CASO LILIANA RESINOVICH: “SONO STATO IO…” IL TRAGICO ARRESTO POCO FA, VISINTIN SHOCK

Oggi Trieste ha spalancato gli occhi davanti a una verità che troppi volevano sepolta. Non stiamo parlando di un giallo qualunque o di un dramma passato. Qui c’è un nome che continua a bruciare, un volto che appare e scompare tra ricordi e sospetti. Liliana Resinovic. La sua storia ha smesso di essere un mistero irrisolto. Ora somiglia a una voragine. Una voragine che inghiotte menzogne, alibi distrutti e una domanda che da 3 anni vibra come una sirena nel buio. Chi ha voluto che Liliana sparisse

per sempre? Dietro la sua immagine gentile, dietro la donna che amava passare inosservata, si nascondeva un equilibrio ormai sul punto di spezzarsi. Da una parte il matrimonio stanco con Sebastiano Visintin, fatto di abitudini e silenzi. Dall’altra un nuovo ossigeno, un legame che la faceva sentire viva, desiderata, vista. Claudio Sterpin, amico, confidente, forse molto più di questo. Chi le era vicino lo aveva capito da tempo. Quelle telefonate continue, quelle coccole a distanza, una complicità che trabocava, non era più

amicizia. Era un salto senza rete e proprio quel salto Liliana sembrava pronta a farlo. Aveva confidato che il 16 dicembre avrebbe messo fine al matrimonio. Aveva trovato il coraggio di parlare, di cambiare pelle. Aveva un piano. Non era un sogno campato in aria. Era una data già scritta nella sua testa. Ed è qui che il buio ha iniziato a crescere. Due giorni prima Liliana scompare, crolla ogni certezza. Il futuro si ferma e si spegne. Coincidenza, qualcuno lo chiama così, ma le coincidenze, quando diventano troppe

smettono di essere innocenti. 20 giorni dopo appare il corpo. Due sacchi neri. Una scena che non convince nessuno. Non è un luogo scelto a caso quello dove è stata trovata. Il bosco vicino all’ex ospedale psichiatrico, a pochi passi da casa sua, troppo vicino per essere ignorato, troppo vicino perché nessuno l’avesse trovata prima e soprattutto quel corpo è in uno stato che non torna. In quel punto gli animali selvatici sono ovunque, cinghiali che avrebbero dilaniato un corpo lasciato lì

all’aperto. Invece lei è composta, quasi preservata, come se fosse stata altrove, al riparo, fino a poco prima che qualcuno la piazzasse lì, con una freddezza che fa venire i brividi. Allora la domanda cambia forma, non più come è morta, ma dove è stata prima? Chi aveva uno spazio sicuro per tenere nascosto un cadavere per giorni? Chi aveva il sangue gelido per portare avanti un piano simile? Claudio lo ripete senza esitazioni. Sebastiano sa tutto, ogni dettaglio. Sa dove è stata tenuta Liliana, sa chi l’ha spostata, sa

chi ha fatto sparire ogni traccia. E se questo fosse vero, perché tace? per paura, per convenienza, perché il filo può tirarlo giù insieme al vero responsabile. Fin dal primo giorno qualcosa nel comportamento del marito ha lasciato l’amaro in bocca. Mentre il sospetto si allunga sulla sua ombra, lui parte in bici per l’Austria come se nulla fosse. Pubblica foto della moglie con frasi dolle, fa il romantico sui social, una messa in scena o un disperato tentativo di salvare la faccia davanti a chi ormai non gli crede più.

L’amore può essere anche un teatro e certi palcoscenici puzzano di opportunismo. E c’è un altro dettaglio che graffia. Liliana aveva iniziato a sfogarsi con chi le stava vicino. Diceva di non sentirsi più al sicuro. Aveva la sensazione che qualcosa la stringesse. Parlava di comportamenti strani, di telefonate sgradevoli, di una pressione che cresceva ogni giorno. Non erano ceffoni o urla, erano cose più sottili, ma che fanno male lo stesso. Chi conosce la paura riconosce quei segnali e ora

tutto suona come un avvertimento che nessuno ha voluto ascoltare. Persino nel computer restano tracce di decisioni ormai prese: ricerche sulla separazione, come affrontare un confronto duro, avvocati divorzisti, un futuro diverso che stava bussando alla porta. Quel futuro qualcuno glielo ha strappato di mano. Quando una persona sta per liberarsi, chi controlla rischia di perdere tutto e può diventare pericoloso. Per capire quello che è successo bisogna guardare le ultime ore di Liliana. Esce di casa senza telefono

e senza borsa. Non lo faceva mai. Era abitudinaria, precisa. Se ha lasciato tutto lì, significa che credeva di rientrare subito. Un incontro veloce, una discussione breve, una persona che conosceva bene, abbastanza da fidarsi e proprio quella fiducia deve essere stata tradita. A rendere tutto più torbido c’è anche l’uomo che sembrava amarla. Sterpin, chi lo difende dice che è stato messo in un angolo ingiustamente. Chi lo attacca insinua che anche lui sappia più di quanto dica. Eppure una cosa è

sicura, la sua testimonianza ora diventa decisiva. L’incidente probatorio sarà come inchiodarlo al suo stesso racconto. Ogni parola dovrà essere precisa, ogni omissione avrà un peso. Ma se veramente aveva rivelato agli inquirenti già all’inizio dettagli cruciali, perché non sono mai usciti? Chi li ha chiusi in un cassetto? Chi ha deciso che non dovevano arrivare all’opinione pubblica? Chi continua a tenere sigillata la verità. Intorno a Liliana si muovono ombre, ombre di persone che la conoscevano

bene, ombre di gelosia, di controllo, ombre di un matrimonio che era diventato una gabbia, ombre di una donna che aveva iniziato a reclamare la propria libertà e per questo doveva essere ridotta al silenzio. È uno schema vecchio quanto il mondo. Una donna che dice basta, un uomo che non accetta, un destino che cambia direzione nel modo più vile. C’è un momento in cui una storia smette di essere un mistero e diventa una ferita. Per Liliana quel momento è arrivato quando qualcuno ha deciso di

trasformarla in un oggetto da eliminare. Ogni dettaglio delle sue ultime ore parla di una trappola, non di una fuga, non di un gesto disperato, una trappola. Chi l’ha vista l’ultima volta non ha visto una donna sull’orlo del baratro, ha visto una persona determinata a chiudere un capitolo. Voleva ricominciare con Claudio. Voleva far crollare quel castello in cui si sentiva prigioniera. Una prigione fatta di controllo, gelosia, umiliazioni silenziose. Lo aveva confidato a chi l’aveva ascoltata davvero. era stanca di

sentirsi comandata, era stanca di essere trattata come una proprietà. E allora cominci un indizio dopo l’altro a costruire un quadro che non lascia scampo. Quando una donna sta per lasciare il marito, spesso non lo fa all’improvviso, lo prepara, lo comunica in modi sottili, lo dice a chissà che non la giudicherà. Liliana lo aveva fatto. Aveva cominciato a prendere distanze da Sebastiano. Aveva iniziato a pensare a una vita senza di lui e proprio in quei giorni lei parla di strane telefonate, di inquietudine, di

un clima insopportabile in casa, una pressione che cresceva, come se qualcuno avesse già capito che qualcosa stava per sfuggirli di mano. Chi controlla teme solo una cosa, perdere il controllo. e Liliana lo stava togliendo. Quelle ricerche su internet non sono un caso. Come lasciare un partner, come affrontare una separazione. Avvocati divorzisti. Una donna disperata non si informa su come ricominciare. Una donna che vuole liberarsi? Sì. Poi c’è quel cellulare lasciato a casa, quella borsa lasciata da una parte. Non si esce senza

telefono se hai paura. Non si esce senza telefono se vuoi fuggire. Si esce così solo se qualcuno ti ha convinto che sarebbe stato veloce, che saresti tornata subito, che non serviva a niente. Qualcuno che sapeva parlare alla tua fiducia, qualcuno di cui non ti aspettavi il tradimento, ma la parte più agghiacciante è dopo, quando Liliana non torna, quando succede l’impensabile. Chi l’aspettava davvero al varco era qualcuno che conosceva ogni sua abitudine, qualcuno che sapeva che lei non avrebbe chiamato nessuno, che non

avrebbe avuto modo di chiedere aiuto. E allora si torna sempre lì al marito, a Sebastiano, alle sue parole che non convincono, ai suoi silenzi che diventano più rumorosi delle sue negazioni, alle sue scelte inspiegabili, come quel viaggio in mountain bike in Austria con addosso un’accusa di omicidio. Chi fugge cerca aria, chi resta a pubblicare post romantici cerca un pubblico e Sebastiano sembrava molto più interessato a mostrarsi devoto che a trovare la verità. Le foto della moglie sui social, i

messaggi sdolcinati, le parole cariche di amore. Tutto questo dopo 20 giorni in cui lei era scomparsa. Dopo 20 giorni in cui il mondo intero voleva solo una risposta. È amore o è teatro? È dolore o è recita? Quando senti la puzza di manipolazione, la maschera cade da sola. Claudio Sterpini intanto non ha mai smesso di puntare il dito. Lui dice che Sebastiano mente, che sa tutto, che tiene la bocca chiusa per proteggere qualcuno o per proteggere se stesso. Il maratoneta non ha peli sulla lingua quando parla di ciò che pensa. ha

raccontato che Liliana era pronta a lasciare tutto, che la sua decisione era definitiva e se davvero aveva annunciato al marito che presto avrebbe parlato, allora il tempo era finito. Il 14 dicembre è stata una partita scacchi in cui una mossa sbagliata l’ha condannata e il quadro si riempie di dettagli inquietanti. Tre ore di buio nel telefono di Sebastiano, proprio quando Liliana sparisce. Una registrazione GoPro che non combacia con i rintocchi del campanile, tracce cancellate o non spiegate, spostamenti sospetti e poi

quei coltelli sequestrati. Non c’è una coltellata sul corpo, è vero, ma quei sacchi neri erano chiusi con cordini tagliati. Tu guarda un dettaglio ignorato e capisci quanto può pesare. Quel lavoro non è stato fatto a mani nude, per non parlare dei vicini che improvvisamente ricordano. Un uomo visto con vestiti sporchi di terra, rumori nel cuore della notte, movimenti che nessuno ha denunciato subito per paura o indifferenza. Il passato torna, ma torna quando è troppo tardi. Ogni versione del

marito contiene qualcosa che non torna. Ogni intervista sembra più un tentativo di salvarsi che un grido di dolore. Ogni dichiarazione ai media pare studiata in anticipo. Non si mostra così chi è davvero distrutto, si mostra così chi vuole convincere gli altri di una parte che non sente addosso. Ma in questo caso non ci sono solo due attori, perché anche Sterpin è una figura ambigua. È stato lui a dichiarare che tra loro c’era un sentimento, che Liliana voleva una nuova strada, ma se era così vicino,

perché nei giorni dopo la scomparsa non ha battuto pugni alle porte, perché ha esitato a raccontare tutto, perché ha aspettato. Chi ama davvero non lascia il tempo correre, il tempo distrugge le prove, il tempo protegge chi mente. E oggi proprio la sua testimonianza sarà messa sotto la lente. Nulla potrà più essere trattenuto. Ogni parola registrata, ogni dettaglio pesato, ogni frase che cercherà di scivolare verrà trattenuta e schiacciata contro la realtà. Questa storia è una rete. Ci sono storie che non iniziano con un

omicidio, iniziano con una gabbia. Liliana Resinovic ha cominciato la sua prigionia molto prima del 14 dicembre. Non c’erano sbarre, non c’era un lucchetto. La gabbia era fatta di controllo e di quella forma subdola di potere che ti soffoca mentre ti convince che va tutto bene. Il peggio è che chi sta in quella gabbia se ne accorge solo quando è troppo tardi. Molti la descrivono come una donna gentile, altri come timida. In realtà era una persona che aveva imparato a non disturbare, a sorridere anche quando qualcosa dentro

scricchiolava, a tenersi tutto dentro pur di evitare un conflitto. Chi vive così fa molta fatica a riconoscere un confine che nessuno dovrebbe oltrepassare fino a quando la paura non arriva e ti graffia la pelle da dentro. Liliana aveva cominciato a parlare sottovoce, certo, ma aveva iniziato. A un’amica aveva detto che non sopportava più quel clima che si respirava in casa. A un’altra aveva confessato che si sentiva osservata, controllata, che bastava un passo fuori posto per scatenare tensioni che lei non voleva

più sostenere. Sono frasi che suonano come un grido, un grido soffocato perché nessuno deve sentirti, perché in quelle situazioni se alzi la voce rischi di scatenare la tempesta. Anche la testimonianza dell’albergatrice pesa come un mattone, racconta di una donna esausta, non semplicemente stanca, logorata, una vita dove tutto era deciso da qualcun altro. Liliana chiedeva solo un letto separato, un gesto banale, ma quelle cinque parole che sono uscite dalla sua bocca sono un pugno nello stomaco. Fallo per me perché io non lo

sopporto più. Quella frase suona come una richiesta di aiuto, piccola ma disperata. Non si arriva a quel punto dall’oggi al domani. Ci si arriva dopo anni in cui ti abitui a camminare sulle uova, a controllare ogni parola, a vivere con la paura di irritare chi ti sta accanto. Il controllo non sempre urla, a volte sussurra, a volte si traveste da amore, a volte si infiltra nella quotidianità e ti strangola lentamente. Ci sono poi dettagli che molti fanno finta di non vedere. frasi sfuggite, reazioni a caldo che ti

lasciano gelato, come quella volta in cui Sebastiano avrebbe detto “È stato un incidente”. Poi si corregge una scivolata, un errore di dolore o altro. Le parole sono rivelatrici, specie quando arrivano senza filtro. A rendere tutto ancora più oscuro, ci sono i vuoti nei tabulati telefonici del marito. 3 ore fantasma, il giorno della scomparsa. Tre ore in cui il suo telefono smette di esistere. Niente chiamate, niente messaggi, niente spostamenti registrati, un buco totale, come se fosse scomparso anche lui. Chi

ha un alibi non spegne il telefono. Chi non vuole essere tracciato? Sì. E poi quella gopro. Una registrazione fatta apposta per dire io ero altrove. Peccato che i rintocchi del campanile non coincidano. Una differenza di minuti che non puoi ignorare, troppi elementi che sembrano costruiti a tavolino. Un alibi non è mai troppo perfetto. Quando qualcosa è perfetto, di solito è falso. E ancora i coltelli trovati in casa di Sebastiano, alcuni regalati a un conoscente in Toscana pochi giorni dopo. Che strano tempismo. Non c’erano ferite

da arma da taglio sul corpo. È vero, ma quei sacchi neri che avvolgevano Liliana erano stretti da cordini. Cordini che qualcuno ha tagliato, non con i denti, non con mani improvvisate, con una lama, una lama che oggi forse non esiste più. Di fronte a tutto questo, Sebastiano continua a ripetere la sua innocenza anche con una sicurezza che quasi mette ansia. Io non ho nulla a che fare con la morte di Liliana, una frase che nel tempo suona più come un ritornello che come la verità. Eppure ciò che lascia

più perplessi non sono le sue parole, è la mancanza di emozione, la calma, la lucidità nelle interviste, nei salotti televisivi, nei post su Facebook, pubblichi foto della donna che forse hai ucciso, scrivi dediche poetiche, ma non una lacrima, non uno sguardo fuori posto, è amore o è scenografia. Se si allarga lo sguardo, l’intero quartiere si riempie di voci mai ascoltate. Alcuni vicini dicono di aver visto Sebastiano con abiti sporchi di terra nei giorni prima del ritrovamento. Altri giurano di

aver sentito rumori strani nelle notti successive alla scomparsa. Nessuno però ha parlato subito. La paura è il cemento perfetto per tappare la verità. Quando un clima diventa minaccioso, la lingua si attacca al palato. Chi conosce il comportamento degli animali sa bene che un corpo abbandonato in un bosco per 20 giorni non rimane integro, non rimane pulito, non rimane chiuso in due buste perfette. Lo dice anche Sterpin. Qualcuno l’ha conservata altrove, in un luogo chiuso e poi l’ha riportata lì.

Una messa in scena, un tentativo di depistare, un’illusione pensata. per ingannare la polizia e l’opinione pubblica. Il problema è che chi ha orchestrato questa farsa non è riuscito a fare i conti con una cosa, con la verità scientifica e quella prima o poi arriva. Gli investigatori adesso vogliono le risposte che finora sono state coperte da un tappo. Vogliono sapere a che ora è morta. Vogliono sapere dove è stata tenuta, vogliono sapere chi l’ha toccata. Vogliono sapere chi l’ha trascinata fuori dalla sua casa

e perché. Vogliono sapere tutto ciò che Sebastiano non ha mai voluto dire. La verità non si nasconde per paura, si nasconde perché qualcuno la minaccia. E nel caso di Liliana Resinovic, ogni pezzo che emerge disegna un quadro sempre più agghiacciante, dove il confine tra amore e controllo svanisce e lascia spazio a una spirale di comportamenti che nessuno ha voluto analizzare con coraggio per troppo tempo. In questa storia non c’è un solo colpevole da guardare, ci sono movimenti, omissioni, tempistiche

perfette che sembrano costruite con cura chirurgica. È impossibile ignorare la coincidenza micidiale che lega la decisione di Liliana di lasciare il marito con la sua improvvisa sparizione. Chi voleva fermarla lo ha fatto nell’unico modo che garantisse silenzio assoluto. Togliere di mezzo lei. Cinque parole. Bastano quelle per riassumere la disperazione che aveva dentro. Era stanca di Sebastiano. Le ha dette una donna che l’aveva ospitata in albergo. Non sono parole buttate lì, sono un chiodo conficcato nella realtà di

Liliana, una realtà che ormai non ce la faceva più affingere. Una convivenza che da casa era diventata cella, da matrimonio era diventato fiato corto. Chi vive accanto a un partner che controlla tutto impara a non sbagliare, impara a non chiedere troppo, impara a scomparire. Ma Liliana aveva capito che il tempo della sottomissione era finito, che non voleva più esistere solo come proiezione della volontà di qualcun altro. La sua rinascita era in moto e a qualcuno la rinascita fa paura. Negli ultimi mesi aveva un bagliore diverso

negli occhi, una speranza che la teneva in piedi. Il legame con Claudio Sterpin le aveva fatto ricordare cosa significasse sentirsi importante per qualcuno. Non era solo infatuazione, era ossigeno dopo anni di apnea. Quel cambiamento non era invisibile. In una casa dove il controllo regnava, ogni segnale di autonomia urlava e Liliana aveva iniziato a urlare tacendo. È qui che entra in scena il lato più oscuro della gelosia. La gelosia che non ammette rivali, che non accetta di essere messa da parte, che preferisce

distruggere piuttosto che essere abbandonata. Quando Sebastiano ha capito che quella donna non era più sua proprietà, qualcosa dentro ha fatto crack. Gli investigatori hanno sempre guardato i fatti, ma in questo caso i fatti non bastano. Bisogna guardare le intenzioni, bisogna guardare i comportamenti nascosti dietro le facciate e allora si torna a quei giorni, si torna a tutte le stranezze ignorate, si torna a quell’alibi che invece di chiarire crea più nebbia, si torna a quei coltelli spariti, si torna

a quelle ore vuote sul cellulare di Sebastiano. ritorna quella gita in bici nel momento meno opportuno del mondo. Perché ci si allontana proprio mentre la ricerca della moglie è in corso? Perché si posta sui social con frasi dolci invece di bussare a ogni porta della città? Perché non c’è una disperazione vera nelle sue parole? Perché cerca di convincere tutti di essere un marito devoto quando i fatti raccontano una moglie pronta a scappare e mentre i sospetti su di lui diventano un macigno,

c’è un’altra figura che si muove in questa storia con passi lenti. Claudio Sterpin si presenta come l’uomo che amava Liliana, come il suo rifugio emotivo. Ma se era davvero così importante per lei, perché ha taciuto così a lungo? Perché non ha immediatamente raccontato le sue paure agli inquirenti? Perché non ha preteso risposte quando l’amore della sua vita è sparito nel nulla? È possibile che anche lui abbia avuto paura. Paura di essere risucchiato dentro quel fango, paura di puntare il dito su qualcuno che non

doveva essere toccato, paura di finire nel mirino di chi aveva già mostrato cosa fosse capace di fare. E adesso quella paura torna a bussare, perché la sua testimonianza potrebbe far crollare la versione ufficiale, potrebbe far emergere un movente, potrebbe far saltare l’alibi di Sebastiano, potrebbe diventare la miccia che fa esplodere tutto, ma serve coraggio, un coraggio che Liliana non ha avuto il tempo di usare e che ora deve usare qualcuno al posto suo. Nel frattempo gli investigatori trovano nuove crepe

ovunque si guardi. Liliana era riservata. Non era una che si metteva al centro dell’attenzione, ma negli ultimi tempi aveva iniziato a confidarsi di più. Aveva parlato di sentirsi schiacciata, aveva usato parole che oggi fanno venire la pelle d’oca. paura, tensione, clima pesante, telefonate fastidiose. Tutto questo è stato archiviato come stress, come un periodo difficile, ma quei segnali erano un SOS. Nessuno li ha presi sul serio, ogni elemento si incastra. il desiderio di separarsi, la decisione di parlare al

marito, la presenza di un uomo che la desiderava, la scomparsa improvvisa due giorni prima del confronto, il ritrovamento del corpo sigillato come un sacco della spazzatura, tutto racconta la stessa storia. una donna che voleva la libertà, un uomo che voleva impedirglielo e una mano che ha eseguito un piano. La parte peggiore però è questa. In questa vicenda non c’è solo un delitto, c’è un depistaggio. Qualcuno ha cercato di far sparire Liliana anche dopo averla uccisa. Qualcuno ha studiato

dove metterla. Qualcuno ha deciso quando farla ritrovare. Qualcuno ha scelto un luogo vicino a casa per dare l’illusione che fosse stata lì per tutto il tempo quando sapeva benissimo che non era vero. È una messa in scena fredda, non il gesto emotivo di chi perde la testa. È un’operazione, è un gesto ragionato e quando si ragiona sulla morte di qualcuno non c’è nulla di casuale. C’è un dettaglio che nessuno riesce più a ignorare. Quando qualcuno cerca di cancellarti significa che lo hai

minacciato nel modo più profondo. Liliana Resinovic non è stata uccisa perché debole, è stata uccisa perché stava per diventare forte, perché aveva deciso di riprendersi la vita. E questa è una scelta che spaventa chi vive solo se ti tiene in gabbia. Gli ultimi giorni prima della sua scomparsa sono una cronologia di segnali, piccoli, quasi invisibili, frasi detta a bassa voce, confidenze che oggi suonano come presagi. Liliana non aveva più paura di immaginare un futuro diverso. Aveva deciso una data. Il 16 dicembre avrebbe

guardato Sebastiano negli occhi e gli avrebbe detto basta. Fine. Top. Il matrimonio era finito. Pensa a cosa significa questo per chi ha costruito la propria identità sul controllo della vita di un’altra persona. Pensa quanto una decisione del genere possa far esplodere dentro chi dice di amarti, ma in realtà ti possiede quando qualcuno ti vede scappare via o ti lascia andare o ti distrugge. E qui qualcuno ha fatto la seconda scelta. Se davvero Liliana voleva chiudere col marito per costruire

qualcosa con Claudio Sterpin, allora quel gesto sarebbe stato un terremoto, non solo emotivo, economico, domestico, sociale, un colpo secco a un uomo che si era convinto di avere ancora tutto sotto controllo. L’ossessione non accetta la perdita, la gelosia non accetta la sostituzione, il possesso non accetta la libertà e proprio qui si accende il movente più semplice da capire e più difficile da accettare. La paura di essere abbandonati può diventare un’arma, una lama invisibile, una spinta

senza ritorno. Tutto quello che è accaduto dal 14 dicembre in poi sembra obbedire a un piano. Lei esce di casa senza telefono e senza borsa. Una donna che non dimenticava mai nulla all’improvviso lascia tutto. O glielo ha detto qualcuno che credesse di potersi fidare o era convinta che sarebbe tornata in un attimo. Nessuno esce così se ha in mente una fuga. Nessuno esce così se vuole far perdere le tracce. Nessuno esce così se vuole morire. Esce così solo chi crede di avere un appuntamento rapido con qualcuno di

noto, con qualcuno che non fa paura. Un appuntamento che è diventato la fine, poi il buio. Nessuna traccia, nessuna telecamera che la riprende viva, nessuna persona che la vede camminare, come se fosse stata inghiottita, scomparsa in un punto preciso, molto vicino, così vicino da non far rumore. E quando il corpo viene trovato, quella farsa del luogo lascia l’amaro in gola. Un boschetto dietro un ex ospedale psichiatrico, un posto a pochi minuti da casa, un posto dove nessuno l’ha cercata all’inizio.

Tutto troppo comodo, tutto troppo calcolato. Il corpo è chiuso in due sacchi, integro, conservato, sigillato. Per 20 giorni non può essere rimasto lì. Gli animali l’avrebbero distrutto, la pioggia avrebbe consumato tutto, gli insetti avrebbero fatto a pezzi ogni tessuto. Chiunque sappia come funziona il degrado biologico lo sa. Liliana è stata tenuta altrove, in un luogo chiuso, in un luogo protetto, in un luogo di cui dispone solo chi ha accesso a spazi che gli altri non conoscono, chi ha potuto fare una cosa

simile, chi aveva le chiavi, chi aveva la calma. chi aveva il tempo, chi aveva da perdere tutto. E allora guardi chi in quei giorni sembrava sapere già cosa dire e cosa non dire. Guardi chi, invece di disperarsi si mette in sella una bici e parte per l’Austria. Guardi chi si fa fotografare con il sorriso mentre dice di essere distrutto dal dolore. Guardi chi costruisce un’immagine da marito innamorato proprio quando tutti gli occhi sono puntati su di lui. Guardi Sebastiano e ti chiedi che tipo di

innocente si comporta così. Le conversazioni telefoniche, i tabulati, le assenze, i coltelli spariti, le frasi sbagliate dette nel momento sbagliato. Tutto si incastra come si aspettasse solo di essere collegato. Non c’è nessuna casualità, non c’è nessuna fatalità. Questa è logica, questa è dinamica, questa è volontà. E intanto dall’altra parte c’è un uomo che grida al mondo che sa la verità, Claudio Sterpin, l’amico, l’amante, il confidente, il maratoneta che adesso sostiene che Sebastiano conosce ogni

dettaglio, che sa cosa è successo, che sa dove è stato tenuto il corpo, che sa chi lo ha portato lì. Parole pesanti, parole che non si tirano fuori a caso, parole che possono mettere una firma precisa su un possibile assassino. Ma allora viene da chiedersi se Sterpin sapeva tutto questo, perché non l’ha detto subito? Perché ha lasciato passare tempo? Perché ha aspettato che la situazione diventasse un circo mediatico? Amore o paura, passione o convenienza? La sua figura resta sospesa tra verità e ombra. E sarà proprio lui

ora a dover parlare davanti alla legge, davanti a chi non accetterà più mezze risposte. La sua testimonianza sarà un punto di non ritorno. O inchioderà Sebastiano o lascerà Sterpin nella stessa zona grigia in cui si trova da mesi. Ma il punto più doloroso in tutto questo è che Liliana non doveva morire. Non doveva pagare il prezzo di amare di nuovo. Non doveva pagare il prezzo di cercare libertà. Non doveva pagare per la gelosia di un uomo e per l’incapacità di un altro di proteggerla. Ha pagato

per colpa di chi non sopportava la sua voglia di vivere. Dietro ogni depistaggio c’è un colpevole. Dietro ogni bugia c’è una paura. Dietro ogni ritardo nella verità c’è un patto di silenzio. Questo caso è pieno di mani sporche. Non ce n’è una sola. Ci sono complice, ci sono coperture, ci sono parassiti che vivono nell’ombra, ma il silenzio non durerà per sempre. Ci saranno perizie, ci saranno verifiche, ci saranno confronti e qualcuno crollerà. M.

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