliana e Claudio frequentavano, non per morbosità, ma per quiete, cipressi secolari, statue di marmo, silenzio, un

rifugio lontano dagli sguardi, un luogo dove parlare, camminare, pensare. Oggi quel dettaglio assume un tono quasi simbolico. Vita e morte che si sfiorano, scelte che maturano in silenzio. Le ipotesi investigative si moltiplicano. C’è chi parla di un piano di fuga mai realizzato, di documenti pronti, di una partenza che avrebbe dovuto avvenire lontano da tutto, un progetto che sarebbe degenerato. Altri sostengono con forza la pista dell’omicidio premeditato. Una reazione violenta alla decisione di Liliana di andarsene. E poi

c’è l’ipotesi di una complicità esterna, un terzo soggetto, qualcuno che avrebbe aiutato nel depistaggio, nel trasporto, nell’occultamento. E così si arriva alloggi, a un presente in cui nulla può più essere archiviato come coincidenza. Ogni tassello emerso negli ultimi mesi ha ridisegnato il perimetro di questa storia, trasformandola da caso enigmatico a possibile scenario di omicidio complesso, un quadro che obbliga tutti, investigatori, magistrati e opinione pubblica, a guardare dove prima si

scelto di distogliere lo sguardo. L’incidente probatorio diventa il punto di cristallizzazione di tutto ciò che fino ieri era solo ipotesi. Le parole di Claudio Sterpin vengono fissate, analizzate, messe a confronto con dati tecnici, consulenze, reperti. Non è più solo il racconto di un uomo innamorato, ma un elemento che contribuisce a costruire una possibile verità giudiziaria. Ogni frase pesa perché non potrà più essere ritratta né reinterpretata con leggerezza. Nel frattempo la posizione di Sebastiano

Visintin resta al centro di un’attenzione crescente. L’iscrizione nel registro degli indagati non è un atto formale vuoto, ma il segnale che qualcosa si è rotto, che la narrazione precedente non regge più. Gli accertamenti patrimoniali, le analisi sugli spostamenti, i controlli sugli ambienti frequentati diventano sempre più stringenti. Nulla viene escluso, nulla viene dato per scontato. Gli inquirenti cercano risposte anche sul corpo di Liliana. Le nuove perizie medicolegali si concentrano non solo

sulla causa della morte, ma sulla tempistica, sul momento esatto del decesso, sull’eventuale immobilizzazione, su segni che in passato erano stati letti in modo superficiale. Ogni dettaglio viene riesaminato con tecnologie più avanzate. Perché capire comeè morta Liliana significa capire anche chi aveva il controllo della situazione. Un nodo centrale resta quello del trasporto del corpo. Portare Liliana dal luogo della morte fino al boschetto dell’ex ospedale psichiatrico non è un’operazione semplice. Richiede

forza fisica, tempo, mezzi. Richiede la certezza di non essere visti, richiede sangue freddo. Tutti elementi che mal si conciliano con l’idea di un gesto isolato e disperato. Sempre più esperti concordano su questo punto. Qualcuno ha agito con lucidità. E poi c’è il silenzio, quel silenzio improvviso che inghiotte Liliana il 14 dicembre. Nessun messaggio, nessuna chiamata, un’interruzione che appare innaturale alla luce della comunicazione costante con Claudio. Gli specialisti parlano di

una rottura forzata, non scelta, come se qualcuno avesse impedito a Liliana di continuare a comunicare, come se il suo telefono fosse stato tolto di mano o peggio, resta aperta anche la questione del DNA maschile sconosciuto, un profilo che potrebbe cambiare tutto, un possibile complice o forse l’esecutore materiale. Gli accertamenti proseguono incrociando banche dati nazionali e internazionali. Ogni risultato potrebbe aprire scenari nuovi imprevedibili e per la prima volta l’idea di una

responsabilità condivisa non viene più scartata a priori. Intanto emergono altri racconti. Persone che in passato avevano preferito tacere ora iniziano a parlare. Piccoli dettagli, ricordi sfocati, sensazioni mai verbalizzate, una frase sentita per caso, un comportamento insolito, una porta chiusa troppo in fretta, nulla di eclatante preso singolarmente, ma insieme costruiscono un contesto, un clima, una tensione che covava sotto la superficie. La figura di Liliana, nel frattempo, si ricompone non più solo come vittima, ma

come donna. una donna che aveva desideri, paure, sogni, che aveva trovato il coraggio di immaginare un cambiamento, che aveva iniziato a costruire una via d’uscita da una vita che non la rappresentava più e proprio per questo forse era diventata fragile agli occhi di chi temeva di perderla o di essere smascherato. Le sue parole, affidate ai messaggi in codice, alla lettera, forse a quel diario ancora avvolto dal mistero, raccontano una storia di resistenza silenziosa. di resa. Liliana non voleva sparire,

voleva essere vista, ascoltata, compresa e oggi, paradossalmente lo è più di quanto non lo sia mai stata in vita. Ma il tempo della giustizia è lento e mentre le indagini continuano resta una ferita aperta, una famiglia che attende risposte, una città che convive con un’ombra ingombrante, un paese che osserva e si interroga, perché il caso Resinovic non è solo un fatto di cronaca, è uno specchio che riflette dinamiche più profonde: il peso dei silenzi, la difficoltà di credere alle donne quando parlano di disagio, la

tentazione di scegliere la spiegazione più semplice. Ora però quella semplicità non basta più. Troppe cose non tornano, troppi elementi puntano nella stessa direzione e ogni nuovo passo avanti rende sempre più difficile tornare indietro. Qualunque sarà l’esito giudiziario, una cosa è già chiara. Liliana Resinovic non è scomparsa nel nulla, è stata cancellata da qualcuno e capire chi e perché non è più solo un dovere processuale, è una questione di verità. M.

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