
Ci sono storie che sembrano finite, archiviate, sepolte e poi tornano a bussare alla porta con più forza di prima. La vicenda di Liliana Resinovic è una di queste, perché dietro la sua scomparsa, dietro quel ritrovamento nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico, continuano ad emergere domande, contraddizioni, ipotesi che fanno venire i brividi e soprattutto emergono persone, persone che oggi si dicono innocenti, ma che a molti non convincono. Sebastiano Vissintin nega tutto, rifiuta ogni accusa, lo fa con
fermezza, dice di essere solo un marito distrutto, ma quelle chat recuperate dal telefono di Liliana, quelle conversazioni cancellate e riportate alla luce dai tecnici, sono come un pugno nello stomaco, un linguaggio in codice fatto di numeri e simboli che non dovrebbero esistere tra semplici amici. Un modo di comunicare che sembra nascondere un sentimento molto più profondo di quello che vorrebbero far credere. Claudio Sterpin, l’altro protagonista di questa storia, parla con sicurezza. dice che Liliana era pronta a
un cambiamento, a lasciare il passato e cominciare una nuova vita, una vita con lui. Ci crede, lo giura, lo dice ovunque può e lo fa perfino mostrando un luogo che ha lasciato tutti senza parole, una tavernetta sotto casa sua, nascosta, accessibile tramite una botola, uno spazio angusto, quasi segreto, dove lui conserva bottiglie e statue di legno. dice che non c’è nulla di strano, che Liliana la conosceva bene, che ci era entrata più volte, ma se così fosse, perché nessuno ne aveva mai parlato
prima? Il punto è che questa storia non ruota solo intorno a triangoli sentimentali, qui c’è molto di più. Qui c’è una donna che comincia ad avere paura. C’è un fratello Sergio che non crede a un singolo dettaglio della versione ufficiale. Dice che Liliana non è scomparsa per caso, che il suo corpo non è finito in quel posto da solo, che qualcuno ha organizzato tutto con attenzione, con un piano preciso, con una freddezza spaventosa. Perché per Sergio quelle chat tra Liliana e Claudio
non parlano solo di carezze e parole dolci, ma di una tensione crescente, di una doppia vita da proteggere. E poi ci sono le indagini lente, contrastate, piene di vuoti che puzzano di omissioni. Perché se davvero tutto è stato chiarito, se davvero non c’è nulla di oscuro, allora perché c’è chi continua a tirare fuori dettagli che erano stati ignorati? Perché appare improvvisamente una botola, una stanza nascosta di cui non si sapeva nulla? Perché c’è chi giura che le forze dell’ordine in quella
casa non hanno visto tutto quello che avrebbero dovuto vedere. Trieste non dimentica. Nessuno dimentica una donna trovata con le mani legate in due sacchi neri, come un oggetto da buttare via. Nessuno dimentica che per mesi si è cercato di dire che si trattasse di un gesto estremo, una scelta disperata. Ma è difficile parlare di scelta quando c’è così tanta precisione nella messa in scena. Il dubbio più terribile è quello che ormai molti fanno fatica a ignorare. Liliana stava cercando di cambiare vita,
stava cercando di respirare e chi controllava la sua vita non era pronto a lasciarla andare. Sterpin si difende, racconta la sua versione davanti alle telecamere, davanti a chiunque voglia ascoltare. Dice che per lui non c’era nulla di proibito, che Liliana si sentiva al sicuro con lui. dice che quella tavernetta non ha nulla di oscuro, però è sempre così, no? I segreti non stanno nei luoghi illuminati, ma in quelli che si possono chiudere con un coperchio e nessuno vede cosa c’è sotto. E poi quei messaggi,
numeri al posto delle parole, sequenze ripetute che sembrano innocenti solo a chi non ha la volontà di guardare oltre. Chi l’ha visto ha provato a decifrarli con l’aiuto dei telespettatori e più si guardavano più diventavano inquietanti, perché un codice serve solo quando c’è qualcosa da nascondere davvero. Chi conosceva Liliana sa che era una donna precisa, ordinata, capace di prendere decisioni. Se fosse stata davvero disperata, avrebbe lasciato un messaggio, una lettera, una parola per
chi amava. non sarebbe sparita nel nulla, non avrebbe permesso a nessuno di trovarla in quel modo. Il fratello questo lo sa, lo sente, lo urla da 3 anni e nessuno riesce a contraddirlo con prove solide. Ci sono giorni in cui sembra tutto chiaro e giorni in cui sembra tutto un labirinto senza uscita, perché qui ogni pista porta un muro e ogni muro sembra costruito apposta per nascondere qualcosa. Che ruolo aveva davvero Sterpin nella vita di Liliana? Quanto sapeva di lei, dei suoi spostamenti, dei suoi orari? Com’è
possibile che proprio lui sia al centro di questi nuovi dettagli? E com’è possibile che la sua casa custodisse spazi non citati prima? Nulla di segreto, dice lui. Ma allora perché nessuno li ha verificati fin dall’inizio? Ogni mistero ha un punto in cui la verità comincia a filtrare dalle crepe e se quella verità fa paura, se quella verità coinvolge persone che non dovrebbero sbagliare, allora la crepa viene subito tappata. Il silenzio diventa più comodo della giustizia. Liliana non è morta per caso. Non è
morta perché voleva sparire. Era una donna che voleva ricominciare e qualcuno ha deciso che non doveva farlo. È questa l’ipotesi che oggi più di tutte pesa come un macigno. E ora tu che stai ascoltando, non guardare questa storia come l’ennesimo caso di cronaca. Non commettere l’errore di pensare che sia tutto già scritto. Qui ci sono persone che ancora lottano, familiari che chiedono risposte, indagini che non possono più ignorare certe scoperte. Ogni volta che riapriamo questo caso, un
dettaglio nuovo affiora dal buio. A volte è una parola cancellata in una chat, altre volte un angolo di una casa che nessuno aveva notato. E ogni volta tutto sembra gridare che la versione ufficiale non basta. Non è sufficiente, non può esserlo. La tavernetta mostrata da Claudio Sterpin durante una trasmissione è diventata il simbolo di tutte le domande che la gente si fa da mesi. Un posto piccolo, soffocante, che si raggiunge da una botola, così angusto che chi ci entra deve chinarsi. Lui dice
che non è un nascondiglio, solo un locale ricavato in casa durante dei lavori. Dice che lo conoscevano solo le persone che frequentavano la sua abitazione. Dice che Liliana ci era entrata più di una volta. Ma senti il peso di queste parole. Ogni spazio nascosto racconta una storia. Ogni stanza che non compare nelle carte ufficiali diventa un enigma. Se quell’ambiente non era un segreto, perché è stato ignorato nei sopralluoghi? È possibile che nessuno lo abbia visto. È possibile che le forze
dell’ordine abbiano davvero perquisito una casa lasciando da parte una botola oppure qualcuno ha evitato di farla trovare? Sterpin si affretta a minimizzare, parla di bottiglie, di statue in legno, di un presepe in scala umana. Tutto molto innocente, tutto molto normale. Ma ciò che inquieta non è quello che lui afferma, è quello che non dice, perché Liliana sapeva di quello spazio. Liliana ci era entrata. Liliana doveva trasferirsi proprio lì, nella casa dell’uomo che diceva di amarla. una
casa con un sottoscala, una cantina, una botola, tre luoghi sotterranei per una donna che poi è stata ritrovata come un pacco abbandonato nel verde, legata e privata della sua identità. Possibile che non ci sia alcun collegamento, possibile che sia tutto solo un caso. I casi in questa storia iniziano ad essere troppi. E poi c’è il fratello. Sergio non ha mai creduto alla favola del gesto volontario. Non gli è mai bastato sentire che Liliana avesse scritto messaggi strani nei giorni precedenti.
Non accetta che qualcuno voglia ridurre sua sorella a una donna depressa e fragile. Per lui non è un’interpretazione, è una certezza. Qualcuno ha preso Liliana, qualcuno l’ha manipolata, qualcuno ha organizzato il suo ultimo viaggio. Quando parla gli tremano gli occhi, ma non la voce. Non cerca vendetta, cerca risposte e finora nessuna gli è stata data. Tutto quello che ottiene sono frasi evasive e documenti pieni di punti che non tornano. Quelle chat cancellate quando sono state recuperate dagli specialisti
hanno mostrato un mondo parallelo. Parole cifrate, numeri al posto dei sentimenti, due persone che non volevano essere scoperte. Non serve un esperto per capire cosa significa, serve solo un po’ di onestà. Se due adulti si scrivono buongiorno non usano codici. Se due adulti si cercano in continuazione senza voler essere identificati, qualcosa non quadra. Un conto è una complicità affettuosa. Un altro è creare un linguaggio segreto e quel linguaggio non era improvvisato, era strutturato. Liliana però non era una donna
incosciente, non era una donna che vive di giochi pericolosi. Questo dice chi la conosceva. Per questo l’unico pensiero che resta è che fosse intrappolata in un rapporto che non riusciva più a controllare. Il triangolo sempre quello. Da una parte un marito che ora si difende con tutte le forze, dall’altra un uomo che si definisce solo un amico e in mezzo una donna che forse stava cercando di liberarsi. Chi l’ha visto durante una puntata ha provato a leggere quei messaggi. Ha chiesto a spettatori e
tecnici di capire se quei numeri fossero date, frasi mascherate o qualcosa di ancora più oscuro. Nessuno ha trovato una spiegazione rassicurante e adesso bisogna avere il coraggio di dirlo. Se un messaggio deve essere nascosto, non è mai un messaggio innocente. Sterpin oggi si mostra collaborativo, mostra spazi della sua casa che nessuno aveva mai visto. risponde, racconta, fornisce dettagli che sembrano voler dire “Guardate, non ho niente da nascondere”. Ma c’è una frase che non riesce a
cancellare. Non ricordo se gli investigatori abbiano visto questa parte della casa. Come si può dimenticare un dettaglio simile? Come si può dimenticare se durante un sopralluogo qualcuno abbia aperto una botola? Quel tipo di amnesia non è normale, è scomoda e nel frattempo l’intera vicenda resta avvolta da un dubbio enorme, perché il corpo di Liliana è stato trovato lontano da tutto, ma con troppa precisione, legata, coperta, quasi come se fosse stata depositata con attenzione, non lasciata cadere, non gettata, ma
posizionata come qualcosa che si vuole nascondere, ma non distruggere. un messaggio o un avvertimento. Il fratello questo lo dice da sempre. Le indagini vanno avanti, si riprendono vecchie piste, si cercano dettagli dimenticati e ogni volta che una telecamera si accende, qualcuno appare pronto a raccontare la sua verità, ma nessuno riesce a rispondere alla domanda che davvero conta. Chi ha portato Liliana nel bosco e perché? Perché nessuno si confina in una busta di plastica? Perché nessuno sceglie una morte lenta e
soffocante? Perché nessuno si lega da solo mani e piedi? Eppure c’è ancora chi tenta di spegnere tutto con tre parole comode. Gesto disperato. Sergio non ci sta e non ci starà mai. Ogni volta che appare in TV, ogni volta che porta la sua voce in piazza, sta dicendo a chi ascolta di non abituarsi alle bugie, perché se ci si abitua al silenzio i colpevoli vincono. C’è un momento preciso in cui una storia smette di essere cronaca e diventa un enigma. Nel caso di Liliana, quel momento è arrivato
quando i tecnici della perizia informatica hanno recuperato ciò che qualcuno aveva tentato di cancellare. Una conversazione non vuole sparire da sola. Se un messaggio viene rimosso è perché contiene qualcosa che brucia, qualcosa che non deve essere visto. E quei messaggi tra Liliana e Claudio Sterpin, con quei numeri al posto delle emozioni, con quelle formule che somigliano a parole in codice, sono la prova che entrambi avevano qualcosa da nascondere, una relazione che non è mai stata definita, una vicinanza che non
era semplicemente amicizia. Lo sanno tutti. Lo ripete sempre anche il fratello Sergio. Quelle frasi dicono molto più di quanto loro stessi abbiano mai ammesso, perché la verità nelle chat non sta nelle lettere che leggi, sta negli spazi vuoti, nei silenzi, nelle cifre che sostituiscono ciò che non si può scrivere. Mentre tutto questo emerge, arriva quella rivelazione inattesa sulla casa di Sterpin. Durante un’intervista TV, non un’indagine, viene mostrata una parte della sua abitazione di cui non si era mai parlato. Una
tavernetta raggiungibile da una botola, un luogo che non è nel piano della casa, ma sotto, dove l’aria si fa più pesante e il telefono non prende bene, dove nessuno può vederti se scendi. Lui la descrive come un semplice locale dove tiene bottiglie e statue per un presepe. Eppure anche un ripostiglio può nascondere una verità. Sterpin dichiara che non sa gli inquirenti l’abbiano vista durante i sopralluoghi. Dice di averla ricavata dalle fondamenta, aggiunge che non è un segreto. Chi lo
frequentava la conosceva e Liliana era tra queste persone. Ci è entrata molte volte, dice lui, con naturalezza, come se non ci fosse nulla di cui stupirsi. Ma prova a fermarti un attimo. Una donna che scompare. Una donna che avrebbe dovuto trasferirsi proprio in quella casa, una donna che conosce stanze sotterranee non registrate negli atti. Una donna che poi viene ritrovata in un’altra zona isolata dove nessuno l’avrebbe trovata per mesi se il destino non avesse giocato al contrario. Possibile davvero che non ci sia un
collegamento. Possibile che questa non sia una pista da seguire. La tavernetta fa male perché è reale, perché esiste, perché è un elemento concreto che nessuno può più fingere di ignorare. E allora la domanda che nessuno riesce a togliersi dalla testa è semplice e brutale. Se ci fosse stato qualcosa da nascondere, non sarebbe proprio quello il posto perfetto. Quando una persona è viva e spaventata, gli scantinati diventano trappole. Quando una persona è morta, diventano depositi. Nessuna telecamera. Nessuna finestra, nessun
vicino che vede qualcosa, solo cemento e silenzio. La TV ha svelato un luogo che le carte non menzionano. Questa è una falla enorme, una falla che indica due possibilità. O qualcuno ha sbagliato a fare i controlli, oppure qualcuno ha preferito non guardare. Davanti a tutto questo, Sebastiano Visintin continua a respingere qualsiasi dubbio. Si dichiara vittima di un accanimento mediatico. Dice che lui soffre, lui piange, lui chiede di far cessare le speculazioni. Ma le indagini non possono basarsi sulle
emozioni, possono basarsi solo sui fatti. E i fatti sono questi. Liliana frequentava Sterpin. Avevano un linguaggio segreto. Lui la voleva con sé. Lei stava cambiando vita, poi è sparita. Le accuse non si vincono con le frasi, si vincono spiegando i dettagli. E qui ogni dettaglio è un colpo. Quelle chat recuperate, grazie alla perizia diventano una prova di intenzione, non di un crimine, non ancora, ma di un rapporto dal quale Liliana forse non riusciva più ad allontanarsi e i rapporti sbilanciati possono diventare
gabbie. Claudio racconta che Liliana era infelice a casa sua, che con lui stava bene, che tra loro c’era solo affetto. Ma se fosse stato solo affetto, perché usare codici? Perché cancellare le conversazioni? Perché fare in modo che nulla potesse essere ritrovato? Ogni volta che Sterpin parla, c’è una parte della sua storia che sembra mancare, come un puzzle con pezzi lasciati fuori dalla scatola. A volte sono i pezzi più importanti. Il fratello Sergio sente che tutto ciò non è casuale, lo ripete con
la disperazione di chi conosce il cuore di una persona più di qualsiasi esperto. Liliana non avrebbe mai scelto di far soffrire così chi amava. Liliana non avrebbe mai scelto di sparire senza lasciare tracce. Liliana non avrebbe mai scelto una fine lenta in due sacchi. Ciò che Sergio chiede è semplice. Guardate l’evidenza. Guardate oltre la superficie. Non permettete che venga raccontata come una storia di sconforto quando ci sono prove di manipolazione, segnali di controllo, messaggi che gridano una verità che nessuno vuole
tradurre, perché quando la verità fa male si cerca di addolcirla. Ma questa storia non ha niente di dolce. Qui c’è solo una donna che non ha avuto la possibilità di difendersi. E ancora una volta si torna a quella casa piena di spazi chiusi. Non uno, tre, scantinato, sottoscala, tavernetta, tre luoghi sotterranei per una donna che aveva paura. Eppure quel posto non è mai diventato teatro di indagini serie. Finché non è stato Sterpin a mostrarlo davanti alle telecamere. Era davvero così difficile trovarlo o qualcuno ha
deciso che non doveva essere trovato? In ogni caso, ora esiste e ora dovrà essere analizzato centimetro per centimetro. Ci sono storie che sembrano muoversi lente, come se tutto fosse già deciso, già definito, ma poi basta un tassello nuovo, un dettaglio insignificante per ribaltare ogni certezza costruita con tanta precisione. Il caso di Liliana Resinovic è esattamente così, una verità che cammina su un filo sottile, pronta a cadere al primo soffio di realtà. Per mesi si è parlato di un gesto estremo.
Si è cercato di raccontare che quella donna, tanto riservata quanto intensa, avesse deciso da sola di mettere la parola fine alla sua vita. Ma il corpo trovato come un rifiuto da smaltire smentisce ogni teoria comoda. Nessuno sceglie un destino così degradante. Nessuno che vuole scomparire per sempre sceglie due sacchi neri, corde strette, una posizione che urla sofferenza. Nessuno che vuole morire sceglie di nascondersi. Qualcuno che vuole eliminarti? Invece sì. E allora si torna inevitabilmente a guardare ciò che era
più vicino a Liliana, chi con lei parlava ogni giorno, chi era nelle sue confidenze, chi la stava aspettando in una vita nuova, almeno secondo lui. Claudio Sterpin appare in TV a mostrare luoghi prima sconosciuti, una parte sotterranea della sua abitazione, raggiungibile da una botola, un passaggio che non si vede a colpo d’occhio, che non si trova se non lo sai cercare, un posto che, secondo quanto lui stesso ha detto, Liliana conosceva bene e aveva già visitato. Quell’immagine in TV ha fatto tremare
tutti. Non è solo un dettaglio architettonico, è un simbolo. È l’emersione di qualcosa che non doveva essere rivelato troppo presto. Se la tavernetta non era un segreto, perché non era nelle carte? Perché non era stata perquisita con la stessa attenzione del resto della casa? Perché le forze dell’ordine non ne avevano parlato? Se davvero ci erano passate? Sterpin dice di non ricordare se la polizia l’abbia vista. un’amnesia strana, perché quando la tua casa viene analizzata per la scomparsa di una
persona a te molto vicina, ricordi ogni centimetro che viene controllato, ricordi chi apre porte, chi solleva sportelli, chi cerca sotto le scale. Il fatto che Liliana stesse per trasferirsi proprio lì, in quella casa piena di angoli nascosti, rende tutto ancora più cupo, perché se una persona decide di cambiare vita, non immagina che quel cambiamento possa diventare la sua condanna. E poi ci sono quei messaggi recuperati grazie alla perizia, numeri al posto delle parole, un linguaggio che non usa mai la chiarezza, una
comunicazione che non vuole lasciare tracce, che vuole esistere solo tra due persone e in nessun altro posto. Quello non è amore alla luce del sole, è una relazione che si muove nell’ombra, è una complicità che ha paura di essere scoperta. Sergio Resinovic, fratello di Liliana, non riesce a sopportare che qualcuno provi a trasformare sua sorella nella causa della propria morte. Lo dice chiaramente. Quelle chat non parlano di una donna fragile, parlano di una donna che si stava smarcando da una situazione
che non controllava più. parlano di una persona che stava costruendo qualcosa, non distruggendo. Il fratello è convinto che Liliana non sia mai stata libera fino in fondo, che tra quei due uomini ci fosse un conflitto silenzioso, che mentre uno cercava di tenerla vicina, l’altro provasse a legarla in modo opposto. Pericoloso. Quando un rapporto diventa possesso, la libertà diventa una minaccia e chi si sente minacciato sceglie di eliminare il problema. È questo il pensiero che oggi terrorizza
Trieste. Non c’è niente di casuale in questa vicenda, né nella scomparsa, né nella dinamica del ritrovamento, né nella scelta del luogo in cui il corpo è stato lasciato. È tutto troppo ordinato, troppo pulito, troppo calcolato per essere un atto impulsivo. Si parla tanto del boschetto dell’ex ospedale psichiatrico, un posto che non si attraversa per sbaglio. Bisogna conoscerlo, bisogna arrivarci, bisogna sapere esattamente dove mettere i piedi per non essere visti. E chi tra le persone vicine a Liliana conosceva quei
luoghi? Chi era solito passarci? Chi poteva immaginare un punto perfetto per nascondere un corpo e sperare che nessuno lo trovasse per mesi? Questa storia è una guerra tra chi vuole la verità e chi vuole il silenzio, tra chi cerca risposte e chi offre solo frasi che non spiegano nulla. Visintin continua a dire di essere straneo a tutto. Si mostra come vittima di sospetti infondati. Sterpin invece sembra voler dominare la narrativa, presentarsi come l’unico che abbia amato davvero Liliana. Ma l’amore non è mai un
codice da decifrare. L’amore non è mai una cantina che si apre solo su invito. L’amore non è mai una donna lasciata sola nella paura. Qualcuno ha usato l’amore come una catena. C’è una frase che Sergio ripete spesso: “Liliana aveva paura”. Una paura che forse non aveva il coraggio di dire ad alta voce, una paura che si legge tra le righe di quei messaggi che dovevano restare nascosti. Tutto quello che riguarda Liliana sembra diviso in due. Ciò che si vede e ciò che è stato cancellato, ciò che appare nei
racconti ufficiali e ciò che emerge dai dettagli che molti preferirebbero ignorare. Ogni passo avanti è un colpo al cuore perché svela che qualcuno ha mentito, che qualcuno ha manipolato, che qualcuno ha confuso, che qualcuno ha sperato che la verità non uscisse mai da quel bosco, ma la verità non resta sotto un sacco per sempre. La tavernetta è un simbolo, non perché ci sia qualcosa di concreto dentro, ma perché dimostra che le indagini non sono state complete, dimostra che qualcosa è rimasto nascosto, non alla polizia, ma
all’opinione pubblica. E adesso arriviamo al punto più importante, non quello delle ipotesi, non quello delle supposizioni. Qui parliamo di ciò che resta, di ciò che nessuno può più cancellare. Il corpo di Liliana Resinovic. Una scena che non può essere interpretata in due modi. Chiunque abbia un minimo di buon senso capisce che ciò che è stato trovato in quel boschetto non ha nulla a che fare con un gesto disperato. Il modo in cui era stata chiusa, legata, quasi imballata, racconta un’azione organizzata, una
messa in scena, una volontà precisa di nascondere, non di lasciare andare. Quando gli investigatori hanno recuperato il suo corpo, la posizione raccontava una storia di impotenza. Le mani legate, i sacchi, il modo in cui era stata sistemata a terra. Nessun segno di tentativi di liberarsi, nessun oggetto vicino lei che potesse suggerire che si fosse trovata da sola in quell’incubo. Qualcuno l’ha aiutata a sparire, qualcuno che conosceva le zone più isolate di Trieste, qualcuno che sapeva dove un corpo avrebbe potuto
restare invisibile, forse per sempre. E qui entra in gioco la cosa più inquietante di tutte. Chi conosceva bene quel boschetto? Chi sapeva che esisteva un punto dove nessuno passa, chi poteva muoversi lì senza essere visto? Sappiamo che Liliana non usciva spesso da sola in quei luoghi. Sappiamo che non era il tipo di donna che vagava in zone abbandonate senza avvisare nessuno. Quindi con chi ci è andata? O meglio, chi l’ha portata fino a lì? Fin dall’inizio qualcuno ha voluto incanalare la storia verso una direzione
comoda, il dramma personale, la fragilità, lo stress, tutto quello che può trasformare una vittima in responsabile della propria morte. Una narrazione pulita, una narrazione che evita di indagare chi era più vicino a lei in quelle ultime settimane. Le chat tra Liliana e Sterpin, recuperate dopo essere state cancellate, sono la prova che la verità era nascosta in quei messaggi. Codici, numeri, un linguaggio studiato per non lasciare tracce. Che tipo di relazione ha bisogno di un codice? Che tipo di
amicizia non deve essere compresa da nessuno? Che tipo di uomo racconta di voler dare una nuova vita a una donna e poi dimentica di dire che in casa sua esiste una botola che porta in uno spazio sotterraneo? Domande semplice, risposte che non arrivano mai. Il fratello Sergio lo sa. Lo sa come solo chi ama davvero può capire. Liliana era pronta a cambiare vita, non a distruggerla. stava cercando un futuro, non una fine. La sua voce oggi è quella che grida più forte, perché gli hanno portato via non solo una sorella, ma
anche la verità. Ogni volta che si parla di questa storia appare un dettaglio nuovo che cambia tutto. Prima le chat recuperate, poi la tavernetta nascosta, poi l’ammissione che Liliana conosceva quegli spazi e allora viene un dubbio atroce che prende posto nella mente e non se ne va più. Liliana è stata portata in quel bosco dopo essere passata da un altro luogo, un luogo dove nessuno poteva sentirla, un luogo chiuso, un luogo sotterraneo, un luogo come quello mostrato da Sterpin. Nessuno afferma che le cose siano andate così.
Nessuno può permettersi di dirlo apertamente, ma le domande devono essere fatte, perché se non le fai la verità muore definitivamente. Chi poteva avere accesso a quei sotterranei? Chi poteva portare Liliana via senza essere visto? Chi poteva spingerla verso un boschetto senza lasciare segni? Chi poteva comunicare con lei in codice per settimane? La risposta non è un elenco infinito di sospetti, è un gruppo ristrettissimo di persone ed è davvero un caso che tutto ruoti attorno alla stessa persona che oggi dice “Non ho
nulla da nascondere”. Quando una storia è piena di buchi, la verità non può restare fuori per sempre. Prima o poi entra da una fessura e illumina tutto. Qui le fessure sono enormi. Qui i buchi sono voragini. Liliana non era una donna qualunque, era amata. conosciuta, non sarebbe sparita per giorni senza che nessuno la cercasse e infatti così è stato. Da subito i familiari hanno lanciato l’allarme mentre altrove qualcuno provava a raccontare una versione più digeribile. Ma quella versione ormai non regge più.
Non regge di fronte alle chat recuperate, non regge di fronte ai luoghi nascosti, non regge di fronte a ciò che lo stesso Sterpina ha mostrato in TV, forse in modo ingenuo, forse con troppa sicurezza, non regge di fronte ai dubbi che le indagini continuano a generare. La verità non ha bisogno di urlare, la verità sta nei dettagli. E in questa storia i dettagli stanno tutti nello stesso punto. Nelle ultime persone che hanno avuto contatto con Liliana, nei messaggi criptati scambiati con uno di loro, nel fatto che lei sapesse
dell’esistenza di ambienti sotterranee e avesse accettato di trasferirsi lì. Non puoi cancellare prove per sempre, non puoi spegnere tutte le domande, non puoi seppellire la verità in un sacco nero e sperare che nessuno lo apra. Qualcuno quella mattina ha deciso che Liliana doveva sparire. Ha scelto come, ha scelto dove. ha scelto perfino il modo in cui lei sarebbe stata trovata, senza voce, senza appigli, senza spiegazioni, ma non è riuscito a impedire che le persone che l’amavano continuassero a
cercare risposte.