
Nel video di oggi ci fermiamo su una notizia che potrebbe segnare un punto di svolta decisivo in uno dei casi di cronaca nera più controversi e discussi degli ultimi anni. Una vicenda che ha lasciato dietro di sé dubbi, sospetti, domande senza risposta e una città intera sospesa tra incredulità e rabbia. Prima di entrare nel cuore della storia, come sempre, iscriviti al canale Gossip Italia 24 e attiva la campanella delle notifiche. Qui seguiamo i casi fino in fondo, senza fermarci alle versioni
comode e senza dimenticare chi chiede ancora verità. La storia di Liliana Resinovic ha colpito Trieste come un pugno allo stomaco, non solo per la tragedia in sé, ma per il modo in cui tutto è apparso confuso fin dal primo istante. Una donna di 63 anni scompare nel nulla, poi viene ritrovata morta in circostanze che, anziché chiarire hanno aperto un vortice di interrogativi sempre più inquietanti. Nulla, in questo caso, è mai sembrato davvero lineare. Ogni passaggio dell’indagine ha lasciato
dietro di sé una scia di perplessità. Come se qualcosa continuasse a sfuggire di mano, come se il quadro generale non riuscisse mai a combaciare fino in fondo. Gli investigatori hanno lavorato lungo, analizzando ogni dettaglio, ogni elemento, ogni minimo segno lasciato sul corpo e attorno al corpo di Liliana. Per mesi, forse anni, si è cercato di dare un senso a una morte che sembrava non volerne avere. Poi, a un certo punto emerge un particolare che rischia di cambiare tutto, un’anomalia tecnica, una
lesione individuata durante gli accertamenti che apre uno scenario del tutto nuovo e potenzialmente devastante per l’inchiesta. Secondo una prima ipotesi, quella frattura poteva non essere legata alla dinamica della morte, ma essere stata provocata durante le operazioni autoptiche. un’eventualità gravissima che avrebbe significato un errore umano nel momento più delicato, quello in cui si cerca la verità scientifica su un corpo senza vita. Questa possibilità ha spinto gli inquirenti ad approfondire il lavoro
svolto durante l’autopsia, mettendo sotto la lente di ingrandimento il ruolo di uno degli operatori coinvolti. In pochi giorni quello che sembrava un dettaglio tecnico diventa un vero terremoto giudiziario. Al centro di questa fase dell’indagine finisce il nome di Giacomo Molinari, tecnico accusato di aver causato involontariamente una frattura alla vertebra T2 di Liliana durante le manovre sul corpo. Un’accusa pesante che ha scatenato polemiche, discussioni e un’ondata di sospetti sull’intera
procedura seguita fino a quel momento. Per molti questa ipotesi sembrava spiegare alcune incongruenze. Per altri invece rappresentava solo l’ennesima distrazione dal vero nodo della questione. Ed è qui che arriva la nuova svolta. Una perizia indipendente affidata a una delle massime esperte in materia, l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, rimescola ancora una volta le carte in tavola. Le sue conclusioni sono chiare e difficili da ignorare. Quella lesione non sarebbe stata causata durante l’autopsia. La frattura alla
vertebra T2, secondo l’analisi era già presente prima. A dimostrarlo c’è un elemento chiave, un dato oggettivo che cambia radicalmente la prospettiva. La frattura compare infatti nella TAC effettuata le 8 gennaio 2022, quindi prima che il corpo venisse sottoposto agli esami autoptici. Un dettaglio che di fatto scagiona il tecnico da quell’accusa specifica e chiude definitivamente, almeno sul piano scientifico, la polemica sull’errore durante l’autopsia. Per l’avvocato gentile legale del fratello di Liliana,
questa vicenda può considerarsi archiviata. La questione della frattura non rappresenta più un ostacolo né un elemento di disturbo per il prosieguo delle indagini, ma attenzione, perché questo non significa affatto che il caso sia più semplice o che le ombre si siano dissolte. Al contrario, se cade l’ipotesi dell’errore tecnico, resta aperta e ancora più pressante la domanda principale. Come e perché Liliana è morta? Ed è proprio qui che il quadro torna a farsi inquietante, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi
giudiziari. La Corte di Cassazione, infatti, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal marito di Liliana, Sebastiano Visintin, una decisione che pesa come un macigno perché conferma la sua posizione tra gli indagati e rafforza l’idea che il fascicolo non sia affatto vuoto. Anzi, secondo i giudici, il quadro indiziario resta solido e meritevole di ulteriori approfondimenti. Un segnale forte che ridà centralità a una pista che molti avevano dato per indebolita. Secondo l’avvocato gentile, l’intera vicenda va
letta in modo unitario, senza isolare i singoli elementi. La morte di Liliana, sostiene illegale, presenta caratteristiche tipiche di quello che viene definito un delitto di prossimità, un crimine che matura all’interno della cerchia più vicina alla vittima, nei rapporti quotidiani, nelle relazioni più strette. Un’ipotesi che, se confermata, cambierebbe completamente il modo di guardare a questa storia. Ed è proprio questo il punto più delicato e allo stesso tempo più disturbante dell’intero
caso, l’idea che la verità possa trovarsi non lontano, non in piste astratte o sconosciute, ma dentro la vita privata di Liliana, nelle sue abitudini, nei suoi legami, nelle sue scelte quotidiane. Un’idea che fa paura perché obbliga tutti a guardare dove spesso non si vuole guardare. Questa nuova perizia, quindi, non chiude il caso. Ripartiamo da qui perché quando cade un dubbio tecnico così pesante, quello che resta sul tavolo diventa ancora più difficile da ignorare. La frattura non è più un errore, non è più
una svista di laboratorio, non è più un incidente procedurale, è un dato che esisteva già prima, silenzioso, presente, ma forse non compreso fino in fondo. E questo cambia il peso specifico di tutto ciò che ruota attorno agli ultimi giorni di vita di Liliana Resinovic. Per mesi una parte dell’attenzione pubblica si era concentrata su quella lesione, quasi come se rappresentasse una via di fuga, una spiegazione alternativa capace di alleggerire il quadro complessivo. Ora quella strada è chiusa e quando una
porta si chiude inevitabilmente se ne aprono altre, spesso più scomode, più strette, più buie. Gli inquirenti tornano così a guardare il contesto, le relazioni, le dinamiche personali che circondavano Liliana, senza più la distrazione di un possibile errore forense. Il punto centrale resta sempre lo stesso. Liliana non muore in un vuoto, non scompare come una figura astratta. Era una donna con una vita strutturata, con abitudini precise, con rapporti consolidati e altri più fragili. Ed è proprio in questa rete di
relazioni che gli investigatori continuano a cercare risposte. Non a caso la conferma della Cassazione sulla posizione del marito ha un valore che va ben oltre l’aspetto giuridico. Sebastiano Visintin resta indagato non per un dettaglio marginale, non per un atto formale, ma perché secondo i giudici esiste ancora un insieme di elementi che presi nel loro complesso, non possono essere ignorati. La Cassazione non entra nel merito dei fatti, ma dice una cosa molto chiara: il ricorso non è ammissibile. Questo
significa che la strada intrapresa dalla procura non è priva di fondamento, almeno sul piano logico e procedurale. E qui si apre un altro fronte delicatissimo, quello della narrazione pubblica, perché per lungo tempo il caso Resinović è stato raccontato come un mosaico caotico, fatto di ipotesi contrastanti, di piste che si aprivano e si chiudevano senza mai portare a una direzione chiara. Oggi invece il messaggio che arriva dalle ultime decisioni è diverso. Non c’è un vuoto investigativo. C’è una direzione che pur
con tutte le cautele del caso continua a essere battuta. L’avvocato del fratello di Liliana insiste molto su questo punto. Non si può spezzettare la vicenda analizzando ogni elemento come se fosse isolato dagli altri. La morte di Liliana, secondo questa lettura, deve essere interpretata come l’esito di un contesto preciso, fatto di prossimità emotiva, di relazioni strette, di dinamiche quotidiane che solo chi era molto vicino poteva conoscere fino in fondo. Il concetto di delitto di prossimità è duro da accettare, ma è
anche uno dei più ricorrenti nella cronaca nera. Non si tratta di uno sconosciuto, non di un evento casuale, ma di qualcosa che matura lentamente, spesso nel silenzio, all’interno di legami apparentemente normali. Ed è proprio questa normalità apparente a rendere tutto più disturbante. Liliana negli ultimi tempi aveva cambiato qualcosa nella sua routine. Alcuni atteggiamenti, alcune scelte, alcuni movimenti hanno attirato l’attenzione degli investigatori solo in un secondo momento. Come spesso accade, quando si
guarda indietro, i segnali diventano più evidenti, ma quando si vive dentro una situazione quei segnali possono essere sottovalutati, normalizzati, ignorati. Un altro elemento che torna ciclicamente al centro del dibattito è la gestione delle prime fasi dell’indagine. Ogni volta che un caso resta irrisolto lungo, le domande su ciò che è stato fatto all’inizio diventano inevitabili: tempistiche, decisioni, valutazioni. Tutto viene riletto con occhi nuovi e il caso Resinovic non fa eccezione. C’è chi
si chiede se alcuni elementi siano stati compresi fino in fondo fin da subito, se alcune piste siano state accantonate troppo presto, se la complessità della situazione abbia finito per rallentare la ricerca di una verità chiara. Domande legittime che però oggi si scontrano con una realtà diversa. Le nuove perizie, le nuove valutazioni, le nuove decisioni giudiziarie stanno ridefinendo il perimetro dell’indagine. La frattura alla vertebra T2, ora che sappiamo essere precedente all’autopsia, diventa
un elemento che va inserito in una ricostruzione più ampia. Come è avvenuta? In quale momento, in quale contesto? è collegata direttamente alla morte o rappresenta un evento precedente. Ogni possibilità ha prescenari differenti, ma nessuno di questi può più essere liquidato con superficialità. E poi c’è il fattore tempo. Il tempo che passa non cancella i fatti, ma cambia il modo in cui vengono letti. tecnologie diverse, competenze diverse, sensibilità diverse. Quello che anni fa poteva sembrare marginale oggi
può assumere un significato completamente nuovo. È per questo che molte famiglie, in casi come questo non smettono mai di chiedere approfondimenti, anche quando tutto sembra fermo. Il fratello di Liliana, attraverso il suo legale continua a ribadire una richiesta semplice ma potentissima: verità. Non una verità parziale, non una verità di comodo, ma una ricostruzione completa e coerente di ciò che è accaduto, una verità che tenga insieme tutti i pezzi, anche quelli più scomodi. Ed è qui che entra in gioco
anche il ruolo dell’opinione pubblica, perché casi come questo non vivono solo nelle aule dei tribunali. Andiamo avanti perché ora il discorso si sposta su un terreno ancora più delicato, quello delle responsabilità e delle letture possibili di ciò che è accaduto davvero. Quando un’indagine arriva a questo punto, non basta più elencare i fatti. Serve capire come quei fatti dialogano tra loro, che tipo di storia raccontano se messi uno accanto all’altro senza filtri. La conferma della posizione di
Sebastiano Visintin tra gli indagati non è un dettaglio tecnico, è un segnale preciso. Significa che per la magistratura esiste ancora una continuità logica tra gli elementi raccolti e l’ipotesi di un coinvolgimento diretto o indiretto. Nessuna condanna, questo va detto con chiarezza, ma neppure un’archiviazione che chiuderebbe definitivamente ogni sospetto. È una zona grigia, forse la più difficile da abitare, ma anche quella in cui spesso si nasconde la verità. In casi come questo, l’attenzione si concentra
inevitabilmente sulla vita privata della vittima, non per voyaierismo, ma perché è lì che si trovano le chiavi di lettura più importanti. Liliana non viveva isolata, aveva una routine, aveva relazioni, aveva un quotidiano fatto di gesti ripetuti e scelte apparentemente banali. Ed è proprio da quelle abitudini che gli inquirenti cercano di ricostruire gli ultimi movimenti, gli ultimi contatti, gli ultimi cambiamenti. Uno degli aspetti più discussi riguarda il periodo immediatamente precedente alla scomparsa. Alcuni comportamenti
riletti oggi sembrano indicare uno stato di tensione, forse di disagio, non elementi clamorosi, ma segnali sottili, piccole variazioni nella routine, decisioni improvvise, atteggiamenti che chi le era vicino notato solo in seguito. Come spesso accade, il significato di certi dettagli emerge solo quando ormai è troppo tardi. Il concetto di delitto di prossimità torna con forza proprio qui. Non è un’etichetta astratta. È una chiave interpretativa che trova riscontro in moltissimi casi simili. Chi colpisce
conosce la vittima, ne conosce i tempi, le abitudini, le fragilità, sa come muoversi senza attirare l’attenzione, sa come agire lasciando dietro di sé un’apparente normalità. Questo non significa indicare automaticamente un colpevole, ma restringe il campo delle possibilità. Ed è per questo che le relazioni più strette di Liliana vengono analizzate con estrema attenzione. Ogni parola, ogni dichiarazione, ogni ricostruzione temporale viene confrontata con i dati oggettivi, tabulati, immagini, testimonianze
indirette. Il lavoro degli investigatori in questa fase è quello di eliminare le incongruenze o almeno di comprenderle, perché quando le versioni non coincidono, il motivo c’è sempre. Un altro nodo centrale è quello del tempo, il tempo trascorso tra la scomparsa e il ritrovamento del corpo. Un intervallo che ha generato ipotesi contrastanti e che ancora oggi solleva interrogativi. Cosa è successo in quelle ore? Dove si trovava Liliana? Con chi? E soprattutto perché nessuno ha dato l’allarme prima?
Ogni risposta possibile apre scenari diversi, alcuni più inquietanti di altri. La nuova perizia di Cristina Cattaneo, se da un lato chiude la questione dell’errore autoptico, dall’altro impone di rivedere la sequenza degli eventi. Se quella frattura era già presente, allora va collocata in un momento preciso e quel momento potrebbe essere cruciale per capire la dinamica della morte. È un tassello che non può essere ignorato né minimizzato. In parallelo cresce l’attenzione mediatica. Ogni nuova
notizia viene analizzata, commentata, discussa. Questo può essere un’arma a doppio taglio. Da un lato mantiene alta l’attenzione sul caso, evitando che cada nell’oblio. Dall’altro rischia di creare una pressione che distorce la percezione dei fatti. È un equilibrio difficile, soprattutto quando la vicenda coinvolge emozioni forti e una lunga attesa di risposte. Il fratello di Liliana continua a chiedere una cosa sola: che non si smetta di indagare, che non si accetti una verità incompleta solo per
chiudere un fascicolo. La sua posizione è chiara. Ogni elemento deve essere valutato, ogni dubbio deve essere sciolto, perché dietro ogni incertezza c’è una vita spezzata e una famiglia che aspetta. C’è anche un altro aspetto spesso sottovalutato, il peso psicologico di un’indagine così lunga su tutte le persone coinvolte, indagati, testimoni, familiari, anni di sospetti, di attenzioni, di giudizi pubblici. Questo non giustifica nulla, ma aiuta a comprendere perché alcune versioni possano cambiare, perché alcune
reticenze possano emergere. La paura, il senso di colpa, la pressione possono alterare i comportamenti. Eppure, nonostante tutto, alcuni punti restano fermi. Liliana è morta in circostanze che non trovano una spiegazione semplice. Le ipotesi alternative non hanno retto. Le scorciatoie investigative sono state smontate una dopo l’altra. Quello che resta è un nucleo duro di domande che ancora chiedono risposta. Siamo arrivati a una fase in cui ogni nuovo elemento pesa più di prima, perché non si tratta più di
accumulare dati, ma di dare loro un senso. E questo senso, volenti o noli, passa attraverso le relazioni più vicine alla vittima. È lì che la verità potrebbe nascondersi, protetta dalla normalità, dal silenzio, dalla paura di guardarla in faccia. Andiamo avanti perché adesso è il momento di fermarsi su ciò che potrebbe accadere davvero da qui in avanti. Non più solo analisi del passato, ma scenari futuri, conseguenze concrete, possibilità reali. Quando un’indagine arriva a questo livello di
esposizione e di complessità, nulla può più essere lasciato al caso, né sul piano giudiziario né su quello umano. La nuova fase del caso Resinovic nasce da un presupposto chiaro. Alcune scorciatoie sono state eliminate. L’ipotesi dell’errore autoptico non regge più. La responsabilità tecnica è stata esclusa. Questo significa che gli inquirenti possono finalmente concentrarsi su ciò che resta senza dover più disperdere energie su piste che oggi appaiono chiuse. Ed è proprio questa chiarezza, paradossalmente a
rendere il quadro ancora più inquietante, perché quando togli un alibi, anche solo potenziale, quello che resta assume un peso diverso. Ogni relazione, ogni dichiarazione, ogni silenzio diventa più significativo. Non c’è più il paravento dell’incidente tecnico, non c’è più l’idea che qualcosa sia andato storto per errore. Resta l’ipotesi di una dinamica che coinvolge scelte, comportamenti, forse intenzioni. Uno degli aspetti che potrebbe diventare centrale nei prossimi mesi è la
rilettura completa della cronologia degli eventi. Orari, spostamenti, contatti. Tutto può essere riconsiderato alla luce delle nuove certezze scientifiche. Non è raro che in casi simili una perizia riscriva completamente la sequenza temporale di una vicenda. Minuti che diventano ore, dettagli che cambiano collocazione, eventi che assumono un significato nuovo. C’è poi il tema delle testimonianze. Col passare del tempo alcune persone potrebbero sentirsi più libere di parlare, altre, al contrario,
potrebbero chiudersi ancora di più. Ma quando un’indagine mostra di non essersi fermata, quando dimostra di avere ancora strumenti e determinazione, qualcosa si muove. La paura di restare coinvolti in una verità più grande può spingere qualcuno a rompere il silenzio. Il caso Resinovic ormai non è più solo una vicenda giudiziaria, è diventato un simbolo. Il simbolo di una ricerca di verità che non si è mai fermata davvero. Il simbolo di una famiglia che non ha accettato spiegazioni fragili. il
simbolo di quanto sia difficile arrivare fino in fondo quando i fatti si intrecciano con la vita privata, con i sentimenti, con i legami più stretti. Ed è proprio questo intreccio a rendere tutto più complicato, perché indagare su un contesto di prossimità significa entrare in una zona dove le emozioni contano quanto i fatti, dove le relazioni non sono solo dati, ma storie, ricordi, affetti. Eppure la giustizia non può fermarsi davanti a questo, deve attraversare anche le zone più scomode. Un altro elemento da non sottovalutare è
il ruolo delle consulenze tecniche future. Quando una perizia come quella di Cristina Cattaneo chiarisce un punto chiave, spesso ne seguono altre: approfondimenti, controanalisi, nuove valutazioni. Il corpo di Liliana, purtroppo, continua a essere il centro silenzioso di questa storia. Ogni segno, ogni traccia può ancora raccontare qualcosa. Nel frattempo la posizione degli indagati resta sospesa. Essere indagati non significa essere colpevoli, ma significa essere dentro una storia che non permette distrazioni. Ogni
parola pronunciata, ogni scelta comunicativa può avere conseguenze. Ed è per questo che spesso il silenzio diventa una strategia. Ma il silenzio in un’indagine di questo tipo pesa quanto una dichiarazione. C’è anche un aspetto umano che raramente trova spazio, ma che merita attenzione. La città di Trieste, una comunità che si è trovata a fare i conti con una vicenda che ha spezzato la percezione di normalità. Ogni caso di cronaca nera lascia una ferita collettiva, ma quelli irrisolti lasciano
anche una sensazione di sospensione, come se qualcosa fosse rimasto incompiuto. Negli anni, attorno al caso Resinovic, si sono accumulate ipotesi, ricostruzioni, teorie, alcune più credibili, altre meno. Ma ciò che conta davvero ora è la capacità delle istituzioni di fare chiarezza, anche a costo di rimettere in discussione certezze apparenti. La giustizia non è immobile, può tornare sui suoi passi, può correggersi, può approfondire. Il fratello di Liliana continua a essere una presenza costante, discreta ma
determinata. Non cerca clamore, non cerca vendette mediatiche, chiede solo che ogni dubbio venga affrontato. La sua posizione è quella di chi non vuole una risposta qualsiasi, ma quella giusta. E questa insistenza alla lunga ha contribuito a tenere il caso aperto. La domanda che molti si pongono ora è semplice ma pesantissima. Siamo davvero vicini alla verità oppure siamo solo all’ennesimo giro di una storia che sembra non finire mai? La risposta per ora non c’è. Ma una cosa è certa. Oggi
il caso Resinović è più solido dal punto di vista investigativo di quanto non fosse in passato. Meno ipotesi vaghe, più dati concreti. Questo non garantisce una soluzione rapida, anzi potrebbe significare tempi ancora lunghi, ma significa anche che ogni passo sarà più mirato, più consapevole e in un’indagine complessa questo fa la differenza. Siamo arrivati all’ultima parte e qui non ci sono più giri di parole da fare. A questo punto il caso Resinovic non può più essere raccontato come una storia
confusa piena di coincidenze sfortunate. I tasselli che oggi restano sul tavolo hanno un peso preciso e chiedono una lettura onesta, anche se scomoda, anche se difficile da accettare. La nuova perizia ha fatto una cosa molto semplice, ma potentissima. ha tolto di mezzo un alibi, non morale, non umano, ma tecnico. Non c’è stato un errore durante l’autopsia che possa spiegare quella lesione. La frattura c’era già. Punto. Questo significa che la dinamica della morte di Liliana va riletta senza
scorciatoie e senza appigli rassicuranti. Non possiamo più rifugiarci nell’idea che qualcosa sia andato storto per sbaglio. Quando si arriva a questo punto il quadro cambia natura. Non si tratta più di capire se qualcuno abbia sbagliato una procedura, ma di capire cosa è successo davvero prima, durante e dopo la morte di Liliana e soprattutto chi era presente nella sua vita in quel momento, chi conosceva i suoi spostamenti, le sue abitudini, i suoi stati d’animo, chi aveva accesso alla sua quotidianità
senza destare sospetti. La decisione della Cassazione di dichiarare inammissibile il ricorso di Sebastiano Visintin va letta esattamente in questa direzione. Non è una condanna, ma è una conferma. La conferma che il quadro indiziario non è inconsistente, che ci sono elementi che meritano di essere approfonditi fino in fondo, che non siamo davanti a un’indagine costruita sul nulla. Ed è qui che entra in gioco una parola che molti evitano, ma che in questa storia ritorna con forza. Proimità. La maggior parte dei delitti
non nasce nel buio, nasce vicino. Nasce dentro relazioni che dall’esterno sembrano normali, stabili, persino tranquille. Ed è proprio questa normalità a diventare una copertura perfetta. Liliana non era una donna isolata, non viveva ai margini, aveva legami, routine, rapporti consolidati. Pensare che la sua morte possa essere maturata all’interno di questo contesto non è un’accusa, è una constatazione statistica e investigativa. Ed è per questo che gli inquirenti continuano a guardare lì, anche quando è scomodo
farlo. Un altro aspetto fondamentale è il tempo. Il tempo che è passato non ha cancellato i fatti, ma ha permesso di rileggerli. Tecnologie migliori, competenze diverse, maggiore attenzione a dettagli che in passato potevano sembrare secondari. Questo è uno dei pochi vantaggi delle indagini lunghe. Quando vengono fatte bene permettono di tornare sui punti deboli e rafforzarli. Certo, il rischio è sempre quello di arrivare tardi, ma arrivare tardi è comunque meglio che non arrivare mai. E oggi il caso Resinovic non è più fermo,
è in movimento. Un movimento lento, faticoso, ma reale. Ogni decisione recente lo dimostra. C’è poi un elemento umano che non può essere ignorato, il dolore di una famiglia che da anni vive sospesa. Non sapere comeè morta una persona cara è una ferita che non si rimargina. Ogni nuova speranza è anche una nuova paura. Ogni svolta è accompagnata dal timore che non porti a nulla. Eppure continuare a chiedere verità è l’unico modo per non arrendersi. Il fratello di Liliana ha scelto questa strada. Non ha mai smesso
di chiedere chiarezza. non ha accettato risposte parziali, non ha cercato colpevoli facili, ha chiesto solo che i fatti venissero guardati per quello che sono. Ed è anche grazie a questa determinazione se oggi siamo ancora qui a parlare di questo caso. Ora la domanda che resta non è se ci sarà una verità, ma quando e a quale prezzo, perché la verità quando riguarda rapporti stretti fa male a molti, rompe equilibri, mette in discussione narrazioni consolidate, costringe a guardarsi allo specchio. Non
tutti sono pronti a farlo, ma la giustizia non deve essere comoda, deve essere giusta anche quando arriva tardi, anche quando costringe a riaprire ferite, anche quando smonta versioni che sembravano definitive. Il caso Resinovic oggi è davanti a un bivio reale. O si avrà il coraggio di andare fino in fondo seguendo i fatti senza paura delle conseguenze, oppure questa storia rischierà di restare un eterno sospeso, un caso mai davvero risolto. Le istituzioni ora hanno una responsabilità enorme, non solo verso Liliana, ma verso
chiunque crede ancora che la verità conti più del silenzio. E qui entra in gioco anche chi ascolta, chi guarda, chi commenta. Tenere alta l’attenzione non significa fare processi mediatici, ma rifiutare l’oblio. Significa non accettare spiegazioni fragili solo per voltare pagina. Significa ricordare che dietro ogni caso c’è una persona reale, non un titolo di giornale. Siamo arrivati alla fine di questo racconto, ma non alla fine della storia, perché il caso Resinović è ancora aperto nei
tribunali e nelle coscienze. La nuova perizia ha chiarito un punto, ma ha anche reso il resto più urgente. Ora non ci sono più alibi tecnici, restano solo i fatti, le relazioni e le responsabilità. M.