
C’è un momento preciso in cui il silenzio smette di essere solo assenza di rumore e diventa una presenza ingombrante, quasi fisica. È l’alba davanti al palazzo di giustizia, quando le porte massicce si aprono e l’aria fredda del mattino viene squarciata da un brusio improvviso. In mezzo a quel vortice di voci e flash compare Claudio Sterpin. Cammina lentamente, lo sguardo basso, come se ogni passo lo trascinasse più vicino a qualcosa che non ha mai smesso di temere. Per mesi è stato il
nome sussurrato, l’amico speciale, l’uomo che sapeva. Ora è il testimone chiave, chiamato a parlare sotto giuramento, a mettere ordine in una storia che ordine non ne ha mai avuto. Fuori dal tribunale la città osserva. C’è chi si ferma solo per curiosità, chi invece porta addosso anni di domande mai risolte. Qualcuno ricorda Liliana Resinovic come una donna sorridente, sempre attenta ai particolari, capace di notare una pianta fiorita o una vetrina illuminata meglio delle altre. Altri
invece parlano di un’inquietudine che le attraversava lo sguardo, come se qualcosa dentro di lei non trovasse pace. Opinioni che si accavallano, ricordi che si contraddicono, una verità frammentata che si ricompone e si distrugge di continuo. Dentro l’aula il clima cambia. Le pareti grigie sembrano assorbire ogni emozione. Le sedie sono allineate come soldati e al centro resta solo il banco dei giudici. Il pubblico ministero sfoglia le carte senza alzare gli occhi. L’avvocato di Sterpin sistema
l’orologio con un gesto nervoso. In un angolo i familiari di Liliana mantengono una compostezza che dolore trattenuto a forza. Dall’altra parte Sebastiano Visintin segue tutto con un’espressione che molti definiscono impenetrabile. Il marito, l’ingegnere, l’uomo che ha sempre respinto ogni accusa, oggi è circondato da un team di legali e da un’ombra che negli ultimi giorni si è fatta più pesante. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare indietro a quel 14 dicembre 2021 che
ormai è diventato una data scolpita nella memoria collettiva. Liliana esce di casa la mattina presto. Dice Asterpin che farà un salto al Winci Center di via Battisti, un ex capannone industriale trasformato in call center. Un luogo anonimo, fatto di turni massacranti, telefoni che squillano senza sosta e contratti precari. Da quel momento di Liliana si perde ogni traccia. Le ricerche partono subito con droni, cani, sommozzatori nel porto. Trieste trattiene il fiato mentre i giorni passano e il vuoto si allarga. Proprio
quel call center diventa uno dei primi punti oscuri della vicenda. Alcuni colleghi raccontano di averla vista agitata, vestita di scuro, con occhiali da sole che sembravano più una barriera che un accessorio. Parlava al telefono con un tono teso, come se stesse affrontando qualcosa di urgente. Dettagli che all’epoca sembravano insignificanti e che oggi assumono un peso diverso. La stanchezza sul suvolto, i turni serali imposti, le lamentele rimaste inascoltate. Tutto torna a galla come un presagio che nessuno ha voluto
leggere. Gli investigatori iniziano a scavare nei dispositivi di Sterpin e trovano centinaia di messaggi criptati, nomi in codice, numeri, colori, un linguaggio costruito per non farsi capire. Le telefonate sono poche, brevi, studiate per evitare intercettazioni. Eppure bastano raccontare una complicità profonda, un legame che va oltre la semplice amicizia. In mezzo ai tabulati spunta un numero misterioso, attivo solo per due settimane a dicembre. Non lascia messaggi, fa squilli brevi, contatta
entrambi. Una presenza silenziosa che sembra osservare da lontano. La svolta arriva quando quell’utenza viene localizzata in una zona periferica di Trieste, un’area che presto diventa il centro di un’operazione delicatissima. Pochi giorni prima dell’udienza, la polizia ispeziona la cantina di Visintin. Uno spazio basso, angusto, con pareti scrostate e un odore di umidità che impregna tutto. Sotto un cumulo di detriti viene scoperta una botola, non una semplice apertura, ma un sistema
studiato con canalizzazioni per l’acqua piovana e punti ciechi rispetto alle telecamere esterne. Dentro due grandi bidoni neri emergono resti che gelano il sangue, frammenti ossei, tessuti riconducibili a un abito femminile, un fular macchiato di sangue, la borsa di Liliana, gli orecchini che portava sempre, oggetti quotidiani trasformati in prove di un orrore che nessuno voleva immaginare. Le analisi forensi parlano chiaro, le tracce risalgono a poche settimane dopo la scomparsa e il gruppo
sanguigno coincide con quello della donna. La cantina assume così un significato diverso. Accanto ai bidoni ci sono attrezzi da falegnameria e strumenti per la lavorazione del metallo, frese, ceselli, polveri sottili, non il caos di un gesto improvviso, ma l’ordine inquietante di mani esperte. L’ipotesi di un delitto pianificato prende forma, mentre in aula vengono proiettate le immagini dei reperti e delle anomalie termiche rilevate in un angolo nascosto. Tra il pubblico qualcuno abbassa lo sguardo,
qualcun altro trattiene a stento le lacrime. La posta in gioco è altissima. L’incidente probatorio non serve solo a confermare o smentire le parole di Sterpin, ma a stabilire se questa storia approderà a un processo vero e proprio. Intanto emergono racconti dei vicini, luci accese di notte, rumori metallici, un’attività insolita che nessuno ha denunciato per paura o indifferenza, una cantina che qualcuno definisce un laboratorio segreto, un luogo dove il silenzio era una regola non scritta. E
mentre le carte si accumulano e le ipotesi si moltiplicano, resta una sensazione difficile da scacciare. Più si scava e più il caso sembra allargarsi come una macchia d’olio. Ogni dettaglio porta con sé nuove domande. Ogni risposta apre un’altra crepa. Nei faldoni dell’indagine compaiono appunti, note a margine, testimonianze raccolte e poi lasciate lì, sospese. Una delle più inquietanti riguarda proprio quei messaggi criptati scambiati tra Liliana e Claudio. Non erano solo parole mascherate, ma un vero e proprio codice
condiviso. Numeri associati a colori, riferimenti a pagine di un libro di pittura che Liliana amava collezionare. Un linguaggio intimo, costruito nel tempo che racconta un rapporto profondo, ma anche la necessità di nascondersi. Un consulente informatico incaricato di analizzare quel materiale parla di una strategia precisa: evitare nomi, evitare luoghi, evitare qualsiasi riferimento diretto. Eppure proprio in quella prudenza emerge la paura. La sensazione che qualcuno potesse ascoltare, leggere,
controllare non era il gioco leggero di due persone che si scambiano segreti per romanticismo. Era una forma di difesa e quando si vive sulla difensiva significa che si percepisce una minaccia. A rafforzare questa impressione c’è il mistero del numero sconosciuto, gli squilli muti, brevi, ripetuti, un segnale più che una comunicazione, come se qualcuno volesse dire “Ci sono! Vi vedo”. Gli investigatori ipotizzano un terzo soggetto, una presenza che non parla ma osserva, che non scrive ma controlla,
un’ombra che si muove tra le pieghe della storia senza mai esporsi davvero. Intanto, fuori dalle aule giudiziarie, Trieste continua a parlare. Nei bar del centro storico, tra un caffè e un bicchiere d’acqua, il nome di Liliana torna spesso. C’è chi ricorda le sue passeggiate al cimitero di Sant’Anna tra cipressi e statue antiche, un luogo che per molti è solo un campo santo, ma che per lei rappresentava un rifugio. Lì si incontrava con Claudio, lontano dagli sguardi indiscreti, immersa in un
silenzio che aveva il profumo di incenso e muschio, un posto che racconta molto del suo rapporto con la vita e con la morte. Proprio da quei momenti diintimità nascono alcune delle ipotesi più discusse. C’è chi parla di un piano di fuga, documenti falsi, una partenza segreta, l’idea di ricominciare altrove, una teoria affascinante ma fragile. Perché se davvero Liliana stava progettando di sparire volontariamente? Perché lasciare dietro di sé indizi così pesanti? Perché affidarsi a messaggi
cifrati e a luoghi appartati? Come se temesse un pericolo imminente? Un’altra pista più cupa, parla di gelosia e controllo. Secondo questa ricostruzione, qualcuno avrebbe scoperto la relazione speciale tra Liliana e Claudio e avrebbe deciso di intervenire. Non un gesto impulsivo, ma un’azione studiata, favorita da competenze tecniche e da un ambiente familiare conosciuto alla perfezione. La cantina, con i suoi attrezzi e le sue modifiche strutturali sembra confermare questa possibilità.
Non è un luogo improvvisato, è uno spazio trasformato nel tempo, adattato a uno scopo preciso e poi c’è l’ipotesi della complicità esterna. un terzo uomo, forse legato al call center, forse un conoscente comune, forse qualcuno che ha aiutato nel depistaggio. A rendere questa pista meno fantasiosa arriva un nuovo elemento. In uno dei bidoni viene isolata una traccia genetica maschile che non appartiene né a Sterpin né a Visintin, un profilo sconosciuto che apre uno scenario ancora più inquietante.
confermato, significherebbe che Liliana non era sola con il suo aggressore, che qualcuno ha partecipato, visto, aiutato. Nel frattempo un pacco anonimo arriva alla redazione di un programma televisivo molto seguito. Dentro c’è un diario, non l’originale, ma alcune pagine strappate, consumate, difficili da leggere, frasi spezzate, parole che parlano di paura, di un peso che soffoca, di segreti che diventano insopportabili. Non c’è una firma, ma chi conosce la grafia di Liliana riconosce tratti familiari. Quel
materiale viene subito sequestrato, ma l’ecomediatica è devastante, perché se quelle pagine fossero autentiche raccontano di una donna consapevole del pericolo che stava correndo. A rendere tutto ancora più ambiguo c’è il racconto di un giornalista che sostiene di aver incontrato una donna vestita di nero, presentatasi come la custode dei silenzi, una figura quasi simbolica che avrebbe lasciato cadere alcune prove nell’atrio del tribunale per poi sparire. Un episodio che molti liquidano
come suggestione, ma che alimenta l’idea di un caso più grande delle persone coinvolte. Mentre la data del 12 settembre si avvicina, quella in cui il giudice dovrà prendere decisioni cruciali, l’opinione pubblica si divide. C’è chi parla di complotto, chi invoca prudenza, chi chiede solo una sentenza chiara. Nei caffè di Piazza Unità le discussioni si fanno accese. La storia di Liliana non è più solo una vicenda giudiziaria, è diventata uno specchio delle paure collettive, della sfiducia
verso le istituzioni, del bisogno di verità. In questo clima Claudio Sterpin torna a parlare in televisione, racconta dell’interrogatorio fiume, delle domande insistenti su possibili altre relazioni di Liliana. dice di essere rimasto spiazzato. Secondo lui, scavare nel passato sentimentale della donna serve solo a trovare un movente comodo. Ricorda un vecchio rapporto con un farmacista, una storia lontana nel tempo, chiusa da decenni. Nulla che possa spiegare ciò che è accaduto. Sterpin rivendica con forza la natura
del suo legame con Liliana. Un’amicizia lunga più di 40 anni, nata tra allenamenti sportivi e cresciuta tra viaggi, confidenze e affetto sincero. Niente competizione, niente segreti. Racconta di incontri semplici, di cene con amici, di passeggiate al tramonto. Un quadro che contrasta con l’immagine di una relazione clandestina e pericolosa. Col passare dei giorni l’inchiesta assume contorni sempre più complessi, quasi soffocanti. Ogni elemento che emerge sembra aggiungere peso a una storia già difficile da
sostenere. Gli investigatori continuano a lavorare sui tabulati telefonici incrociando celle, orari, movimenti minimi. Il telefono di Liliana racconta spostamenti brevi, pause inspiegabili vicino ad aree industriali, momenti di silenzio che nessuno riesce a interpretare con certezza. Non ci sono grandi viaggi, nessuna fuga improvvisa, solo una routine spezzata da qualcosa che è accaduto in modo rapido e definitivo. Nel frattempo vengono riesaminate le immagini delle telecamere di sorveglianza, non solo quelle
ufficiali, ma anche quelle private, montate su negozi, garage, condomini. Frame dopo frame gli analisti cercano un volto, una sagoma, un dettaglio fuori posto. Qualcuno giura di aver riconosciuto una figura femminile con un passo incerto. Altri parlano di un uomo fermo troppo lungo sotto un lampione. Indizi fragili, facilmente contestabili, ma che alimentano la sensazione che Liliana non fosse sola in quelle ultime ore. Un punto centrale diventa il giardino dell’ex ospedale psichiatrico, il luogo dove il corpo viene ritrovato
settimane dopo la scomparsa. un’area verde apparentemente tranquilla che Liliana conosceva bene. Amava prendersene cura, piantare fiori, osservare le stagioni che cambiavano. Un posto familiare, quasi rassicurante. Ed è proprio questo che rende il ritrovamento ancora più disturbante, perché quel giardino non è un luogo casuale, è uno spazio che parla di lei, delle sue abitudini, delle sue passioni. Gli esperti si interrogano su come sia possibile che il corpo sia rimasto lì per così tanto tempo senza essere
notato. La zona era frequentata, anche se in modo saltuario. Possibile che nessuno abbia visto, sentito, sospettato. Questa domanda diventa un refrain tra i cittadini. Perché non è stata cercata meglio? Perché ci sono volute tre settimane. Un senso di colpa collettivo che serpeggia, mescolato a rabbia e incredulità. Intanto un dettaglio apparentemente secondario torna al centro dell’attenzione. La poesia che Liliana avrebbe inviato a Claudio pochi giorni prima della scomparsa, inizialmente interpretata
come un messaggio personale, quasi un saluto, viene poi smontata da una scoperta inattesa. Quel testo circolava in rete da anni ed era attribuito a un autore già noto. Non era un componimento scritto da lei. Questa rivelazione cambia la prospettiva. Se non si trattava di un messaggio unico e privato, allora perché inviarlo proprio in quel momento? Un gesto di condivisione, forse o un modo per dire qualcosa senza esporsi direttamente? Gli inquirenti decidono di accantonare l’idea di un testamento emotivo e si
concentrano su altro, sulle dinamiche quotidiane, sulle relazioni, sugli ambienti frequentati da Liliana. Emergono racconti sulla sua passione per la cucina, per i piatti semplici ma curati, per la convivialità. Un pranzo di Natale ricordato da Claudio Condovizia di particolari diventa l’immagine di una donna viva, presente, lontana dall’idea di una persona pronta a sparire nel nulla. Questo ritratto stride con alcune ipotesi investigative. Perché chi la conosceva descrive una donna piena di interessi, legata alla
sua città, alle sue abitudini, non una persona in fuga? ma qualcuno che stava cercando di risolvere problemi concreti e forse proprio questo la rendeva vulnerabile. Le dichiarazioni di Sterpin sull’atteggiamento di Visintin fanno discutere. L’idea che il marito fosse poco coinvolto nelle ricerche, quasi distaccato, viene ripresa e analizzata. Alcuni la considerano una valutazione emotiva, frutto del dolore. Altri invece la leggono come un indizio, un comportamento anomalo che se confermato
potrebbe avere un peso importante, ma anche qui le certezze sono poche e le interpretazioni molte. Nel frattempo nuovi testimoni si fanno avanti. Vicini che parlano di rumori nella notte della scomparsa, di luci accese in stanze che di solito restavano buie. Altri raccontano di passi nel giardino, di una presenza che non riescono a collocare con precisione. Tutto viene verbalizzato, analizzato, messo a confronto, ma il rischio di suggestione è alto e gli inquirenti procedono con cautela. A rendere il quadro ancora più
intricato ci sono le perizie calligrafiche sui presunti diariana. Alcuni amici sostengono di custodire appunti, biglietti, note personali, oggetti che raccontano una vita ricca di interessi culturali, di teatro, di letture, di viaggi. Una donna che lasciava tracce di sé ovunque. Ed è proprio questo che rende incomprensibile la sua scomparsa prolungata. In un’epoca in cui tutto è tracciabile. Com’è possibile che per settimane non si sia saputo nulla di lei? L’opinione pubblica segue ogni sviluppo con attenzione
crescente. I social amplificano voci, sospetti, ricostruzioni parallele. C’è chi accusa, chi difende, chi chiede solo rispetto. In mezzo a questo rumore, la figura di Liliana rischia di perdersi, di diventare solo un nome associato a ipotesi e accuse. E invece chi l’ha conosciuta insiste nel ricordarla come una persona complessa ma piena di vita. Le nuove analisi sul GPS del suo telefono non chiariscono tutto, anzi aggiungono mistero, spostamenti minimi, segnali che si interrompono, zone
d’ombra. Gli esami tossicologici sono attesi come un possibile punto di svolta, ma anche qui nessuno si illude che possano offrire risposte definitive. Questo caso sembra fatto di strati. Ogni volta che se ne solleva uno, sotto ce n’è un altro ancora più difficile da decifrare. A questo punto dell’inchiesta il confine tra ciò che è certo e ciò che è solo ipotizzato diventa sempre più sottile. Le carte processuali si riempiono di appunti, frecce, collegamenti tracciati a matita. Gli investigatori parlano di un mosaico
incompleto in cui mancano ancora tessere fondamentali. Ed è proprio in queste assenze che si insinuano le domande più scomode. Uno degli aspetti che torna ciclicamente è quello del tempo. Il tempo trascorso tra la scomparsa di Liliana e il ritrovamento del corpo. Tre settimane che sembrano un’eternità. In quei giorni qualcuno ha continuato vivere, lavorare, incontrare persone, mentre lei restava lì invisibile. Questo dato pesa come un macigno, perché se davvero il corpo si trovava in un luogo
frequentato, allora qualcuno deve averlo ignorato. Volontariamente o per distrazione, poco cambia. Gli inquirenti tornano a concentrarsi sulla cantina. Ogni centimetro viene misurato, fotografato, analizzato. Le modifiche strutturali non possono essere casuali. La botola nascosta, i sistemi di drenaggio, la disposizione degli oggetti. Tutto suggerisce una preparazione che richiede tempo e competenze. Non si tratta di un intervento improvvisato, ma di un ambiente adattato con precisione. Questo rafforza l’idea di un’azione
pianificata, forse studiata da mesi. In aula vengono ascoltati nuovi consulenti tecnici. Uno di loro parla apertamente di un’operazione che avrebbe richiesto più di una persona. Spostare, occultare, ripulire. Gesti che difficilmente possono essere compiuti da soli senza lasciare tracce evidenti. Questa considerazione riporta al centro la traccia genetica sconosciuta trovata in uno dei bidoni, un profilo che non appartiene a nessuno dei protagonisti noti della vicenda, un’ombra che continua a sfuggire. Parallelamente
emergono dettagli sulle pressioni lavorative subite da Liliana negli ultimi mesi. Al call center i turni serali erano diventati sempre più pesanti. C’erano state proteste, lamentele rimaste senza risposta. Alcuni colleghi parlano di un clima teso, di richiami informali, di minacce velate di non rinnovo del contratto. Nulla che preso singolarmente sembri decisivo, ma nel contesto generale anche questi elementi contribuiscono a delineare un quadro di stress e vulnerabilità. La sensazione che Liliana fosse sotto
pressione viene confermata da alcuni amici. Raccontano di telefonate notturne, di confidenze fatte a mezza voce, di una stanchezza che non era solo fisica. Lei stessa avrebbe parlato di un peso crescente, di un insieme di problemi che si accavallavano senza lasciarle respiro. Eppure, nonostante tutto, continuava a progettare, a immaginare il futuro, un futuro che qualcuno ha deciso di spezzare. In questo clima carico di tensione, ogni parola pronunciata in televisione o sui giornali viene analizzata al
microscopio. Le interviste di Sterpin, in particolare, diventano terreno di scontro. C’è chi lo vede come un uomo ferito che cerca giustizia, altri lo accusano di voler orientare l’opinione pubblica. Lui continua a ribadire un concetto. Liliana non era una donna disperata, non aveva intenzione di togliersi la vita. Questa affermazione, ripetuta più volte, diventa una linea di demarcazione netta contro alcune ricostruzioni iniziali. Anche la figura di Visintin viene riletta alla luce dei
nuovi elementi. Il ritrovamento nella cantina ha spostato gli equilibri. Le difese parlano di contaminazioni, di interpretazioni forzate, ma il colpo è stato forte. L’opinione pubblica fatica a ignorare immagini così concrete e ogni tentativo di minimizzare viene percepito come una fuga. Nel frattempo circolano voci su ulteriori sviluppi. Si parla di nuove analisi su fibre tessili, di confronti incrociati con banche dati internazionali. Il profilo maschile sconosciuto potrebbe trovare un nome e
se questo accadesse l’intera narrazione del caso cambierebbe radicalmente perché significherebbe ammettere che finora si è guardato solo a una parte della storia. Trieste osserva e commenta: “Nei quartieri del Carso, nei mercati rionali, la vicenda viene discussa come se fosse una ferita aperta della città. C’è chi chiede giustizia rapida, chi teme un processo mediatico senza ritorno. Ma su un punto molti sembrano concordare. Liliana non può essere ridotta a un fascicolo. Era una persona
con una rete di relazioni, di affetti, di contraddizioni. Proprio per questo alcune associazioni chiedono maggiore attenzione alla sua memoria. eventi, incontri, momenti di riflessione, non per alimentare il gossip, ma per ricordare chi era. Una donna che amava la bellezza dei dettagli, i giardini curati, la cucina fatta con calma. Una vita ordinaria, resa straordinaria solo dal modo in cui è stata strappata. Mentre le indagini continuano, cresce la sensazione che la verità, qualunque essa sia, sarà difficile da accettare perché
implica responsabilità diffuse, errori, omissioni, silenzi, non solo di singoli, ma di un sistema che forse non ha funzionato come avrebbe dovuto. E questo è l’aspetto più inquietante, non l’idea di un colpevole isolato, ma quella di una serie di fallimenti concatenati. La prossima fase dell’inchiesta potrebbe essere decisiva. I giudici dovranno valutare se gli elementi raccolti sono sufficienti per andare avanti e ogni parola pronunciata finora potrebbe pesare come un macigno. Nella parte
finale di questo racconto proveremo a tirare le fila, a capire cosa resta certo e cosa invece continua a sfuggire. Arrivati a questo punto, la storia di Liliana Resinovic non è più solo un’indagine giudiziaria, è diventata un simbolo, il simbolo di quanto sia fragile il confine tra normalità e tragedia, tra ciò che appare e ciò che si nasconde sotto la superficie. Gli atti finali dell’inchiesta si muovono proprio su questo confine, dove ogni decisione pesa più del previsto. I giudici analizzano le risultanze
dell’incidente probatorio con estrema cautela. Le parole di Claudio Sterpin, le immagini della cantina, le perizie forensi. Tutto viene messo sul piatto, non c’è spazio per l’emotività, almeno sulla carta. Eppure è impossibile ignorare il carico umano che accompagna ogni elemento, perché dietro ogni reperto c’è una vita spezzata e una rete di persone che cerca risposte. Uno dei nodi centrali resta alla dinamica temporale. Quando è morta Liliana? Dove è rimasta per quelle tre settimane? Chi
sapeva e non ha parlato? Le analisi scientifiche offrono finestre temporali, mai certezze assolute. Ed è proprio in queste zone grigie che si infilano le ipotesi più controverse. C’è chi sostiene che il corpo sia stato spostato più volte, chi invece ritiene che sia rimasto sempre nello stesso luogo. Ogni teoria ha sostenitori e detrattori, ma nessuna riesce a imporsi in modo definitivo. Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui rapporti personali di Liliana. Amici che raccontano episodi apparentemente insignificanti, oggi
riletti con occhi diversi. una frase detta di sfuggita, un appuntamento rimandato, un cambio improvviso di umore, tutti i segnali che allora non sembravano preoccupanti, ma che ora assumono un significato diverso, come se Liliana stesse cercando di tenere insieme troppe cose senza riuscirci fino in fondo. Anche il ruolo delle istituzioni viene messo in discussione, non in modo esplicito, ma attraverso domande che restano sospese. Le ricerche iniziali sono state sufficienti, sono state condotte nei luoghi giusti, c’è
stato un eccesso di prudenza o una sottovalutazione? Domande che nessuno ama sentire perché chiamano in causa responsabilità collettive. Eppure, senza affrontarle, il rischio è quello di trasformare questa vicenda in un’altra occasione mancata. L’opinione pubblica continua a oscillare. Da una parte c’è chi chiede una condanna esemplare, dall’altra chi invita alla cautela. ricordando che i processi si fanno nelle aule e non sui social. In mezzo restano i familiari di Liliana, costretti a rivivere ogni
dettaglio, ogni ricostruzione, ogni ipotesi. Una sofferenza che non conosce tregua e che viene amplificata da ogni nuova notizia. Il fratello Sergio, in particolare diventa una figura sempre più presente. Le sue reazioni in aula, il fazzoletto stretto tra le mani, gli sguardi fissi sulle immagini proiettate, un dolore composto, ma evidente per lui e per gli altri familiari. La verità non è solo una questione giuridica, è l’unico modo per restituire dignità a una storia che rischia di essere
inghiottita da sospetti e meze verità. Sul fronte investigativo le ultime speranze sono affidate alle nuove tecnologie, analisi genetiche più avanzate, confronti con archivi esteri, software capaci di rileggere dati già acquisiti. È qui che potrebbe emergere il nome legato a quella traccia maschile sconosciuta, un nome che cambierebbe tutto. Ma è anche qui che si annida la delusione, perché non sempre la tecnologia riesce a colmare i vuoti lasciati dal tempo. Intanto la figura di Liliana continua a sfuggire alle
definizioni semplici. Non era solo una vittima né solo una donna fragile. Era una persona con passioni, amicizie, contraddizioni. Una donna che amava prendersi cura delle piante, cucinare per gli amici, passeggiare in luoghi carichi di storia. Ridurla a un ruolo dentro un processo significa tradire la complessità della sua vita. Ed è forse questo l’aspetto più importante da ricordare, al di là delle accuse, delle difese, delle perizie, questa storia parla di una comunità che si interroga, di un sistema che deve fare i conti con
i propri limiti, di un bisogno profondo di verità, non una verità urlata, ma una verità solida, capace di reggere nel tempo. Mentre si attende la decisione del giudice, Trieste resta sospesa. Le discussioni continuano, i dubbi pure. C’è chi spera che tutto si chiarisca presto e chi teme che non si saprà mai davvero cosa è accaduto. Ma una cosa appare sempre più chiara. Il silenzio non può essere l’epilogo di questa vicenda. La storia di Liliana Resinovic chiede risposte, ma chiede anche
memoria. chiede di non essere archiviata come un caso irrisolto qualunque, perché dietro quelle tre settimane di assenza, dietro quel ritrovamento tardivo, c’è il fallimento di un’intera catena di eventi e riconoscerlo è il primo passo per evitare che accada di nuovo. Bo